Questa Italia, il fascismo e l’alternativa da costruire

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di Roberto Montefusco  4 agosto 2018

Questo Paese appare ormai trascinato in un conflitto politico-culturale che per la verità, seppure in forme diverse,  attraversa larga parte dell’ Occidente. Il Ministro dell’ Interno che si lascia andare a citazioni da ventennio, il Ministro della Famiglia che propone di abolire la legge Mancino, gli strappi continui con i valori della Costituzione antifascista, le politiche nei confronti dei migranti, il clima generale di odio e violenza xenofoba che attraversa parte considerevole di questo Paese. Questa è la realtà che si profila davanti a noi. Se allarghiamo lo guardo fuori dall’Italia, qualcuno ha teorizzato l’esistenza di una sorta di internazionale nera, da Trump, a Salvini, a Le Pen, al Governo austriaco, ad Orban, Premier ungherese, e di fatto leader di quel gruppo di Visegrad di Paesi dell’Europa d’Oriente che teorizzano un modello europeo definito su basi etniche e razziali, che chiude le frontiere, che evoca il ritorno al suprematismo bianco. Evidentemente, la “fine della Storia” descritta da Fukuyama, che con la fine della esperienza sovietica profetizzava l’inevitabile trionfo della “democrazia liberale” si è rivelata una previsione sbagliata. Dietro l’angolo, come evidente, c’era altro. Non le magnifiche sorti della democrazia occidentale.

 Le inquietudini, le disuguaglianze generate dal trionfo di quello che Luciano Gallino definì “finanzcapitalismo”, i flussi migratori che mettono l’Occidente di fronte al dramma di milioni di donne e uomini la cui vita ogni giorno è in pericolo, sono questioni enormi con cui la società contemporanea è chiamata a misurarsi. Questioni alle quali l’internazionale “nera” dà, in fondo, le risposte di sempre. Il richiamo alla purezza identitaria, all’uomo forte che garantirebbe ordine e sicurezza, pure a scapito del restringimento di spazi di democrazia. Il richiamo alla sovranità statuale, che è cosa diversa dalla sovranità popolare, concetto che ha codici, forme di inveramento di cui costoro ignorano il senso, che presuppone allargamento delle forme e della sostanza della democrazia.

Si è, talvolta, in Italia, evocato, il pericolo del ritorno a forme di fascismo. Non credo, naturalmente, che ci sia un rischio di questa natura se immaginiamo le forme che esso assunse nel ventennio. Diverso il contesto storico, diverso il mondo, diverse le protezioni e le garanzie contro quel rischio. Il punto, però, è  un altro, dal mio punto di vista.

E qui occorrerebbe indagare la relazione tra il fascismo e il tessuto profondo della società italiana, dei suoi caratteri peculiari, della sua Storia. Indagarne le basi di consenso come fecero grandi dirigenti comunisti, da Togliatti ad Amendola. Per Gobetti il fascismo fu una autobiografia della nazione. Per Pasolini, più precisamente, l’autobiografia della borghesia italiana. Io credo che occorra tornare un attimo lì, per comprendere. La retorica di chi oggi governa l’Italia appare falsa ed ipocrita. Si attaccano quelli che sfilano in rolex con le magliette rosse, ma si propone la flat tax, che ai ricchi regalerebbe milioni di euro, nella sostanza non c’è alcun intervento serio per i diritti e la dignità del lavoro (non si reintroduce l’articolo 18, e tornano i voucher). Si predica la questione morale, e si razzola malissimo (pensiamo allo scandalo dei 49 milioni di euro che la Lega è chiamata a restituire, o alla vicenda del figlio del figlio di Marcello Foa impiegato nello staff di Salvini). Anche qui, la mente non può che correre a certa retorica antiborghese da ventennio che poi si traduceva nel sostegno totale agli interessi della grande borghesia e della grande finanza, e a condotte personali in patetico contrasto con le parole che si sbandieravano. I presunti rivoluzionari altro non praticano, insomma, che quello che Gramsci definiva il “sovversivismo delle classi dirigenti”.  La “sovversione” che avviene dall’alto, fatta di slogan roboanti, restringimento degli spazi di democrazia, evocazione di un assedio da cui difendersi. Una parte  della borghesia italiana da sempre è sensibile a questo richiamo. Naturalmente il tutto è più pericoloso quando si salda a pulsioni di ceti popolari impoveriti, privi di riferimenti, di soggetti sociali che ne rappresentino diritti, bisogni, speranze. La condizione in cui si trova l’Italia è (anche) figlia del disfacimento della narrazione di chi l’ha governata negli ultimi anni, (in fondo sempre retti da un asse tra Partito Democratico e pezzi di centro-destra): a partire da una insopportabile retorica dell’ottimismo calata su un Paese nel quale aumentavano a dismisura disuguaglianza, precarietà, povertà, incertezza rispetto al futuro. Il disfacimento di una narrazione, di classi dirigenti compromesse nella loro credibilità, di ricette economiche e sociali fallimentari. Questa è la base sulla quale si è affermato il blocco giallo-verde E allora il punto è questo. Come si costruisce l’alternativa? Su quali basi sociali, quali parole d’ordine? Anche qui, per dirla con Pasolini ne “Il Petrolio”, “Nel futuro la storia c’è ancora”. Quella Italia che appariva genuflessa al fascismo, come è noto, poi generò la Resistenza, i  Partiti di massa, la Costituzione. Quel moto di speranza e cambiamento che ispirò la Resistenza non sarebbe certo stato possibile se l’orizzonte fosse stato quello del ritorno al vecchio e screditato ordine liberale dello Statuto Albertino. Ci fu, allora, la capacità di immaginare nel fuoco di quella lotta una nuova Italia, un nuovo ordine democratico, un cambiamento e una rottura con il passato. Ora, al netto delle evidentissime differenze di contesto storico, credo che se una lezione si possa cogliere, è quella che la ricostruzione di un blocco popolare, progressista, democratico, di sinistra, capace di rappresentare una alternativa alla tragica esperienza di questo Governo, questa non possa che nascere dalla radicale, netta, rottura, con il modello che l’ ha generata, prodotta, questa tragica esperienza. Si tratta di un processo non breve, faticoso, impegnativo, che richiama uno sforzo di energie della politica, della cultura, delle reti civiche e associative, delle migliori energie democratiche del Paese. Un processo che, per la verità, oggi si fatica assai a vedere all’orizzonte. Ma con meno di questo non ce la caveremo.