Questione di privacy

per Luca Billi
Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://www.ipensieridiprotagora.com/2017/06/verba-volant-400-privacy.html

di Luca Billi, 26 giugno 2017
Ormai siamo tutti abituati a usare questo termine inglese, entrato di fatto – e anche di diritto, grazie al lavoro di molti giuristi – nella lingua italiana. Ma, come spesso ci succede, usiamo questa parola un po’ a sproposito.

Ha suscitato una qualche eco – anche se non come avrebbe meritato, secondo me – la notizia che un’importante società di marketing degli Stati Uniti, la Deep Root Analytics, nei giorni scorsi, anche se per pochissimo tempo, ha pubblicato accidentalmente i dati di quasi duecento milioni di cittadini americani. Si trattava per lo più di dati sensibili: date di nascita, indirizzi, numeri di telefono, appartenenza religiosa, pregiudizi etnici e politici, prese di posizione su argomenti controversi come la legge sulle armi e l’aborto.

In questa informazione, per quanto così sommariamente riassunta, qual’è la vera notizia? Cosa sappiamo ora che prima non sapevamo? Credo che il fatto notevole sia che quella società per errore – o per dolo di un qualche concorrente – ha condiviso con il resto del mondo una serie di informazioni, ossia il proprio patrimonio; è come se una banca, per mezz’ora, aprisse il proprio caveau e non impedisse alle persone che passano per strada di entrare, prendere una mazzetta di banconote e uscire indisturbate senza dover rendere conto a nessuno. Da vecchio comunista poco mi importa di quell’azienda, anzi dovrei essere perfino contento: se la proprietà è un furto – e la proprietà di informazioni forse lo è anche di più – sono contento di questa falla, per altro subito riparata. Curiosa poi l’assonanza – immagino voluta – tra il nome della società e Deep throat, le cui gesta abbiamo da poco ricordato nell’avversario del Watergate.
C’è qualcosa di più, qualcosa che merita una nostra riflessione. E’ una notizia che ci sono soggetti che raccolgono minuto dopo minuto ogni informazione che ci riguarda, le rielabora e poi le vende al migliore offerente? Evidentemente no, ormai dovremmo esserci abituati. Se mi viene la fantasia di visitare qualche sito dedicato all’Islanda, immediatamente cominceranno ad arrivarmi offerte di voli aerei diretti a Reykjavík, annunci di corsi di guida di slitte sul ghiaccio e ammiccanti proposte da biondissime ragazze islandesi. La Deep Root faceva questo lavoro per il Partito repubblicano che evidentemente ha bisogno di sapere chi sono i suoi potenziali elettori.
Quello che fa la Deep Root Analytics – e quello che fanno tantissime aziende simili – non costituisce affatto una violazione della nostra riservatezza, perché siamo noi che continuamente alimentiamo questo flusso di informazioni. Siamo noi che gratuitamente diamo alle società di questo tipo le informazioni che loro poi vendono. A proposito di plusvalore, chissà cosa avrebbe da dire Marx su questa particolare deriva del capitalismo. Noi scriviamo ogni minuto quello che facciamo, quello che compriamo, quello che pensiamo, sveliamo ogni nostro segreto, salvo poi invocare la privacy quando qualcuna delle informazioni che incautamente abbiamo divulgato, magari vantandoci in quel momento di quella cosa stupida che abbiamo detto, viene usata contro di noi. A volte, quando mi capita di chiedere informazioni – per dovere d’ufficio ovviamente – ai cittadini che vengono allo sportello, mi sento rispondere che c’è la privacy e magari quella stessa informazione che sono così reticenti a dare a un pubblico ufficiale l’hanno già condivisa su Facebook.
Possiamo smettere di alimentare questo mercato? Probabilmente no, perché avere dei luoghi, per quanto virtuali, dove poter dire quello che pensiamo e dove poter incontrare quelli che la pensano come noi è qualcosa a cui non siamo più disposti a rinunciare. Perché la rete permette di avere spazi di democrazia a persone che altrimenti ne sarebbero escluse. E questo comporta dei rischi, a volte dei pericoli. E soprattutto delle rinunce. Però dobbiamo esserne consapevoli, sia dei pericoli che delle rinunce. E su questo mi sembra che abbiamo ancora molto da imparare.
Anche di questo dobbiamo ringraziare Stefano Rodotà
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