Raccontino cosmogonico della notte

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di Fausto Anderlini – 17 luglio 2019

Come argomenta Rykwert l’ordine della città antica è retto dall’idea che l’origina al momento della fondazione: miti, cosmogonie, credenze religiose che si rispecchiano nella configurazione simbolica della città involvendo la vita degli abitanti. Il cives romano camminando lungo il decumano sapeva di seguire il corso del sole. In armonia con l’universo.

Oggi mi sono trascinato fino a Piazza dei Martiri trapassando nella calca carnale e deambulante dei culi e munito di una borsina di plastica, come si conviene nell’età anziana. Ridotto come sono è stata un’impresa di un certo rilievo. Calvo e tempestato di croste come fossi un carapace ultracentenario, la dentatura devastata che prima o poi produrrà gravi guai al sistema digestivo, la vista annebbiata da una congiuntivite endemica, la gamba sinistra tormentata da vene varicose e da un gonfiore sedimentato da inutili e continuati sforzi calcistici, la schiena ricurva anche per una ciste sottocutanea che potrebbe radicarsi in qualche nervo importante. A breve doppierò i 70, un limite oltre il quale non si guarda avanti e neanche indietro, piuttosto dal di fuori, tutte cose che non ti riguardano. Cionondimeno non sto poi così male. Vivo nei miei pensieri, che sono fuori del corpo e dell’età e mi guardo bene dall’affidarmi alla medicina. Potrebbe alterare il miracoloso equilibrio che mi sorregge. Il meglio è nemico del bene.

La piazza dei Martiri è il culmine di quel secondo decumano che l’urbanistica post-unitaria tracciò parallelamente alla Via Emilia nel tentativo di innestare a nord della città un impianto ortogonale in linea con la modernità. In realtà più che una piazza una rotatoria che corre attorno a un giardinetto circolare al centro del quale c’è una vasca dalla quale s’innalza un copioso getto d’acqua. Gli unici che godono di quest’oasi protetta dal traffico appartengono a una varia umanità marginale di poveri e sfaccendati, fra i quali molti extra-comunitari, che d’estate amano togliersi gli abiti per stendersi al sole come fossero in uno stabilimento balneare.

Mi sono seduto su una panchina a fianco di un’anziana signora cui un marocchino si ostinava di offrire con grande premura i cartoni adoperati per proteggersi dal guano dei piccioni. Davanti a me sull’altro lato della vasca un essere umano incredibilmente magro e discinto, coi piedi a bagno, totalmente assorto nelle sue abluzioni, estraneo a tutto. Una specie di santone immerso nelle acque del Gange, se non un fachiro, ma senza barba.

Sempre secondo Rykwert, dissolta la forma urbis e diventato indeterminato l’universo (tanto che non sappiamo se vada espandendosi o contraendosi) è dentro noi che dovremmo cercare l’ordine rassicurante andato smarrito. Per ricreare la città. Ardua suggestione visto che dentro di noi regna il caos o il nulla, entrambi impotenti, e ogni edificazione segue altre strade regolate dalle tabelle dei prezzi.

Quell’uomo davanti a me coi piedi a bagno e seduto sul bordo del decumano che va da porta San Donato a Benares era l’unico antico romano in circolazione a quell’ora, senza che ne fosse cosciente. Una volta trovata la propria misura nel mondo, il posto lungo il decumano, cioè una volta guadagnato il nirvana dell’atarassia sociale, il vuoto interno, per amore o per forza, perché si dovrebbe essere presi dall’empito di riplasmare il mondo e fare un nuovo piano regolatore ?