Ragione e disciplina

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/2015/06/verba-volant-190-partito.html

di Luca Billi 03 giugno 2015

Mi lascia una strana sensazione – e ne parlo anche un certo imbarazzo – il triste epilogo umano, prima ancora che politico, di Pier Luigi Bersani, una persona, un compagno, che – nonostante tutto – ho continuato a stimare, anche quando le nostre posizioni politiche sono diventate divergenti, perché una storia non si cancella dall’oggi al domani. Anche una storia di partito; soprattutto del nostro partito.
Bersani è andato nei giorni scorsi a fare campagna elettorale per Raffaella Paita, a Genova, nei quartieri di sinistra in cui le primarie le aveva vinte Sergio Cofferati e dove c’è una maggiore ostilità verso il renzismo, è andato proprio lì perché sapeva – come è stato poi dimostrato dai risultati elettorali – che in quelle zone della città la candidata del Pd era più debole, è andato lì per cercare di essere utile al “suo” partito. Il suo appello dell’ultimo giorno non è servito, ma questa è ormai un’altra storia. In questo modo Bersani ha dato un colpo di spugna alla primarie di quella regione, in cui ci sono stati brogli dimostrati, e che la candidata di Renzi ha vinto di misura, grazie all’appoggio manifesto di una forza politica del centrodestra come l’Ncd e a quello, sotterraneo e occulto, ma ben più politicamente significativo, degli uomini di Scajola. E Bersani, che queste cose le sa, è andato comunque, per rendersi utile, perché quella roba lì continua a essere il suo partito, e nella sua idea – che del resto è anche la mia – al partito si deve disciplina. O doverismo, come ha detto lo stesso Bersani con un brutto neologismo, per giustificare il suo sostegno a De Luca, che non aveva bisogno di questo appello al voto, che ha finito soltanto per danneggiare l’onorabilità di chi l’ha fatto.
E’ vero, Pier Luigi, la disciplina è importante, però si deve disciplina prima di tutto alle idee. Questo è il nostro primo dovere.
La decisione di Bersani mi lascia perplesso, perché so che nel suo caso non c’è un bisogno “alimentare”, Bersani non si è piegato perché deve comunque mandare avanti la famiglia; il conformismo politico a lui non serve per mantenere il posto di lavoro o per garantirsi una carriera, che Pier Luigi ha già fatto. Ne potrei citare tanti che hanno fatto così, ne conosco diversi che sono diventati renziani perché hanno il mutuo e una famiglia da sostenere, l’unico lavoro che hanno fatto in vita loro è la politica e quindi non possono permettersi di perderlo. Così come conosco quelli che sono servi nell’animo e che dicono al potente di turno, chiunque esso sia; anche questo non è il caso di Bersani, evidentemente. Questi sono motivi che non condivido naturalmente, ma che capisco, che sono in qualche modo spiegabili.
Ma Bersani non lo capisco e la cosa mi cruccia. Evidentemente c’è una ragione politica, che però fatico davvero a comprendere, nonostante una comune militanza, nonostante una comune formazione politica. Per me è importante cercare di capire cosa ha spinto Bersani a questa infelice scelta di sostenere – tra l’altro fuori tempo massimo – la candidata dell’uomo che l’ha estromesso dal partito, che lo tratta con plateale sufficienza e che egli giudica pericoloso per una serie di scelte, prima di tutte quelle delicatissime in materia costituzionale, e di appoggiare un candidato ineleggibile e così compremesso come quello che il Pd ha schierato in Campania. In sostanza cercare di capire comunque Bersani e la sua apparentemente ottusa fedeltà alla “ditta”, credo sia utile anche per capire noi, che quella storia l’abbiamo condivisa.
Immagino che Bersani non voglia staccarsi dai suoi compagni. Questo lo capisco da un punto di vista psicologico: anche a me manca quel partito, il senso di comunità, il fatto di potersi riconoscere in nome di una comune militanza, di un impegno condiviso, di idee e di valori diventati tuoi e insieme di tutti. Mi manca quel modo di stare nel partito e mi manca quella comunità, in cui avevo gran parte dei miei amici. E infatti quando da quel partito mi sono staccato mi ha fatto male. Trasferirmi in un’altra città, sufficientemente lontana da quella dove avevo fatto politica, mi è servito molto per superare questo distacco; e infatti torno sempre malvolentieri a Bologna, anzi se non sono costretto, non ci torno proprio, perché lì questa separazione si sente più forte. E per lo stesso motivo non vado alle “loro” feste, neppure per salutare gli amici che sono rimasti lì. Naturalmente ciascuno di noi vive quel rapporto in maniera diversa – perché ognuno di noi è diverso – ma ve l’ho raccontato per dire che per molti noi la politica è questa cosa qui, l’abbiamo vissuta così, con questa intensità; e così ancora la viviamo.
In questi anni in cui ho smesso di fare politica la rete e l’impegno di scrivere con una certa regolarità su questo blog mi hanno aiutato un po’ a ricostruire una comunità, simile a quella che noi abbiamo conosciuto solo fino a qualche anno fa, ma è oggettivamente diverso, perché questo strumento è diverso dalla “cosa” in cui noi abbiamo vissuto. La rete non è il partito. Il gruppo di amici che commenta e condivide quello che scrivo non è la mia sezione, anche se allora non ho mai avuto tante persone ad ascoltarmi quante ne ho adesso. Non è una questione di quantità, ma di qualità, fatto salvo che sono ovviamente felicissimo che voi ci siate. Quindi posso intuire la difficoltà di Bersani di staccarsi da tutto questo.
Continuo però a non capirlo, almeno per due ordini di ragioni.
Prima di tutto la comunità che è diventata adesso il Pd – per quello che posso intuire, guardandoli da fuori – mi sembra molto diversa da quella che noi abbiamo conosciuto, che abbiamo costruito e che – va detto, per onestà intellettuale – abbiamo contribuito a distruggere. E’ volutamente una cosa diversa. L’enfasi sulle primarie, la decisione di utilizzare questo strumento per scegliere non solo i propri candidati nelle istituzioni, ma perfino gli organismi dirigenti, a partire dal segretario, è la negazione in nuce dell’idea di partito. Il Pd è nato per non essere più quel partito che abbiamo conosciuto e con l’ambizione di essere un’altra cosa ed infatti è diventato un’altra cosa: di fatto il Pd è la struttura che amplifica e diffonde la propaganda del leader, che ne difende le scelte e che gestisce sui territori il potere – per altro sempre meno – che il leader gli concede. Siamo lontanissimi dall’idea dei partiti come libere associazioni di cittadini legati da comuni valori, a cui noi siamo ostinatamente legati e che trova legittimazione nell’art. 49 della Costituzione.
Peraltro, come è evidente osservando anche i risultati di questa recentissima tornata elettorale, un partito strutturato così è preda, a livello locale, delle forze peggiori della società, di gruppi di potere, di lobbies, della criminalità organizzata. Il Pd dove vince, ad esempio nelle regioni del Mezzogiorno, è ostaggio di boss locali, di gerarchi sempre più autonomi, di figuri che si sono costruiti la loro rendita di posizione e la mettono sul mercato. In queste regionali non ha vinto il Pd, ma hanno vinto i vari De Luca, Emiliano e compagnia cantante, gente con nessuna etica, personaggi che, forti dei loro voti, della loro rete di affari e, temo, capaci di ricatti inconfessabili, tengono per le palle – peraltro non proprio d’acciaio – il povero Renzi. E la situazione degli altri partiti “tradizionali” non è certo migliore.
Anche su questo punto credo che occorra essere onesti. Quell’idea di partito è morta e qualsiasi tentativo di ricostruirlo dall’alto è destinato al fallimento. Anche per questo noi che siamo cresciuti con quell’idea facciamo sempre più fatica a fare politica in questi tempi tristi, perché ci muoviamo con schemi che non esistono più e che forse non esisteranno più nel modo in cui li abbiamo conosciuti. Per questo noi siamo fatalmente inadeguati e dobbiamo aspettare una nuova generazione che sia in grado di risollevare una storia che noi abbiamo distrutto.
La cosa che però mi sembra più grave nel ragionamento di Bersani – e di quelli come lui – mi pare lo scarto tra il mezzo e il fine. Per quanto il partito sia importante – e lo è anche per me, naturalmente – dobbiamo ricordare che il partito è lo strumento che una parte della società, quella più debole – per quanto numericamente più consistente – si è data per difendersi dagli attacchi della parte più forte, più ricca, più potente. Il partito è lo strumento con cui combattiamo la guerra di classe che i ricchi hanno da sempre scatenato contro di noi. Se però perdiamo di vista questo contesto, se perdiamo di vista questo obiettivo, se dimentichiamo i valori e le idee, magari interiorizzando quelle del nemico – come abbiamo fatto progressivamente noi in questi ultimi trent’anni – allora lo strumento diventa fine a stesso, diventa soltanto per alcune persone un mezzo di promozione sociale o un’occasione per arricchirsi o per dare sfogo alla propria sete di potere.
Proprio questo progressivo slittamento verso l’ideologia neoliberista, questa incapacità di ammettere che abbiamo sbagliato in questi anni, questa ostinazione a non volersi fermare per cambiare finalmente strada è quello che sta progressivamente allontanando una parte di cittadini dalla politica, che fa commettere a Bersani questi gesti che appaiono meschini,  che contribuiscono a costruire un fossato sempre più profondo tra persone che hanno militato insieme. Penso spesso a quegli anni, cerco di ricordare qual è il momento in cui ci siamo persi definitivamente, in cui non potevamo tornare indietro. E probabilmente non c’è un fatto così, ma è la somma di tanti piccoli passi verso l’abisso che ciascuno di noi ha fatto. Ci sembravano irrilevanti, pensavamo che avremmo potuto tornare indietro e invece il burrone ci ha inghiottiti.
Ricordo bene un discorso che fece proprio Bersani, ormai molti anni fa, in un incontro a Milano. Tra le altre cose disse: la sinistra esiste in natura, perché, dal momento che esistono le diseguaglianze, le ingiustizie, le differenze, la sinistra c’è – c’è necessariamente – per ristabilire l’uguaglianza, la giustizia, la parità. Io a quell’idea sono rimasto fedele.