Dove recuperare i nostri eroi?

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di Leonardo Masone – 30 maggio 2017

Recuperare, recuperare, recuperare. È legittimo, anzi indispensabile recuperare tutto il terreno perso a sinistra, in questi ultimi 15-20 anni. Probabilmente obbligati da elementi esogeni, a sinistra finalmente si potrebbe intravedere la luce per una possibile, quantomai desiderata, unità della maggior parte delle soggettività esistenti. La “sorte” è giunta dall’alto.

Stiamo assistendo al deterioramento, se non addirittura al fallimento, di quel tentativo di mescolanza tra una certa cultura “cristiano-democratica” e quella socialista, promosso almeno da una quindicina di anni. Ora è arrivato il tempo di cambiare rotta culturale: bisogna necessariamente riappropriarsi dei nostri spazi, delle idee, del pensiero plurale, del tessuto umano e sociale che, forse per troppo tempo, abbiamo soltanto saputo decantare, ma mai più intercettare, né tantomeno comprendere e rappresentare, dunque entusiasmare.

Non è assolutamente percorribile, né credibile, la scelta di allargare il perimetro del centrosinistra dall’interno del Partito della classe dominante, seppur anch’essa semiliquida, provando generosamente ad essere portatori di istanze di classe che in quel recinto sono state completamente decurtate dall’agenda; anzi, come giustamente afferma Villone dalle pagine del Manifesto, la stessa sinistra rimasta nel Pd è il primo competitor della sinistra fuori da esso. Non sarebbe altresì credibile, né accettabile a questo punto, una pretesa unità delle sole (micro)formazioni presenti nel panorama dell’arcipelago, con l’ambizione del mero superamento dell’ostile sbarramento. Se il sistema è tedesco, dobbiamo guardare alla Linke tedesca, con le dovute differenze. Dare spazio a una nuova generazione politica a sinistra, senza strascichi e rancori, è il vero obiettivo prioritario.

Fin qui la tattica, ora passiamo alla tecnica, o meglio, alla technè.

E qui mi collego all’esordio. Le fondamenta passano per il recupero dell’autentica cultura socialista (ma sarebbe anche il caso di citare quella comunista senza paura di essere tacciati come appestati, o, in estrema sintesi, progressista che teoreticamente potrebbe provare a tenere insieme queste e altri matrici sinistre). Rimettere al centro della cultura, dunque, il lavoro e i suoi diritti, nel suo senso antinomico rispetto all’altro grande ed egemonico vettore economico che è il capitale, che ha contraddistinto il conflitto sociale e dialettico di quasi tutto il secolo breve, non solo in Italia. Il compromesso novecentesco con il capitale, per usare una convenzione, è saltato per la deliberata macchinazione messa in atto dalla classe dominante, irrobustita, globalizzata e perennemente in lotta contro le altre classi. In quest’ultimo ventennio di pensiero debole, è apparso fin troppo semplice e superficiale predicare la fine delle classi. L’ordinamento capitalistico rimane l’unica forma, definitiva e assoluta, della produzione sociale, solo se il conflitto tra le classi rimane latente o se si manifesta in fenomeni isolati e non organizzati democraticamente. E fin qui siamo solo al primo libro del Capitale.

Così come non dobbiamo avere paura di proferire l’unità delle diverse anime della sinistra plurale, mai come ora necessaria e decisiva, allo stesso modo non dobbiamo aver timore nel prendere consapevolezza dell’egemonia del sistema economico e sociale che dilaga. Su queste basi organizzarci e prendere parte. Solo così potremo costruire un progetto credibile, utile, progressista e di governo: perché si è di governo se si rappresenta l’interesse delle classi sempre più deboli, le loro sofferenze, le loro ansie; ancor di più in una società in cui aumentano le disuguaglianze.

E allora riprendere la cultura socialista per recuperare uno spazio di azione e di agibilità. Mi assale una domanda adolescenziale: “dove sono i nostri eroi?”. Lungi da me scadere nell’eroismo o, peggio ancora, nella dogmatica mitologia, ma riscattare certi pensatori, per recuperare una parte della nostra cultura, diventa una pratica intellettualmente ineluttabile.

Non solo Gramsci, rifiutando il tentativo di una sua riduzione da parte del pensiero liberale, o Salvemini; non solo Spinelli, o Pertini, o Berlinguer ma anche Togliatti, Longo, Ravera; e ancora Secchia, Basso, Noce (per restare in territorio nazionale e scusandomi per le dimenticanze), ma anche tutte quelle figure che anche in qualche modo hanno avuto un ruolo decisivo nella storia della sinistra. Rileggerli in un corpus unitario e moderno.

Recuperare la nostra cultura significa anche recuperare i nostri “padri”, ma, permettetemi una battuta, anche i nostri nonni, i nostri zii, i nostri cugini ecc.. Lavorare tutti in orizzontale e umilmente per la “costruzione del popolo”, al fine di ricostruire un “nuovo blocco storico”.

Un nuova sinistra che voglia nascere, senza chiusure personalistiche o beghe individuali, deve avere basi solide, portamento sicuro e sguardo lungo se vuole rimettere al centro dell’edificazione di una società il lavoro. Ricordando l’efficace monito di Salvemini: “la storia non è fatta né da moltitudini inerti, né dalle oligarchie paralitiche. La storia è fatta dalle minoranze consapevoli e attive, le quali, vincendo le inerzie delle moltitudini, le trascinano verso nuove condizioni di vita, anche contro la loro immediata volontà”