Riflessioni ed interrogativi sulla poesia italiana contemporanea…

per Davide Morelli
Autore originale del testo: Davide morelli
Fonte: Facebook

La mia ultima raccolta “poetica”(si fa per dire… diciamo aspirante tale) è del 2019 in ebook gratuito. Quindi prima del Covid. Ritengo anche che sarà l’ultima e fortunatamente nessuno sentirà la mancanza dei miei versicoli. Non è un blocco psicologico il mio, ma una deliberata autocensura. Non sono che uno dei tanti poetastri italiani. D’altronde è difficile emergere, ancora di più eccellere. Molti sgomitano. Altri non escludono colpi bassi. Siamo esseri umani. Ognuno ha i suoi difetti e le sue tare. La poesia contemporanea italiana è in crisi da decenni. Mi manca comunque il raffronto con le altre nazioni che non conosco. Nessuno, che io sappia, ha mai fatto uno studio comparativo. È  difficile giudicare e valutare i poeti. Il grado di oggettività è minimo nella valutazione perché la poesia è anche “parole” (e non solo “langue”), è anche connotazione. Come scrisse inoltre Sereni la poesia è “custode non di anni ma di attimi”. È qualcosa di impalpabile. Nessuno può avere pretesa di esaustività nel definire la comunità poetica.  Forse sono io che chiedo troppo alla poesia. Chiedo che non sia uno sfogatoio e che non abbia carattere privatistico, ma che abbia universalità. Chiedo che non sia pretestuosa né intellettualistica. Chiedo che non crei mondi fittizi ma che sia in presa diretta con la realtà. Chiedo che non sia finzione e che le sue parole non siano evanescenti. Chiedo che critichi le istruzioni senza cadere in un vuoto ribellismo. Chiedo che sia una forma di arricchimento della personalità. Chiedo che mostri il lato razionale in una società basata sul razionalismo. Chiedo una poesia che almeno abbia sullo sfondo le patologie sociali, le sopraffazioni, le ingiustizie. Chiedo che cerchi di dare un senso alla vita. Forse è troppo. E poi cosa è mai questa poesia contemporanea? Ha forse un volto riconoscibile? Cosa c’è dietro un apparente fermento? È difficile offrire una panoramica vasta. Il fenomeno è complesso. Attualmente sono mutate  molte cose(c’è una pandemia con più di un milione di morti nel mondo e più di settantamila in Italia, c’è una gravissima crisi economica, c’è il debito pubblico alle stelle, eccetera eccetera). Prima potevo ritenere sensato rischiare il ridicolo o il patetico. Era accettabile esporsi tutto sommato al pubblico ludibrio per cercare di esprimere la mia visione del mondo. Intendiamoci bene: c’è chi fa cose più mostruose od inique di scrivere versi. Al mondo c’è chi ammazza, chi è pedofilo, chi fa il trafficante d’armi, eccetera eccetera. Ora comunque preferisco il silenzio. Come potrei scrivere? Penso che scrivere versi oggi sia inutile. Lo so bene che l’inutilità o l’utilità è relativa. Questo è il mio angolo del web ed io dico la mia. Come può innanzitutto una poesia, a tratti elitaria ed illeggibile come quella contemporanea italiana, dire qualcosa ai cittadini? Si possono dire le cose in modo più semplice? Un poeta farebbe sempre meglio a chiedersi: che sto a dire? Come lo sto a dire? Per quanto riguarda la comprensibilità dei testi la Dickinson scriveva che si doveva dire la verità in modo criptico, mentre K. Popper sosteneva che niente è così facile che scrivere in modo difficile e che tutti coloro che scrivono devono porsi come dovere la chiarezza espositiva (però era un filosofo). La realtà in poesia è che i componimenti dovrebbero in teoria cercare sempre di raggiungere i vertici della significazione. Però i poeti spesso cercano termini ricercati, talvolta antiquati, perché li considerano più consoni. I poeti tra gambo e stelo scelgono sempre il secondo vocabolo, anche se non sarebbe necessario. Anche i poeti in fondo hanno il loro gergo. I più dicono di farlo per la eufonia, la musicalità. Io ho i miei dubbi. Mi sembra che Pasolini avesse dichiarato a riguardo che esistesse in poesia un codice classista del linguaggio. Disse che nella sua prima poesia da bambino aveva utilizzato i termini “usignolo” “verzura”, anche se li conosceva vagamente. Ma torniamo per un attimo a ciò che scrivevo un tempo. Nella mia ultima raccolta “Cuore improduttivo” trattavo della mia condizione di disoccupato. Volevo far partecipe gli altri. Oggi molti sono disoccupati. Molti sono i cuori improduttivi. Molti oltre ad essere disoccupati sono anche falliti economicamente; hanno dei debiti e di solito tengono famiglia. Diciamo che ho anticipato i tempi nel trattare la disoccupazione. Ora smetto di scrivere versicoli. Non significa però che abbandoni alla prima difficoltà. La poesia italiana versava già da tempo in gravi condizioni. Diciamo che rifiuto l’accanimento terapeutico. Che cosa può dire un poeta o una poetessa a queste persone? Che cosa può dire un poeta o una poetessa a un malato di Covid o ad un familiare di una vittima del maledetto virus? Come verbalizzare e rendere credibile la verbalizzazione del nostro vissuto e delle nostre vicissitudini di fronte ai traumi così devastanti di chi non ha un euro o ha un familiare morto di Covid? Può un poeta trattare delle tragedie altrui, del Covid altrui senza incorrere nella retorica e nella inautenticità? I poeti attualmente non rischiano di scrivere in una lingua morta? La poesia può davvero essere testimonianza di quello che sta accadendo? Questi argomenti non sono assolutamente triti e ritriti. Nessuno ne dibatte oggi. Invece dovrebbero essere studiati attentamente. Prima di difendere strenuamente i poeti, dire che la poesia migliora la vita e salvaguardare la poesia bisogna riflettere a livello ontologico, etico ed epistemologico sulla scrittura in versi. Bisogna come minimo portare avanti dei ragionamenti e vedere quali sono gli ostacoli. Ognuno deve fare i conti con sé stesso, a costo di mettere in crisi certezze ed identità. Non è questione di indicare un approccio rivoluzionario. Nessuno sa quale è la strada migliore da seguire, ma non  fare ciò significa mancare di nuovo ad un appuntamento fondamentale, quello della storia. Inoltre i poeti dovrebbero chiedersi se davvero ne vale la pena, visto che non ci guadagnano e che la gloria nella maggioranza dei casi si fa attendere. Ciò nonostante molti non si pongono queste domande essenziali. In molti predomina il narcisismo ed il compiacimento. La visibilità è scarsissima, risibile in questa arte. Alcuni sono frustrati e  soffrono di smanie di grandezza. Per un meccanismo di compensazione si autoingannano, mentendo a sé stessi. La poesia ha una scarsa condizione in questa società capitalistica e tecnologica. Che fare allora? Fare la rivoluzione? Diventare uomini in rivolta? Essere tecnofobi? Rifiutare tutti i paradigmi scientifici e le conquiste della scienza? Ritornare allo stato di natura? Un poeta o una poetessa dovrebbe chiedersi se è degno di nota come poetica e come stile, se è valido veramente sia da un punto di vista contenutistico che formalistico. Qualcuno potrebbe obiettare ciò che scrivo e sostenere che ognuno deve fare la sua parte. Ma i poeti possono reggere l’onda d’urto del Covid? Il rischio infine è che la poesia in Italia diventi ancora più marginale di quello che è già. Una domanda sorge allora spontanea: cosa può fare di fronte alla pandemia e alla conseguente crisi economica la poesia italiana, già precedentemente poverissima ancella della società attuale? Questi sono gli interrogativi cruciali. Sicuramente la poesia italiana sopravviverà. Non lo metto in dubbio. La poesia morirà con l’ultimo uomo. Non voglio disquisire se la poesia salvi l’uomo oppure no. A proposito del fatto che la poesia non vende e delle classifiche dei libri fatte solo in base alle vendite ricordo cosa dichiarò Arbasino in una intervista, ovvero che non si può considerare McDonald’s il miglior ristorante del mondo perché la maggioranza lo frequenta. Ritorniamo al binomio pandemia/poesia. Non si può  fare finta di niente e mettersi delle fette di prosciutto sugli occhi. Cito testualmente Adorno: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.”(Theodor Adorno, “Critica della cultura e società”). È meglio a mio modesto avviso per molti “poeti” per dirla alla Freud abbandonare il principio di piacere ed abbracciare il principio di realtà. Ognuno prima di scrivere  si autovaluti con la coscienziosità del buon padre di famiglia e l’onestà intellettuale di un critico disincantato, smaliziato. Nessuno ora può esimersi dall’esame di realtà. Questa situazione, da qualsiasi punto di vista la si guardi, è tragica. È una situazione che nientifica, nullifica la fruizione di ogni esperienza estetica. Questo è il problema principale, che va affrontato seriamente. Non ci sono scappatoie né vie di uscita. Non si può eludere. Non si può girare intorno, a meno che uno non viva in un mondo tutto suo e che si accontenti di tanto in tanto di un trafiletto in cronaca locale o di vincere un premio ininfluente di un paesino sperduto. Siamo franchi; non sono più i poeti a suggestionare ma la TV, gli influencer ed i guru della crescita personale, della programmazione neurolinguistica, del neuromarketing. Oggi al massimo i poeti si autosuggestionano. Ad ogni modo di acqua ne è passata sotto i ponti. Quella raccolta “poetica” non mi rappresenta più. Non rappresenta più il mio sentire.  Sono andato oltre. Ho proseguito il mio cammino. Oggi io mi considero fortunato perché io ed i miei cari godiamo di buona salute e non abbiamo il virus. Almeno per ora. Ho l’obbligo morale di sentirmi fortunato. Come versificatore mi considero impotente rispetto alla catastrofe che sta avvenendo. La mia è una sorta di afasia reattiva. Rimarranno almeno per ora i miei versicoli(che non sono affatto memorabili) disseminati nel web. Ringrazio coloro che mi hanno dato la possibilità di pubblicarli online. Erano altri tempi. Scriverò da qui in avanti forse solo dei saggi brevi per chiarire a me stesso, per spiegare a me stesso prima ancora che agli altri certe dinamiche del mondo attuale. Ma sono e saranno cose dettate prima di tutto da una mia esigenza razionale. Sarò quindi essoterico(con due esse) e in parole povere divulgativo, a costo di banalizzare e semplificare. Lascio ad altri il misticismo e l’esoterismo di coloro che si considerano illuminati ed invece fanno solo parte del gran calderone della New Age. Lascio ad altri il passatempo di  lanciare messaggi da Messia. Lascio ad altri l’atteggiarsi a novelli Zanzotto o Sanguineti. Mi metto alle spalle l’ipertrofia dell’io di molti “poeti”, che per lesa maestà sanno anche essere crudeli. Lo dimostrano purtroppo gli shitstorm sui social. Forse scriverò saggetti brevi qui su Facebook. Forse qualcuno considererà stupido anche questo. D’altronde penso che scrivere saggetti brevi sia meno patetico e ridicolo nella situazione attuale di scrivere versi. Oggi non voglio più scrivere versi perché non voglio più dire “io sono”. Oggi non voglio più scrivere versi perché non credo nemmeno nella poesia di ricerca, negli sperimentalismi, nell’ontologia. Non credo più alla poesia in questo particolare frangente perché mi chiedo come si chiedeva Quasimodo del resto “e come potevamo noi cantare?”. Senza ombra di dubbio scrivere le mie riflessioni sul web sarà molto più economico(il costo della connessione ad internet) che spendere dai 1200 ai 3000 euro per pubblicare il proprio libro di poesie. Io non ho questi soldi da spendere. Intendiamoci bene: non condanno assolutamente chi pubblica a pagamento ma io non ho i soldi. Devo risparmiare perché sono senza lavoro e in futuro potrebbero esserci altre calamità, altre pandemie. Bisogna a mio avviso sempre gestire in modo oculato le proprie risorse economiche, senza essere troppo tirchi. Diciamo comunque che non vorrei pubblicare a pagamento e che non posso, almeno per ora. Ho letto anche molti libri pregevoli di piccole case editrici. Fortunatamente penso ancora con la mia testa. Giudico i libri indipendentemente dalla casa editrice con cui sono stati pubblicati. Anzi ringrazio coloro che mi hanno fatto leggere i loro versi. Se ho dato un parere positivo è perchè mi piacevano, anche se il mio parere non conta nulla. E così chiusa anche questa parentesi. Io faccio un passo indietro. Anzi qualche passo Qualcuno che non mi vedeva di buon occhio esclamerà dentro di sé “finalmente”. Ma in fondo chi se ne frega dei detrattori? A me poco o niente in tutta onestà. La mia “poesia” (chiamiamola così ma come vedete ho virgolettato) non può nulla di fronte a quello che sta succedendo. Ad altri spetterà la vanagloria. Forse i miei saggetti brevi troveranno ospitalità in qualche altro angolo del web. Ma non importa. Probabilmente tutto è vanità(come cantava Branduardi) e tutto è inutile(come scriveva Guido Morselli nel suo diario). C’è chi per soddisfare il suo bisogno di immortalità fa figli e chi per trascendere la sua morte scrive versi. Io non farò più nessuna delle due cose. Non avrò posterità. Un tempo venni inserito nella antologia “Calpestare l’oblio”. Non mi sono mai fatto illusioni. Ho sempre saputo che l’oblio mi avrebbe atteso. I miei versicoli disseminati nel web si perderanno tra milioni di altri aspiranti poeti. Niente di più. Niente altro che questo. Saranno messaggi in bottiglie nell’oceano in un tempo in cui tutti lasciano messaggi nelle bottiglie. Niente di originale perciò. Forse tutto ciò che ho scritto, che scrivo e che scriverò non sono altro che cose inutili. D’altronde non mi sono mai definito poeta o scrittore. Se qualcuno mi ha definito tale lo ringrazio per la fiducia accordata, ma non è il mio pane come si suol dire e inoltre carmina non dant panem. Per me è sempre stata una passione. Viene da chiedersi se da questa passione si può trarre giovamento e se con essa si possa raggiungere il famoso benessere psicologico. È soggettivo. Ci sono anche qui le contrarietà e non solo le soddisfazioni. È questione di fare una analisi costi/benefici. C’è anche chi si accontenta di qualche contentino, di pochissimo, quasi di nulla. Poi non c’è solo  il benessere psicologico di chi  scrive ma anche di chi legge e ciò non è un fattore secondario, anzi dovrebbe avere la priorità assoluta. La poesia infine può contribuire alla felicità come una bella passeggiata, qualche carezza al cane, una cena tra amici. Sono molteplici le occasioni che ci possono rendere felici. Personalmente non trovo più la gioia nello scrivere versi e non sono un mestierante, dato che nessuno mi paga. Ringrazio tutti coloro che hanno letto i miei versicoli. Ho passato ore e giorni piacevoli a leggere e scrivere versi. Ma è stato molto tempo fa ormai. Non sono un genio. Di solito si usa affermare, qui da noi in Toscana, che uno non è genio come eufemismo, volendo dire che è un coglione o uno di poco conto. In tutta onestà di geni ce ne sono pochissimi: meno di uno su diecimila nella popolazione. Ad ogni modo non sono un genio della poesia e cedo il passo ai geni. Mi faccio da parte. Guarderò in disparte. Leggere poesia ed osservare la comunità poetica è una singolare e strana avventura.

Davide Morelli – 6/7 gennaio 2021

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