Ripartire da un riformismo conflittuale. Il discorso di D’Alema? un incentivo al confronto

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di Goffredo Bettini – 31 ottobre 2018

L’intervento di D’Alema su HuffPost ha il pregio di indagare sulla crisi della sinistra (di tutta la sinistra) in un arco di tempo lungo. Chiama in causa una intera classe dirigente che, a conti fatti, non è riuscita a essere all’altezza; e getta un allarme rispetto al precipitare attuale della situazione, segnata da un crollo elettorale dei progressisti e dallo sfondamento dell’antipolitica e della destra xenofoba e illiberale di Matteo Salvini. Ho apprezzato il tono, privo di asprezze inutili e volto a suscitare un confronto.

Tento di riassumere le questioni che più mi premono.

La crisi del nostro campo ha radici antiche. Un punto di svolta, secondo me, è il triennio che va dall’89 al ’92. Per vari motivi proprio in quella fase crollano le vecchie formazioni politiche di massa che avevano sorretto la Repubblica nel dopoguerra. La degenerazione del sistema politico era stata intuita da Berlinguer, già nell’81, ma le sue parole furono inascoltate e il cambiamento, cosa del tutto innaturale, fu determinato in seguito dalla magistratura e non dalla politica.

Si aprì un vuoto che anche la sinistra non valutò nelle sue drammatiche dimensioni. I partiti di massa, in particolare la Dc e il Pci, non erano stati solo ideologia, valori, azione amministrativa, lotta di massa nella società. Erano stati un collante fondamentale, pervasivo e multiforme, in grado di tenere uniti gli italiani e di rappresentarli.

È del tutto evidente che con Tangentopoli finiva, giustamente, una intera stagione della democrazia italiana. Proprio per questo, il compito della sinistra si sarebbe dovuto concentrare nel ricostruire, in forme nuove e adeguate ai tempi, un rapporto intimo, significativo e democratico tra le élite e il popolo.

Purtroppo questo sforzo non divenne la priorità del nostro lavoro. Si impose nella nostra agenda la necessità e volontà di andare al più presto al governo; non ci chiamavamo più comunisti e le inchieste dei magistrati ci avevano sostanzialmente lasciato illesi. Era, dunque, arrivato il momento dello sblocco del sistema politico e spettava a noi la direzione del Paese.

Capimmo nel ’94, con la schiacciante vittoria di Berlusconi, che il nostro obiettivo era in realtà una illusione. Esso si reggeva su trampoli incerti. In seguito abbiamo avuto anche vittorie e abbiamo gestito l’Italia; molto meglio degli altri e anche con risultati importanti. Ma nel profondo non siamo mai più riusciti a radicare i nostri valori, il nostro pensiero, la nostra cultura e le nostre forme organizzative e politiche.

Abbiamo navigato troppo a mezz’aria. Lo stesso D’Alema, in altre occasioni, in forma autocritica ha parlato di un “riformismo dall’alto“. Rende bene l’idea. Questo mentre nella società Berlusconi determinava il senso comune, le pratiche di vita e una sorta di interclassismo populista.

La cosa più grave, che oggi si è manifestata con inaspettata crudezza, è che la nostra dimensione del governo e del potere, e una forma partito vecchia e impermeabile ai cambiamenti, non ci hanno reso coscienti che la globalizzazione liberista in tutto il mondo, e in particolare in Italia, stava via via determinando l’apertura di una forbice sociale mai verificatasi nel passato. Negli ultimi vent’anni i ceti più deboli italiani hanno perso il 28% dei loro redditi mentre la parte più ricca è diventata ancora più ricca.

Questo sonnambulismo della sinistra si può ben vedere leggendo alcuni testi dei discorsi dei nostri fondamentali leader dall’89 a oggi. L’assillo di una maggiore giustizia sociale via via si attenua. Con il discorso di Renzi in Parlamento durante il suo insediamento come Primo Ministro, lo stesso termine “giustizia” scompare del tutto; se non riferito alla nomina di Andrea Orlando che di quel ministero si sarebbe dovuto occupare.

Il discorso di Renzi è anche stimolante e ricco di spunti. Ma è del tutto assente la preoccupazione di accorciare le distanze sociali. Non c’è alcuna coscienza della sofferenza e del dolore di un numero sempre crescente di italiani. Sono lacrime di coccodrillo quelle che si rammaricano del fatto che votano il Pd gli elettori dei Parioli e non quelli di Laurentino 38 o di Tor Bella Monaca.

La causa non è il fato maligno: è un asse programmatico e politico che ha scelto di guardare ai vincenti della globalizzazione, considerando effetti collaterali da attutire con politiche di alleggerimento l’aumento della povertà e la disgregazione di ciò che rimane di un tessuto di solidarietà. Per questo oggi è messa in discussione la stessa possibilità di esistenza di una sinistra critica e di cambiamento.

Non sono in gioco solo programmi da adeguare, correzioni tattiche o persino strategiche. È in gioco la stessa ragione storica che ci ha scaturito. La sinistra, infatti, nasce per il riscatto umano delle persone contro la prepotenza, l’offesa e lo sfruttamento. Se questa scintilla si spegne, si spegne la sinistra.

Da tanto tempo questo impegno si realizza nel conflitto democratico, in un processo graduale, pacifico e non violento. La storia ha dato conto di come le rivoluzioni violente e concentrate in un solo colpo hanno rovesciato i loro presupposti; diventando tirannie insopportabili e crudeli. L’ansia della liberazione, dunque, si è espressa nella libera dialettica della società, nel rispetto e nella valorizzazione del pluralismo delle idee e nella difesa ad oltranza della sacralità delle persone. Quell’ansia, tuttavia, non può essere cancellata. È il motore per l’emancipazione e per una più autentica e profonda libertà.

La domanda è molto semplice: tutto ciò è rimasto nella coscienza delle nostre classi dirigenti? È la misura delle scelte che esse compiono?

Sembra di no. Gli ultimi risultati elettorali evidenziano un dolore sociale non rappresentato. Persino non percepito, considerato marginale e recuperabile nell’ambito di una crescita delle parti più dinamiche, competitive e di talento della società italiana.

Questo lo abbiamo praticato in nome del riformismo. Parola fraintesa e usata così male da non nominare più niente. Ma se dopo decenni nei quali abbiamo anche governato lungamente noi, le distanze tra i ricchi e i poveri sono grandemente aumentate, che razza di riformismo abbiamo realizzato?

Occorre ridare senso al nostro linguaggio. Altrimenti esso stesso ci racchiuderà in un recinto elitario che non comunica più con la realtà e che diventa il gergo di una classe dirigente convinta di avere sempre ragione; accanitamente protesa a riaffermare il suo discorso con sempre maggiore foga dopo ogni sconfitta e replica della realtà, morbosamente attaccata al potere, nel quale ha investito tutta sé stessa.

Al prossimo congresso, dunque, non si tratta di rimpallarsi le colpe, di personalizzare le critiche, di modificare un aspetto o un altro della nostra condotta. Piuttosto si tratta di chiudere un’intera stagione politica che tra vittorie e sconfitte ha approdato comunque a un voto al Pd drammatico e a un disorientamento mai visto prima del nostro movimento.

Si tratta di cambiare la collocazione politica, le scelte programmatiche, l’impostazione culturale, la forma del partito che soprattutto con Renzi, dopo lo straordinario voto delle Europee, si sono sviluppate secondo una logica elitaria, di riformismo astratto, di comando personalistico e di feudalizzazione della nostra organizzazione nei territori.

Si tratta di riscoprire un riformismo conflittuale. Conflittuale perché radicato negli interessi in campo, consapevole della natura vorace e illimitata del capitalismo ordoliberista, ambizioso nel tentativo di umanizzare la globalizzazione.

La sinistra o ritrova l’empatia e la sincerità di una riscossa della debolezza, della fragilità, della paura per il futuro, del desiderio di una vita dignitosa per tutti e umanamente integra, o non sarà più il punto di riferimento di chi vuole migliorare il mondo. Ad altri spetterà in forme imprevedibili di interpretare il disagio e la speranza.

È del tutto evidente che ogni radicalità riformista dovrà misurarsi con l’Europa.

L’impeto sovranista è una tigre di carta. Ogni Stato europeo da solo sarà più fragile ed esposto alla potenza economica, commerciale e politica innanzitutto dei grandi Paesi asiatici. Ma questa Europa si è piegata ad una scelta tecnocratica, burocratica e semplicemente monetarista. Ha imposto la libertà dei mercati e l’austerità difendendo innanzitutto gli interessi della Germania.

È scomparsa la sua natura costituente, emancipatrice e sociale. Il perseguimento di una integrazione politica e di una capacità nuova di rappresentanza democratica. Il Pd dovrebbe sottolineare come il traccheggiamento o la stasi non è nelle cose possibili: o l’Europa sprofonda indietro nella disintegrazione o fa un salto coraggioso in avanti.

Comunque questo deve essere il sale della nostra battaglia elettorale alle prossime elezioni europee. Ritrovando un campo unitario di tutte le energie della sinistra, progressiste, ambientaliste; e di quelle impegnate nelle associazioni delle donne, sociali e territoriali al lavoro per una qualità superiore della società in cui viviamo. Un campo che deve cercare alleanze con tutte le diverse forze democratiche, liberali e che si battono contro il sovranismo, il nazionalismo e la destra.

Noi stessi, in Italia, da subito, dovremo pensare come smantellare il nostro assetto di partito per bonificarlo dalle tossine del correntismo, del personalismo narcisista, dell’ansia del potere, della lontananza della gente comune.

Abbiamo operato, purtroppo, una secessione delle élite. Siamo percepiti lontani e impegnati in conflitti e movimenti del tutto estranei agli interessi del popolo. Ho scritto ultimamente un libro dal titolo “Agorà”. Già in quella parola c’è un programma. Aprire spazi per i nostri iscritti, per gli elettori e i cittadini nei quali, in forme diverse, ci si possa incontrare, discutere e decidere. La sovranità deve ritornare alla base della piramide.

È un lavoro faticoso, “sporco”, di trincea ma è il solo che possa farci recuperare chi ci ha abbandonato per votare 5stelle o la Lega. Scorciatoie sono impraticabili. E servono tutte le idee che si possono mettere in campo. Non si deve sprecare nulla. Ecco perché il pacato e ragionevole discorso di D’Alema lo vedo come un segnale positivo da un mondo che sta fuori di noi ma che cerca una interlocuzione che rifiutare sarebbe borioso e improduttivo.