Salvador Puig Antich: il sogno spezzato dell’anarchia

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
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Quella notte Joan Miró non dorme, ha di fronte a sé i tre grandi quadri a cui sta lavorando in quei giorni di fine inverno, osserva i tratti neri e le grandi macchie di colore, dà gli ultimi colpi di pennello. Sono ormai finiti, e anche se i suoi occhi fissano quelle opere, la sua mente è rivolta a una piccola cella del Modelo, il grande carcere che si trova sul carrer d’Entença. In quella cella, la 443, chiamata “la cappella”, è rinchiuso un ragazzo di ventisei anni. Anche lui non sta dormendo e non stanno dormendo le guardie che lo devono sorvegliare a vista: è stato condotto in quella cella alle nove di sera, dopo aver abbracciato per l’ultima volta le sorelle e aver ringraziato l’avvocato che ha fatto di tutto per difenderlo. Alle nove di domani sarà eseguita la sua condanna a morte con la garrota.

Il suo nome è scritto su tutti i muri di Barcellona, nonostante la polizia cerchi di impedire quegli appelli clandestini. Ma la città è troppo grande e troppe persone vogliono che a quel ragazzo venga salvata la vita. Per alcune settimane hanno sperato che le loro proteste, sempre più estese, sempre più coraggiose, nonostante la repressione del regime, avrebbero portato almeno a sospendere la pena. Nel mese di gennaio sono state organizzate manifestazioni in diverse piazze di tutta la Spagna e anche nelle più grandi città d’Europa. Duemila studenti universitari hanno sfilato per le vie di Barcellona, portando al braccio una fascia nera, senza scandire alcuno slogan: ma il loro silenzio levava altissimo il proprio urlo. A metà gennaio un corteo di automobili che esponevano un drappo nero hanno percorso le strade della città catalana, si sono fermate al passeig de Fabra Puig, davanti alla sede del Banco Hispano-Americano, hanno bloccato il traffico e hanno cominciato a suonare, tutti insieme, i loro clacson. Il 2 febbraio di un anno prima il ragazzo che ora sta nella cella 443, seduto in auto proprio in quel punto della strada, aveva suonato il clacson per avvertire i compagni che stavano facendo un “esproprio” dell’arrivo della polizia. E dappertutto in città ci sono scritte, manifesti e volantini frettolosamente attaccati sui muri. Le persone non hanno paura di sottoscrivere appelli e di inviare telegrammi al governo per chiedere clemenza.
Ma il regime vuole una vittima. Anche come vendetta per l’uccisione da parte dell’Eta di Louis Carrero Blanco, il capo del governo, il 20 dicembre ’73. Franco vuole che quel ragazzo venga ucciso, non prende in considerazione gli appelli che riceve anche da governi “amici” e  quando Paolo VI lo chiama al telefono nel mese di febbraio, si fa negare. Il 1 marzo durante una seduta dell’esecutivo a cui partecipa lo stesso presidente si decide che l’indomani la condanna a morte sarà eseguita. Le forze di polizia e le milizie del regime vengono posizionate in modo da far fronte alla reazione popolare, in in tutti i punti strategici di Barcellona vengono predisposti dispositivi di sicurezza e i soldati restano consegnati nelle caserme. E’ una notte di attesa.
Tanti sono svegli quella notte, grigia e umida. Quelli che lo sono sempre: i fornai che preparano il pane, gli operai dei turni di notte, gli scaricatori che lavorano al porto, e quelli che sono rimasti svegli proprio quella notte, perché sperano o temono che succeda qualcosa. E tutti, sia quelli che sono sempre svegli sia quelli che lo sono soltanto quella notte, pensano a quel ragazzo chiuso nella cella 443. Nella “cappella” è sveglio Salvador Puig Antich, aspettando di essere ucciso.
Salvador è nato a Barcellona il 30 maggio 1948, il terzo dei sei figli di Joaquim, che aveva combattuto per la Repubblica, era stato costretto all’esilio e poi, al ritorno in Spagna, era stato condannato a morte, pena commutata poco prima dell’esecuzione. Salvador a sedici anni si avvicina agli anarchici e ben presto aderisce al Movimento Iberico di Liberazione, facendo parte della colonna armata. Partecipa a diverse rapine che servono al gruppo per trovare i soldi che vengono usati per aiutare gli operai licenziati perché contrari al regime e per stampare i propri giornali. I militanti del Mil sono convinti che la più importante azione rivoluzionaria sia quella di stampare e diffondere la propria propaganda; nessuno come loro, in così pochi mesi, pubblica tanti libri e riviste, sia con materiali scritti da loro che con traduzioni e ristampe. La loro prima grande rapina è stata in una tipografia e da allora le loro azioni sono sempre state legate alle “scadenze” editoriali. Anche perché i ragazzi – hanno tutti poco più di vent’anni – che formano il Mil – a differenza di altri gruppi che lottano contro la dittatura fascista di Franco – non si considerano un’avanguardia, ma vogliono che siano i lavoratori, tutti i lavoratori, a essere consapevoli della necessità di lottare per la libertà e per i diritti sociali ed economici. Sono anticapitalisti, il loro nemico non è solo il franchismo, ma soprattutto il capitale, vogliono partecipare alla guerra di classe e, pur essendo profondamente catalani, immersi nella loro comunità, non sono nazionalisti. Salvador e i suoi compagni del Mil sono dei veri anarchici e questa è anche la loro debolezza, perché rifiutano ogni forma troppo rigida di gerarchia, e questo finirà per renderli più vulnerabili agli attacchi del regime.
Contro il Mil la repressione è durissima. E si abbatte su un gruppo che è già indebolito dai propri problemi. Dopo aver passato alcuni mesi in Francia, Salvador torna a Barcellona nel settembre del 1973, si rifiuta di partecipare a rapine il cui unico scopo è quello di finanziare i compagni in clandestinità, alcuni dei quali sono ormai sbandati. Continua, per quanto può, ad aiutare le famiglie dei lavoratori che si oppongono al franchismo. Il 25 settembre, grazie alla confessione di un compagno che non ha resistito alle torture, la polizia organizza una retata per arrestare un altro componente del Mil , Xavier Garriga. I poliziotti non si aspettano che con lui ci sia anche Salvador: le fasi dell’arresto sono confuse e concitate. Salvador viene ferito due volte, di cui una al volto – il poliziotto che lo vuole uccidere sbaglia la mira – muore invece un giovanissimo subispettore della Brigada politica. Durante il processo, che si svolge davanti a una corte militare, Salvador ammette di aver esploso dei colpi di pistola, ma, essendo anche lui ferito, di non aver mirato al poliziotto, peraltro in borghese. L’accusa però è certa che il colpo mortale sia partito dalla pistola di Salvador, anche se non viene svolto alcun esame balistico. L’accusa chiede per Salvador due condanne a morte, una per la rapina al Banco Hispano-Americano in cui ha fatto il palo e una per l’omicidio di Francisco Anguas Barragán. Per entrambi i reati viene chiesta l’aggravante per “attentato contro l’unità della patria, l’integrità dei suoi territori e contro l’ordine costituito”. La sentenza viene emessa rapidamente: trent’anni per la rapina e la pena di morte per l’omicidio.


Alle 9.40 del 2 marzo 1974 il boia fissa l’anello di ferro della garrota intorno al collo di Salvador Puig Antich e stringe. La morte è veloce: come la ghigliottina, la garrota è un sistema per rendere più “umana” la condanna a morte. Nonostante i divieti, le ramblas si riempiono di persone che sfilano in silenzio sventolando le loro bandiere rosse e rosso-nere dell’anarchia, in molte chiese vengono celebrate delle messe, nell’ospedale civico centinaia di medici e infermieri vanno al lavoro indossando una fascia nera al braccio. Il 3 marzo il cadavere di Salvador viene tumulato nel cimitero di Montjuïc, la polizia ha l’ordine di disperdere la folla che vorrebbe assistere alla sepoltura: l’ordine è di arrestare chiunque porti un “fiore rosso”. In quel cimitero c’è anche la tomba di Buenaventura Durruti. 

Joan Miró ha finalmente capito a cosa sta lavorando: decide che quei tre quadri saranno intitolati La speranza del condannato a morte.