Sardine e girotondi: non c’è confronto. Se la politica bussa alla porta è come il destino, bisogna rispondere

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di Alfredo Morganti

“Non sono masse impolitiche, generiche, futili, banalmente ‘civili’, anti-partitiche nel senso in cui si è celebrato goffamente almeno dagli ’80. Come insegna Carl Schmitt è la natura del conflitto e la sua percezione esistenziale che fa di un fenomeno un fatto politico. La divsione amico-nemico. E in questo senso sono masse iper-politiche. Un partito di partiti e delle più varie socialità. Perché vedono bene il nemico (il blocco territoriale e gerarchico del sovranismo e la sua natura invasiva)”. Ha ragione Fausto Anderlini, che fa giustizia di tante chiacchiere in rete sulla presunta ‘impoliticità’ di queste donne e questi uomini denominati ‘sardine’. Che non vanno in piazza a fare le ‘vasche’ o lo struscio davanti alle vetrine, ma ad alzare un muro contro il nemico di destra, sovranista che incombe sull’Emilia e sul Paese. C’è chi ha persino avuto il coraggio di paragonare le sardine ai ‘girotondi’ di morettiana memoria. Con quale ardire?

Quelli facevano, appunto, i girotondi, non tracciavano una linea, un diaframma, non indicavano un nemico contro cui combattere. Sì, erano antiberlusconiani, ma dicevano pure ai dirigenti della sinistra ‘dite qualcosa di sinistra’, quasi l’avversario fossero loro, quei dirigenti, e non il partito di Arcore, delle tv commerciali, di Publitalia, delle leggi ad personam, dei contratti segreti. L’impolitico quel diaframma non lo traccia mai, esprime solo un generale disagio verso tutti, un fastidio intellettuale, quasi più verso ‘noi’ che verso il nemico vero. Certo che le sardine non esprimono un ‘partito’ in senso tradizionale, certo che non sono organizzati e non stendono dei programmi, certo che sono soprattutto società. Ma che vuol dire? Vorreste forse che non solo scendano in piazza, ma vi confezionino persino un partito con tanto di sedi, convegni, congressi, tessere, comitati centrali e diffusione dell’Unità? Vi piace vincere facile, eh? A quel che resta dei partiti spetta, allora, il compito di agire su queste soggettività sociali e politiche nello stesso tempo, stimolarne il fuoco, approfondire il diaframma contro il nemico. Non discettare. Esattamente quel che non si è fatto granché in questi anni di vuoto.

Prima o poi era ovvio che sarebbe emersa una singolarità forte, politica, una ruvidezza dei cittadini che si sarebbe opposta al ‘nemico’ e non avrebbe detto blandamente alla sinistra “dite una cosa di sinistra”, ma avrebbe chiesto ai dirigenti, agli intellettuali, alle élite politiche, alle organizzazioni restanti di costruire una ‘resistenza’, sollevare un argine, mettere a fuoco una identità, tracciare un diaframma, fare politica, agire, uscire dal bozzolo del pianto astratto per mettere in campo una prassi all’altezza dei tempi. Una singolarità che fa giustizia del galleggiamento e invoca, invece, una direzione di marcia alla nave. Chiara, decisa. Che oggi è un rimorchiatore e domani, chissà, potrebbe diventare una corazzata. E poi chi canta Bella Ciao è dei nostri, è un nostro “amico”, c’è poco da dire e c’è poco da fare.