Sardine fra la Via Emilia e il west

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di Fausto Anderlini

Che masse sono codeste ?

Intanto sono masse, meglio moltitudini. E non per caso hanno scelto la nuvola delle sardine per identificarsi. La densità è la loro cifra. Lo stringersi assieme di tutti gli individui di una specie. Per respingere una minaccia che li attenta. D’altro canto ogni massa, ogni identità, ogni formazione politica, si attiva quando una minaccia acquista un connotato esistenziale. Perché è in gioco la vita. Uno stile di vita.

Non sono un corteo, non sciamano. Piuttosto amano la concentrazione. Nel luogo centrale, la piazza, dove c’è spazio e ci si vede meglio. Come è stato per secoli e secoli. Il luogo simbolico della città, sacro e civile. Piazze che da molto tempo erano sguarnite e abbandonate ai soli eventi commerciali. Ormai dimentiche sia delle adunate politiche, sia delle consuetudini che facevano delle piazze un luogo comunitario di vita. E che ora vengono come ripopolate. Masse che si riprendono la piazza.

Sono masse spontanee e simultanee. La gente arriva direttamente da casa o da dove si trova in quel momento. Individui che dopo breve tragitto entrano direttamente nella massa, divenendone un granello. Non c’è apparato organizzativo nè rigonfiamento mediatico. Tutto avviene come alla chetichella. Col passaparola. Una massa fatta in casa con ingredienti nostrani. Neanche richiamata dalla campana a martello, ma convocata da improvvisati banditori che rullano sul tamburo del web entrando in ogni pc.

Sono masse orizzontali, sobriamente carnevalizie, conviviali e ugualitarie. Non c’è un palco, un oratore, un leader da celebrare col seguito dei dignitari. Non ci sono bandiere né simboli. Unico travestimento ammesso la sardina, come i guerrieri di Cromwell amavano farsi la testa rotonda come segno distintivo. Non c’è un discorso da ascoltare, Bensì un parlottio conviviale, dove ognuno dice la sua col vicino. ‘Anche tu qui ?’. Ogni elemento gerarchico e verticale è soppresso. Tutti uguali, fianco a fianco. Uniformi. Perché la massa stessa è la sua bandiera e il parlottio è il suo discorso. Un piacevole e amabile vocio di fondo, come in ogni sereno luogo pubblico fertilizzato dalle buone maniere. Nessuno al di sopra dell’altro.

Sono masse civiche, cioè socialmente sublimate. Che trascendono classi, ceti, interessi. Che vogliono soprattutto vivere e testimoniare uniformandosi come massa un’idea della città come comunità di diversità.

In queste masse c’è qualcosa di antico e di post-moderno. Il luogo, lo scenario, sotto la cattedrale, davanti al comune, rammentano la città tardo-medioevale agli albori del rinascimento. Crogiuolo di misticismo religioso e di blasfeme innovazioni tecniche e commerciali. La città che rende liberi e si costituisce come comunità politica. La città come dipinta da Ambrogio Lorenzetti e Francesco Francia. Che qui si ripropone, come a risorgere, nel mare indistinto delle grandi e anonime nebulose urbane. Il ritorno a quella dimensione soggettiva della città che è la grande invenzione dell’occidente. Da Isidoro di Siviglia a Max Weber.

Ma attenzione. Non sono masse impolitiche, generiche, futili, banalmente ‘civili’, anti-partitiche nel senso in cui si è celebrato goffamente almeno dagli ’80. Come insegna Carl Schmitt è la natura del conflitto e la sua percezione esistenziale che fa di un fenomeno un fatto politico. La divsione amico-nemico. E in questo senso sono masse iper-politiche. Un partito di partiti e delle più varie socialità. Perchè vedono bene il nemico (il blocco territoriale e gerarchico del sovranismo e la sua natura invasiva) e hanno chiaro il progetto da difendere e poromuovere: la città come comunità di diversità, la società come uguaglianza. Lo si chiami come si vuole. Io dico Socialismo urbano.

L’Emilia-Romagna è una straordinaria metropoli lineare di grandi città, ognuna distante dalla vicina non più di venti chilometri. Città, ognuna orgogliosa della propria identità, ma che marciano assieme. Non c’è nessuna regione che vanti analoga disposizione. L’Emilia-Romagna è una nazione di città. C’è una insorgenza politica. Battuto il nemico, rovesciate le bande lego-fasciste al di là del Po, bisognerà emancipare nuovamente i territori, le regioni, la nazione. Il socialismo nacque nelle campagne e poi colonizzò la città industriale traendola dal residuo cetuale e borghese in cui vegetava dall’età barocca. Ora il pendolo torna indietro. Sarà il socialismo urbano della città post-moderna a liberare il territorio. Ovunque c’è un campanile, una piazza, un aggregato di case, quello è un avamposto. Là è la nostra trincea.