Se in Europa vince Keynes

per Gabriella

 

di Laura Pennacchi da l’Unità 02 giugno 2014

 

La necessità di una svolta in senso keynesiano nella politica economica della Ue è indicata in modo chiaro dal risultato delle Europee del 25 maggio. Da mesi Prodi parla della opportunità per l’Europa di affidarsi a un «sano keynesismo». 

 

All’indomani del voto il premier Renzi ha invocato la possibilità di «una grande operazione keynesiana da 150 miliardi di euro di investimenti ». E ora il Governatore della Banca d’Italia Visco torna con forza su un argomento a lui caro: «Alla crescita della produttività, troppo a lungo stagnante, deve accompagnarsi quella della domanda, quindi dei redditi delle famiglie, da sostenere con nuove opportunità di lavoro». La chiave di volta si trova «nell’aumento degli investimenti fissi, che sono la cerniera tra domanda e offerta», calati in Italia del 27% dal 2007 riducendo la propensione ad investire di ben quattro punti negli ultimi sei anni. 

 

Sembra dunque in atto una convergenza nel reclamare «politiche di largo respiro» e una inversione della relazione tradizionale: non spingere la crescita per avere lavoro e investimenti, ma creare lavoro e investimenti per generare una crescita qualitativamente rinnovata. Si profila di fronte a noi una straordinaria occasione in cui l’Italia guidata da Renzi può giocare un ruolo cruciale. La vera risposta ai populismi antieuropei è infatti tornare a far spirare in Europa il vento della «riforma del capitalismo», nei termini in cui fu proposto negli anni 30 dal New Deal di Roosevelt, le iniziative dei socialdemocratici svedesi guidati da Myrdal, gli impulsi di Beveridge e dei laburisti inglesi, le teorie e le politiche di Keynes che individuano al centro del nuovo liberalismo, con cui sostituire il vecchio, le azioni umane non determinate dal profitto. 

 

Bisogna interrogarsi in modo radicale sul perché oggi si riproducano condizioni analoghe a quelle studiate da Keynes: mentre rimaniamo prigionieri della «trappola della liquidità », la distruzione di valore patrimoniale netto e l’illiquidità feriscono gli operatori, gli investimenti crollano anche se i profitti non flettono, la riduzione del reddito e la disoccupazione di massa scaturiscono dalla trasmissione delle turbolenze finanziarie all’economia reale e dalla deflazione da debito. Per evitare che le forze destabilizzanti prendano il sopravvento, l’ipotesi keynesiana della intrinseca instabilità del capitalismo prevede, anziché solo nuove regolazioni e liberalizzazioni, la necessità di uno stimolo fiscale pubblico di grandi dimensioni, quell’intervento diretto dello Stato che, preteso dai neoliberisti quando si tratta di salvare banche e operatori finanziari, per altre finalità si vorrebbe far «arretrare» con tagli di spesa e privatizzazioni.

 

Keynes consiglierebbe piani di spesa pubblica diretta per il lavoro e per gli investimenti, finanziati in disavanzo con nuova moneta, distinguendo tra debito «buono» (quello per nuovi investimenti) e debito «cattivo» (quello per spesa pubblica corrente improduttiva) e tenendo congiunti il lato della domanda e quello dell’offerta, tanto più in una fase di squilibri nelle capacità produttiva tra eccessi in alcuni settori e deficit in altri. Per Keynes solo un regime di pieno impiego dei fattori della produzione giustifica il principio del pareggio di bilancio, che non andrebbe mai inserito in Costituzione e che in ogni caso non può valere per gli investimenti pubblici, vero traino dello sviluppo economico in una fase in cui si tratta non solo di rilanciare la crescita ma di cambiarne la qualità e la natura. 

 

Il succo dell’insegnamento keynesiano, oggi, si può tradurre così: la retorica del primato del mercato ci ha portato nell’attuale cul de sac e alla drammatica sottoproduzione di beni pubblici e dissipazione di beni comuni indotte dal modello di sviluppo neoliberista. Le società moderne hanno straordinarie interdipendenze e bisogni collettivi, in esse molti scopi individuali possono essere raggiunti solo insieme ad altri e in maniera cooperativa. Si deve prendere atto del funzionamento potenzialmente pernicioso di alcuni aspetti del capitalismo e apprestarsi a vivere al meglio la fase presente, restituendo ai cittadini speranza e fiducia nel futuro. Per «beni pubblici », «esternalità» e «innovazione tecnologica e sociale», il mercato non ha buone soluzioni e, quando ne trova, è spesso troppo tardi (si pensi ai salvataggi pubblici avvenuti durante la crisi finanziaria del 2007-2008).

 

Proprio questo è il punto: il neoliberismo ha creato enormi diseguaglianze ed è sfociato in una enorme disoccupazione da un lato, in una terribile sottoproduzione di beni pubblici e in una grave generazione di esternalità negative dall’altro, con correlata dissipazione di beni comuni, a cui si può porre rimedio solo con un nuovo modello di sviluppo rispetto a cui, però, il mercato sa solo riprodurre lo statu quo. Di fronte a questi evidenti «fallimenti» del mercato, le forze neoliberiste trattano il problema dei beni pubblici cercando di trasformare tali beni in beni «privati » (per esempio, si oppongono al riciclaggio dei rifiuti con l’argomento che il costo del riciclaggio è superiore a quello dei materiali riciclati). Le forze democratiche, socialiste, ambientaliste, invece, considerano un’esternalità negativa anche l’insicurezza sul lavoro, esprimono una preferenza per i beni collettivi (come la salute, l’educazione, l’ambiente), sono scettici sull’abilità del mercato di perseguire interessi comuni in relazione soprattutto alla sua incapacità di portare a soluzione il problema dei beni pubblici. 

 

Così torna in campo Keynes: la keynesiana «socializzazione degli investimenti», destinata a riqualificare l’offerta e ad aumentarne la produttività, chiama in causa un nuovo modello di sviluppo, al tempo stesso sostenendo la domanda e riducendo nel tempo il rapporto debito/Pil. La keynesiana «socializzazione dell’occupazione» fa sì che l’operatore pubblico si doti di un Piano del lavoro per la miriade di obiettivi che attendono solo agenzie e strutture che se ne prendano cura: tecnologie verdi, energia, infrastrutture, trasporti, territori, città, salute, educazione, servizi sociali.

 

 

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