Jobs act, anzi cecità

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di Alfredo Morganti – 26 agosto 2016

Sguardi lunghi e sguardi corti, anzi cecità

C’è un rapporto della CGIL che mostra le cifre del jobs act. E spiega che nel 2015 il governo ha speso 6,1 miliardi di euro per circa 100.000 posti di lavoro aggiuntivi (dei quali il 60% a tempo determinato), rispetto agli 800.000 persi con la crisi. Nel 2016 e nel 2017 i costi pubblici, sempre secondo il sindacato, saranno rispettivamente di 8,3 e 7,8 miliardi di euro. La somma fa 22,3. La stessa CGIL ricorda che il suo Piano per il Lavoro sarebbe costato, per tre anni, 10 miliardi all’anno, con la stima di 740.000 nuovi posti di lavoro tra pubblici e privati. Si tratta di due strategie diverse. La prima è fatta di bonus, sgravi, mance e regalie pronta cassa. La seconda ha invece il passo lungo, e promuove investimenti. E se i bonus riempiono subito le tasche di qualcuno affinché possa spendere dei soldi o trarne dei vantaggi immediati (un terzo dello retribuzioni del jobs act sono soldi pubblici), gli investimenti in un piano per il lavoro sono meno visibili, meno spendibili, meno sondaggistici. Ma producono lavoro, consentono interventi mirati sul Paese, lavorano per il futuro. Certo, una jattura per chi misura tutto sul metro del presente, del ‘subito’, dell’adesso!

C’è differenza tra immaginare la politica come un bancomat, dove inserisci i bonus e le prebende, e ne trai vantaggi in termini di consenso – e pensarla invece come un lavoro di lenta ma progressiva trasformazione delle strutture profonde del Paese e del potere. Nel primo caso l’effetto immediato è la conservazione dell’esistente, degli attuali assetti, delle stesse oligarchie al comando. Altro che ‘cambiamento’. Non a caso la Confindustria loda il jobs act, perché distribuisce soldi e prebende senza toccare di un passo i rapporti di potere, anzi spostandoli a vantaggio di chi già li detiene (vista la parallela cancellazione delle tutele sul lavoro). Nel secondo caso, invece, si avvia una strategia medio-lunga di concreta modificazione dello stato di cose. La spia è nella qualità e quantità del lavoro: se cresce in entrambi i sensi vuol dire che effettivamente le cose cambiano. Effettivamente si sposta potere. Se no, no. Ma perché le cose cambino è necessario che chi governa abbia uno sguardo lungo, sappia calcolare gli effetti a lungo termine delle proprie scelte, non contentarsi oggi di uno zero virgola in più (nei sondaggi, nelle urne, nella propria visibilità, nel proprio consenso). Che poi, se davvero si tratta di un politico miope e calcolatore, scaltro e furbo, quegli zero virgola cessano presto di essere positivi per intraprendere una inesorabile curva negativa. Sinché le stelle non diverranno stalle. E lo sguardo corto si tramuterà in cecità assoluta.