I simboli, la sinistra e le foglioline

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 12 dicembre 2017

Mi vergogno un po’ a far parte di un Paese dove, dinanzi a un processo di unificazione a sinistra (per ora una lista, domani la prospettiva di un partito nuovo), ci si limita ad aprire fronti francamente risibili su simboli, immagini e nomi. Mi aspetto invece tanta sostanza in più, anche perché la sinistra perde proprio sulla sostanza, non sulle foglioline o sul colore amaranto. A chi mi dice che la lingua, il linguaggio, i simboli sono tutto e dunque si tratta di prestare loro molta attenzione, rispondo che sì, che vorrei vedere!, che ho dedicato al tema almeno trent’anni di lavoro e di studio (dalla prima lettura di Ferdinand de Saussurre nel 1977 a oggi), ma che la coscienza politica e la struttura culturale e la fisiologia sociale, non possono nascondersi dietro l’indice del linguaggio come ‘pastore dell’Essere’ o come inconscio o come forma di vita. È come giocare a guardie e ladri armati di nulla. Come scambiare la filosofia o la critica o la letteratura per politica tout court. Come dire che tutto è pubblicità. E dirlo per di più da utenti, non da creativi. Si fa presto ad annunciare che la sinistra per tre decenni ha fatto solo comunicazione, si è venduta alla globalizzazione, si è rappresentata astrattamente rispetto alla sofferenza dei soggetti sociali e alle disuguaglianze crescenti, per poi concentrarsi su un simbolo traendone ogni pessimo auspicio, nonché polemiche a buffo e finanche sopra le righe.

Che cos’è la sinistra oggi? Uno stuolo di filosofi del linguaggio? Una squadra di pubblicitari? Psicoanalisti intenti a sceverare un inconscio politico-linguistico? Aruspici? Utenti social? Una specie di salotto diffuso? Un esercito di critici che non sa più cosa significhi militanza? Scrittori alla ribalta? Voci disincarnate, ridotte a fare i ventriloqui su facebook (io per primo)? Il linguaggio è un sistema di regole, è un’istituzione convenzionale, è simbologia che unifica e divide, è un’interpretazione del mondo, è un’arma critica, è un fatto storico, è spirito di un popolo, è comunicazione, è relazione, è la sede dei nostri misteri profondi, è tante cose ancora. Ma non esaurisce nulla della grandezza vitale, spiega appena in parte le sofferenze materiali, non pareggia gli abissi sociali, non cambia il mondo, semmai interpretandolo lo conferma nel suo status e nelle sue strutture di fondo.

Si fanno belle campagne di comunicazione, col linguaggio e con i suoi guru, ma sono gli atti politici, sono i corpi, sono le vite, le esperienze, le distanze, le soglie che si allontanano, le relazioni che si perdono, le intelligenze sprecate o alla deriva, sono le organizzazioni umane, le coscienze sociali, le istituzioni rappresentative, gli Stati e le ‘forze’ politiche, i milioni di donne e uomini che militano, quelli che avanzano richieste, propongono soluzioni, lottano, cantano, si battono e muoiono o vivono per trasformare il mondo, sono queste cose a contare. E non saranno le chiacchiere sui simboli e le agenzie di comunicazione e i salotti letterari e il mondo come foresta di simboli e le pagine pur belle della letteratura a spostare alcunché davvero. L’invito a passare dall’interpretazione al cambiamento, dalla critica alla prassi è vecchia davvero. Quasi stantia.