Sopravvivere e testimoniare l’orrore: Germaine Tillion e Lidia Rolfi Beccaria ricordate a Fossano

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di Stefano Casarino – 27 gennaio 2019

Troppo spesso parliamo di storia al maschile.

Benvenute, allora, le opportunità di leggerla al femminile, di incontrare figure di donne protagoniste del loro tempo.

Incontrare, ma anche “rincontrare”: come è appunto avvenuto il pomeriggio di venerdì 25 gennaio alla Sala Rossa del Comune di Fossano, per un importante appuntamento culturale nell’ambito delle manifestazioni per il Giorno della Memoria.

Titolo dell’iniziativa: Sul filo della memoria. Lidia Beccaria Rolfi e Germaine Tillion: l’incrocio di due destini; cioè, esattamente lo stesso titolo del Convegno tenutosi il 27 aprile dell’anno scorso nella Sala Ghislieri a Mondovì.

Questa volta, però, una sola voce ha meravigliosamente intrattenuto il numerosissimo pubblico stipato nella Sala – nonostante la continua aggiunta di sedie, tanta gente e, cosa davvero consolante di questi tempi, tantissimi giovani sono rimasti in piedi per tutta la durata dell’incontro –: quella, elegantemente intensa, della Prof.ssa Yvonne Fracassetti Brondino.

A fare gli onori di casa, l’Assessore alla Cultura, Prof. Paolo Cortese: con garbata incisività, ha introdotto il tema richiamando l’attenzione di tutti non solo al dovere della memoria ma anche alla presevervazione, sempre e comunque, della dignità della persona umana, prima e oltre ogni altra considerazione (tema particolarmente sensibile e attuale).

L’espozione dell’articolata relazione è stata arricchita dalla lettura di molti testi, in italiano (quelli di Lidia) e in francese (quelli di Germaine), letti con competente bravura da alcune alunne fossanesi, meritatamente applaudite alla conclusione di ogni brano.

La relatrice ha esplicitato l’intento dell’incontro: superare la commemorazione “localistica” e “internazionalizzare” il ricordo, offrendo una visione parallela e completa della storia esistenziale di due Signore, una italiana e l’altra francese, diverse come sensibilità e come carattere ma accomunate da una sorte tremenda.

Due destini incrociati, si è detto.

Lidia (1925 – 1996): maestra elementare di soli diciotto anni quando divenne staffetta partigiana e fu arrestata dai fascisti e consegnata ai nazisti; inizialmente timida ed introversa, isolata e malvista dalle compagne di prigionia di altri Paesi, perché “colpevole” di essere italiana.

Germaine (1907-2008): etnologa con importanti esperienze di ricerca (ben quattro soggiorni in Algeria, al 1931 al 1940), al suo rientro in Francia divenne subito uno dei capi della Resistenza francese; fu arrestata a trentacinque anni su delazione di un prete collaborazionista e deportata in Germania.

In comune, la giovanissima Lidia e la più adulta Germaine ebbero la detenzione nello stesso Lager, Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista.

Lì non ebbero modo di incontarsi e vissero quell’orrenda esperienza in modo completamente diverso.

A Ravensbrück la professoressa francese continuò ad esercitare una formidabile presa intellettuale sulla realtà del campo e sulle sue compagne di prigionia: prendeva continuamente appunti, su qualunque materiale scrivibile; voleva assolutamente capire e far capire la logica di quell’orrore; scrisse persino un’operetta per tener alto il morale delle detenute, Le Verfügbar aux Enfers, sul modello dell’ Orphée aux Enfers di J. Offenbach. Appena tornata a casa, denunciò l’orrore visto e vissuto, scrivendo subito il suo libro Ravensbrück (1948, ne fece ben tre edizioni), si reinserì nella vita intellettuale, sociale e politica del suo Paese, non cessò mai di prendere posizioni nette, improntate ad un rigoroso senso etico che la indusse a denunciare i crimini dello stalinismo e del colonialismo francese, rendendola temuta ed invisa a non pochi potenti.

A Ravensbrück la maestra italiana dovette superare l’iniziale isolamento dovuto alla sua ignoranza delle lingue; si mise a imparare francese, stimolata, anzi incalzata dalle compagne più politicizzate; imparò a resistere alla disumanizzazione che i nazisti scientemente imponevano, a tenersi in ordine, a lavarsi, a non perdere mai la propria dignità. Molto più difficile per lei fu il resinserimento nella normalità, una volta tornata a casa: vittima della diffidenza della gente del paese, senza nessuna voglia di parlare della sua esperienza, sia per il terrore di riviverla raccontandola che per la paura di non essere creduta. Cambiò idea nel 1956 con la Mostra sulla Deportazione organizzata a Torino: incontrò e diventò amica di Primo Levi, nacque in lei la missione della testimonianza e nel 1976 uscì Le donne di Ravensbrück: si trasformò in un’appassionata oratrice, divenne “la maestra socialista” di Mondovì e la sua casa, aperta a tutti e in particolare ai giovani, fu un centro di discussioni e di dibattiti politici.

Due modi diversissimi di affrontare l’orrore: la prima conservò un’impressionante coerenza di studiosa e di politica; la seconda modificò sensibilmente il proprio carattere.

Al “veleno del Lager”, per usare un’espressione di Primo Levi, la prima reagì con gli anticorpi naturali di cultura e di passione scientifica; la seconda se li fabbrificò progressivamente, grazie alla capacità di solidarizzare con le compagne e di saper trasformare l’ammutolimento in denuncia.

La forza confermata e potenziata di Germaine Tillion e la fragilità mutatasi in risolutezza di Lidia Rolfi Beccaria: tutto questo è stato brillantemente evidenziato da Yvonne Fracassetti Brondino, che ha però voluto soffermarsi un po’ di più su alcune affermazioni della Tillion.

Mi limito qui a due: il richiamo (che a me suona attualissimo) al fatto che “nessun popolo è al riparo da un disastro morale collettivo” e il dovere di “non essere ambiziosi per sé, ma di esserlo per l’umanità”, sentendosi sempre e comunque parte di un tutto.

L’armatura, la corrazza per non farsi scalfire dall’ignoranza, dai pregiudizi, dall’intolleranza e dal razzismo è sempre e soltanto la cultura: un messaggio chiaro ed importante, che deve diventare prassi quotidiana e non sporadica occasione di veloce riflessione.

Lo ha rimarcato benissimo il breve intervento conclusivo del Prof. Cortese, che ha affermato che si intraprende la strada del totalitarismo quando si cominciano a usare scorrettamente e a manipolare le parole e a impiegare slogan che vogliono sintetizzare in modo semplicistico (e per ciò stesso erroneo) la risposta a problemi complessi., che non si lasciano certo risolvere con un tweet!

“Un uso scorretto del linguaggio fa male all’anima” diceva Platone.

Noi possiamo e dobbiamo aggiungere che la storia del “secolo breve”, del Novecento, ci insegna che ciò ha determinato e può benissimo sempre determinare conseguenze gravissime nella storia dei popoli.