Sparta e il buon governo

per Emanuele Cherchi
Autore originale del testo: Emanuele Cherchi

di Emanuele Cherchi  4 maggio 2015

Ho appena finito leggere il libro “Gli Spartani” di J.T. Hooker (1984, Bompiani) e mi è venuto da riflettere sul tratto principale di Sparta: la Costituzione.

Per intenderci, Sparta nel secoli bui dell’antica Grecia era una città come tante altre, con artigiani, poeti e artisti, ma dopo l’avvento di Licurgo si trasforma in uno stato militarizzato e si impone all’estero come fomentatrice dei regimi alternativi alla tirranide (si pensi all’intervento ad Atene per cacciare Ippia).

Ad Atene si sviluppa in seguito un regime democratico in cui le cariche diventano sorteggiabili (solo un centinaio di ruoli erano ad elezione su oltre mille) e secondo Aristotele questo è il regime migliore in quanto tutti i cittadini potevano ottenere un incarico pubblico, senza dover investire denaro nella propria elezione o avere l’appoggio di personaggi influenti. Di fatto, le cariche per cui si votava erano quelle relative alla guida dell’esercito e della marina, dove si pensava che gli ateniesi non avrebbero votato per simpatia ma a favore dei loro conpatrioti più valorosi e meglio preparati…

La costituzione di Sparta è molto diversa: quando andavo a scuola si diceva fosse aristocratica, che altro non vuol dire che governavano i “migliori”: ma ricordiamo che fino alla Rivoluzione Francese aristocratico era un termine quasi solo positivo.

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In realtà qualche anno fa ho trovato in un libro che parlava della civiltà greca un termine meno ambiguo: isocrazia. Cosa significa? Governo tra pari. A Sparta la guida militare spettava ai due Re nominati per diritto ereditario in due dinastie differenti di Eraclidi (i discendenti di Ercole, quello delle dodici fatiche) ed erano affiancati da un assemblea di vegliardi (dovevano avere più di 60 anni e restavano in carica a vita) scelti per acclamazione e controllati da 5 magistrati chiamati efori eletti ogni anno. Gli efori diventarono via via più potenti degli stessi Re. Come vedete, è una costituzione mista in cui l’ultima parola spetta all’assemblea generale che, a differenza dell’eclesia ateniese, si riuniva poce volte l’anno e decideva sulle cose principali.

Il regime spartano vietava agli spartiati di possedere oro e argento e Licurgo divise le terre, prima di proprietà dei ricchi, in 9.000 appezzamenti di terreno, uno per ogni cittadino (anche se in seguito non si vietò che più appezzamenti finissero nelle mani di uno solo). Gli Spartiati non coltivavano la terra facendosi sostituire da una classe di quasi schiavi chiamata iloti e si dedicavano solo a prepararsi per la guerra. Di fatto, questo il loro punto debole in quanto la terra dei morti non passava a tutti i figli, quindi c’era uno Spartano che poteva passare la cittadinanza a un solo figlio perché aveva solo un appezzamento di terra e uno Spartano ricco che pur avendo più terreni e più figli lasciava la terra comunque (a suo piacimento) a uno togliendo la cittadinanza a tutti gli altri. Socrate nella “Repubblica” delinea uno stato ben governato parlando della capitale della Laconia dove uno nasceva spartiate e poteva essere declassato per vigliaccheria o per dissolutezza (gli Spartani erano come i tedeschi di oggi, in casa ben educati e in vacanza in Italia sporcaccioni). Fuori da Sparta i soldati, ma soprattutto i condottieri, si facevano corrompere dal lusso degli altri stati.

Comunque, se Socrate mostra di apprezzare il governo popolare di Sparta non ne apprezza le asprezze di stato-caserma, infatti nel suo stato mette i custodi a un livello superiore ai guerrieri e accetta gli artigiani all’interno della città (a differenza della città di Elena e Menelao), tentando in questo modo di abbinare la bella costituzione spartana con l’arte degli ateniesi.

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