Che succede se usciamo dall’euro?

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da keyneblog, 8 ottobre 2016

Il manifesto ha pubblicato ieri l’articolo che riportiamo qui di seguito. Seguono tre brevi note (nostre).

L’articolo di Giorgio Lunghini (il manifesto il 23 settembre) e la replica di Sergio Cesaratto et al. (30 settembre) hanno il merito di riaprire la discussione sulle conseguenze dell’uscita dall’euro. Un dibattito spesso condito da eccessive semplificazioni. Per questo ci pare che concentrarsi sulle cifre riportate da Lunghini sia un esercizio poco interessante. Difatti, anche se tali previsioni si rivelassero eccezionalmente esagerate, ci troveremmo comunque di fronte ad un evento di proporzioni significative, per usare un eufemismo. Piuttosto, è il ragionamento economico che andrebbe approfondito, e a questo vorremmo contribuire.

I fautori dell’uscita dall’euro ci pare sottovalutino gli effetti finanziari che essa comporterebbe. L’Italia (ma lo stesso potrebbe dirsi di altri paesi periferici) è troppo grande e troppo interconnessa finanziariamente per lasciare la moneta unica senza che ciò comporti un effetto domino nel resto d’Europa. È facilmente prevedibile che l’euro cesserebbe di esistere in breve tempo, attraverso un collasso dei sistemi bancari dell’eurozona ben più dirompente di quello che abbiamo visto nel 2007/2008.

Uno storico dell’economia molto attento come Barry Eichengreen ha definito l’eventuale crollo dell’euro una “Lehman Brothers al quadrato”. Parliamo in effetti di un evento senza precedenti storici paragonabili: la sparizione della moneta unica di una delle principali aree economiche e la seconda valuta di riserva del mondo, non la fine di un semplice accordo di cambio fisso. Persino economisti pure favorevoli allo smantellamento dell’euro sono ben coscienti di questo problema. In uno studio elaborato per il premio Wolfson del 2012, Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura hanno analizzato le interconnessioni finanziarie create dalla moneta unica, concludendo che una rottura disordinata dell’eurozona eccederebbe “per un ampio margine” quanto accaduto in passato negli episodi di uscita da regimi monetari, a causa dell’“enorme dimensione delle attività e delle obbligazioni denominate in euro”. Aggiungono che l’“ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. E concludono che “la più probabile implicazione tale processo sarebbe un completo congelamento del sistema finanziario, non solo nella zona euro, ma anche a livello mondiale” con inevitabili ripercussioni sull’economia reale per un periodo prolungato.

Mentre sottovalutano le implicazioni finanziarie, i favorevoli all’uscita dall’euro sopravvalutano la capacità delle svalutazioni di offrire un più ampio margine alla politica economica discrezionale. L’esperienza recente, in particolare degli ultimi cinque anni, suggerisce il contrario. Dal Giappone all’Argentina, dal Regno Unito al Brasile, il deprezzamento del cambio non ha spinto le esportazioni (o almeno non abbastanza) e non ha favorito le produzioni nazionali. Non raramente si è prodotto l’effetto opposto, anche a causa della ricaduta depressiva sugli stati patrimoniali di banche e imprese provocata dal deprezzamento stesso.

Rimosso l’euro, ci ritroveremmo quindi comunque in un vincolo esterno di domanda estera (esacerbato dalla crisi finanziaria conseguente) che difficilmente ci permetterebbe di perseguire politiche espansive, una volta tolto il cordone ombelicale con la Bce e senza più accesso ai mercati di capitali.

Né possiamo illuderci di proteggere i salari: anche tra coloro che propongono l’uscita dall’euro c’è chi onestamente non nasconde che i salari reali dovrebbero pagarne il prezzo se si vuole almeno provare ad avvantaggiarsi sul lato della competitività di prezzo, senza contare che saremmo in una situazione nella quale dovremmo cercare di evitare che la nuova moneta nazionale sprofondi sotto la pressione dei mercati, che anticiperebbero ogni tendenza inflattiva con ulteriori svalutazioni.

L’effetto sul piano politico più probabile di una deflagrazione dell’eurozona sarebbe il collasso della stessa Unione europea e del mercato unico: una parte rilevante dei paesi ai quali ambiremmo esportare potrebbero quindi adottare politiche protezionistiche, rendendo ancor più complesso il compito di mantenere l’equilibrio esterno.
Certamente possiamo immaginare soluzioni (invero parziali) come dissoluzioni cooperative dell’eurozona, magari in due parti come propone Stiglitz, e tuttavia dobbiamo essere coscienti che si tratta di scenari improbabili che richiedono una cooperazione che travalica quella che sarebbe necessaria ad “aggiustare” l’euro in corsa.

Questi sono gli elementi da considerare se si vuole fare un’analisi prudente ed evitare l’errore di credere che, usciti dall’euro, usciremmo dall’austerità e dal liberismo, di cui l’euro è solo una delle innumerevoli manifestazioni.

Leonardo Becchetti, Mauro Gallegati, Guido Iodice, Daniela Palma, Francesco Saraceno, Leonello Tronti

Nota n.1: l’overshooting neoliberista?

Per motivi di spazio non vi è stato modo di replicare ad un argomento di Cesaratto et al. secondo i quali:

“L’idea che i riallineamenti del cambio oltrepassino il nuovo equilibrio (overshooting), per cui una perdita di competitività del 30% porterebbe a una svalutazione del 50%, è propria dei modelli economici neoliberisti, che non trovano grande riscontro in pratica.”

Ovviamente non è così. L’overshooting, ovvero il deprezzamento del tasso di cambio oltre quanto richiederebbero i “fondamentali”, fu introdotto nell’economia mainstream da Rudi Dornbusch (1976) per spiegare l’eccessiva volatilità dei cambi dopo la fine del sistema di Bretton Woods, tramite un modello basato sulla sintesi neoclassica-keynesiana. Ma il punto è che l’overshooting è un fenomeno reale che Dornbusch cercò di spiegare con gli strumenti in cui credeva. Non diventa falso o “neoliberista” per questo. E la spiegazione keynesiana del fenomeno la dà Keynes stesso nel capitolo XII della Teoria Generale, quando spiega che i prezzi sui mercati finanziari hanno spesso poco a che fare con i “fondamentali” e molto con le aspettative che si formano sui mercati, indipendentemente da essi:

“…l’investimento professionale può essere paragonato a quei concorsi dei giornali, nei quali i concorrenti devono scegliere i sei volti più graziosi fra un centinaio di fotografie, e nei quali vince il premio il concorrente che si è più avvicinato, con la sua scelta, alla media fra tutte le risposte; cosicché ciascun concorrente deve scegliere, non quei volti che egli ritenga più graziosi, ma quelli che ritiene più probabile attirino i gusti degli altri concorrenti, i quali a loro volta affrontano tutti quanti il problema dallo stesso punto di vista. Non si tratta di scegliere quelli che, giudicati obiettivamente, sono realmente i più graziosi, e nemmeno quelli che una genuina opinione media ritenga i più graziosi. Abbiamo raggiunto il terzo grado, nel quale la nostra intelligenza è rivolta ad indovinare come l’opinione media immagina che sia fatta l’opinione media medesima. E credo che vi siano alcuni i quali praticano il quarto, il quinto grado e oltre.”

Quello che Keynes scriveva per i mercati azionari e obbligazionari vale evidentemente anche per quelli valutari. Per questo James Tobin propose di applicare la tassa che Keynes aveva pensato per le transazioni in borsa proprio alle valute.

Nota 2: la (non) sparizione delle riserve

Il prof. Alberto Bagnai ha dedicato all’articolo da noi firmato un post sul suo blog, peraltro non non citando gli autori. Il titolo del post di Bagnai è Quelli che “le riserve si vaporizzerebbero”…
La frase tra virgolette non è contenuta nell’articolo e tanto basterebbe. Comunque il prof. Bagnai si dilunga in una confutazione di questa frase:

“Parliamo in effetti di un evento senza precedenti storici paragonabili: la sparizione della moneta unica di una delle principali aree economiche e la seconda valuta di riserva del mondo”

spiegando che siccome in genere le riserve non sono detenute in moneta ma in titoli, se l’euro sparisse non succederebbe nulla di problematico. Ma come chiunque onesto intellettualmente dovrebbe capire, nessuno ha parlato di sparizione di pezzi di carta o di monete metalliche dalle banche centrali. Il punto è che l’importanza dell’euro come valuta di riserva è un sintomo dell’intreccio finanziario dell’eurozona con il resto del mondo, come sottolineano Nordvig e Firoozye nel loro articolo che sulle modalità di uscita dall’euro:

“From either perspective, the Euro is inextricably intertwined with global markets. The Euro is a principal reserve and trading currency and a significant portion of securities issuance in Euro is completed under foreign law.” 

Per inciso Jens Nordvig è cofirmatario, insieme a Bagnai, di un “manifesto di solidarietà europea” in cui si afferma, tra l’altro, che se un paese periferico uscisse dall’euro incorrerebbe nel

“rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi.”

Ci pare evidente che esistano due tipi di noeuro. Quelli che conoscono la finanza e quelli che non la conoscono o fanno finta di non conoscerla. I primi ci offrono ottimi argomenti sul perché l’uscita unilaterale dall’euro potrebbe rivelarsi una cura peggiore del male. I secondi ci offrono prevalentemente argomenti di propaganda e pochi ragionamenti economici.

Nota 3. Lo smantellamento devastante…

Bagnai ci avvisa che al suo prossimo convegno parteciperà Brigitte Granville, “la donna che era nel team di Jeff Sachs a smantellare l’area del rublo” (gran parte di quei paesi entrarono poi nell’UE e alcuni successivamente nell’euro…). Bene, che dice Jeffrey Sachs sull’uscita dall’euro?

«E’ obbligatorio salvarlo, non avete scelta: per ragioni economiche, altrimenti scoppia una devastante recessione mondiale; e per ragioni politiche, perché se salta la moneta unica tornano i fantasmi degli Anni Trenta». [fonte: La Stampa]