Tartufo e tartufi

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di Luca Billi, 3 gennaio 2019

A leggere molti dei commenti in rete, sembra che il difetto principale della finanziaria del governo pentaleghista sia la riduzione dell’Iva dal 10 al 5% sul tartufo fresco e dal 22 al 10% sui prodotti lavorati come creme e sughi. Per favore, non facciamoci distrarre. Sono stati bravi i parlamentari piemontesi della Lega a “infilare” questa norma tra un comma e l’altro del “corpaccione” illeggibile della manovra – che nessuno ha letto e che nessuno avrebbe letto, neppure se avessero avuto tutto il tempo del mondo – in modo da tutelare gli interessi di chi commercia uno dei prodotti di punta della gastronomia italiana.
Sempre a proposito di aliquote Iva, manca ancora – e immagino mancherà per un bel pezzo – la riduzione di quella sugli assorbenti, ma evidentemente non ci sono parlamentari che se ne occupino con la stessa determinazione di quelli che hanno a cuore le sorti del tartufo e soprattutto non ci sono elettori a cui importi. Mentre ci sono quelli che hanno bisogno della riduzione dell’Iva sui tartufi, che quindi hanno fatto lobby, hanno eletto i deputati capaci di ottenere quel risultato e verosimilmente li rivoteranno. La politica è anche questa cosa qui. Non scandalizziamoci: è utile che sia anche questa cosa qui. E’ un problema quando è solo questo.
La cosa significativa – e che dovrebbe preoccuparci – su questa vicenda del tartufo non è tanto che la finanziaria abbia ridotto l’aliquota Iva – una misura tutto sommato giusta – ma proprio il fatto che nella finanziaria ci sia un provvedimento del genere. E’ il segnale che il governo del cambiamento non ha cambiato proprio nulla. La finanziaria, al di là del ministro di turno, al di là della maggioranza mutevole, viene scritta nelle sue linee essenziali in altri sedi e alla politica italiana – ma credo che ormai succeda qualcosa del genere anche negli altri paesi europei – rimane solo di curare i dettagli. Appunto come l’aliquota sul tartufo.
Giustamente è stata alzata una canea perché questa finanziaria è stata approvata di corsa, senza che i parlamentari ne conoscessero il testo – probabilmente il testo non c’era nemmeno quando è stata approvata – e ovviamente senza discuterne. E’ vero la forma è stata gravemente violata – e in politica la forma conta. Ma anche se il parlamento avesse avuto il tempo per discutere, il testo non sarebbe cambiato, perché questa manovra – come quelle degli anni precedenti – è nata da un accordo tra il governo italiano e le autorità europee. O meglio è stata imposta nelle sue linee essenziali da queste al nostro governo. In questa situazione pensate davvero che ci fosse lo spazio per ridiscutere un accordo? No, l’unica possibilità era quella di mettersi d’accordo sulle minuzie: tu accetti di abbassare l’Iva sui tartufi e in cambio abbassiamo anche quella sul latte di bufala per fare la mozzarella. O cose così. Non fondamentali per le nostre vite, per quanto importanti per i produttori di creme al tartufo e di mozzarelle. Che la manovra debba essere finanziata più dalla tassazione indiretta che da quella diretta, ossia dai poveri che dai ricchi, non l’ha deciso questo governo – e neppure quelli precedenti – ma quei poteri che, non essendo eletti, sono diretta espressione del capitale. Che le pensioni debbano ridotte, che lo stato sociale debba essere drasticamente ridimensionato, che il pubblico impiego debba essere compresso, non lo decide questo governo, ma chi vuole costruire un paese diverso.
Anche istituzionalmente. Due anni fa abbiamo vinto una battaglia importante affinché non fosse cancellato il senato dalla nostra Costituzione: è stata una vittoria importante, perché – come ho detto prima – in politica conta anche la forma. Ma evidentemente hanno vinto quelli che volevano farci votare sì, visto che il senato e la camera sono diventati così palesamente inutili. Le riforme si fanno così nel nuovo secolo: non serve modificare la Costituzione, basta non applicarla. per molto tempo e alla fine ci si dimentica perfino di quello che c’è scritto.
In italiano conosciamo come Tartufo una delle più celebri commedie di Molière, “Tartuffe ou l’Imposteur”. Tartufo è un bugiardo che, fingendosi virtuoso e saggio, è riuscito a installarsi nella casa di Orgon, diventandone a poco a poco il padrone. Tartufo, millantando modestia e disinteresse, riesce a ereditare la fortuna dei suoi benefattori. Adesso vediamo rappresentata una versione di questa commedia in cinque atti, scritta da Molière su indicazione dello stesso re, per superarne la censura. Alla fine di questa versione Tartufo viene scoperto e cacciato. Molière invece, nella versione originale del 1664, termina la storia con la vittoria di Tartufo che, sposando la figlia di Orgon, ottiene la ricchezza a cui ha sempre aspirato. Ma Tartufo – ci racconta il commediografo – non vince per le sue capacità, ma per la stupidità e l’insipienza di chi si vuol far truffare. Vi ricorda qualcosa questa storia?
Ma c’è una differenza tra quello che succede oggi e quello che viene raccontato da Molière. Dice Tartufo: “È il pubblico scandalo ad offendere: peccare in silenzio è non peccare affatto.”
Oggi Tartufo può tranquillamente peccare sui social.