Le nostre Regioni e i pasticci da evitare

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di Sabino Cassese -28 dicembre 2018

Un autorevole esponente della Lega, componente del governo, ha dichiarato che, se l’autonomia differenziata per le regioni del Nord non passa per il 15 febbraio, cade il governo. Una parlamentare del M5S ha affermato il contrario: se passa, cade il governo, perché si lascerebbe andare il Sud alla deriva. Il presidente del Veneto ha dichiarato che l’autonomia differenziata è «vera epocale pagina di storia». I sindacati si sono dichiarati contrari. C’è chi invoca una nuova stagione del regionalismo, lamentando il centralismo. Chi, all’opposto chiama l’autonomia differenziata la «secessione dei ricchi».

Si apre, dunque, un altro capitolo spinoso per il governo. E sarà bene ricapitolare l’antefatto. La modifica costituzionale del 2001 ha previsto all’articolo 116, «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Queste possono essere attribuite, con legge statale, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, ad altre regioni, oltre alle cinque che già oggi godono di uno statuto speciale. La legge va approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di una intesa fra lo Stato e la regione interessata. Lombardia e Veneto hanno promosso il 22 ottobre 2017 referendum consultivi per chiedere allo Stato «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse». Al referendum ha partecipato poco più di un terzo degli aventi diritto al voto in Lombardia, più della metà degli aventi diritto al voto in Veneto.

La risposta positiva alla domanda è stata del 95 per cento dei votanti in Lombardia, del 98 per cento nel Veneto. Nel novembre successivo, i due consigli regionali, a cui si è aggiunto quello dell’Emilia Romagna, hanno richiesto al governo di aprire il negoziato per l’intesa. Quest’ultimo si è svolto a fine 2017, giungendo a tre accordi preliminari, firmati il 28 febbraio 2018, su principi e metodo da seguire, rinviando per gli aspetti finanziari ad altri accordi. L’iniziativa è poi passata dal governo Gentiloni al governo Conte, che il 21 dicembre scorso ha «delineato il percorso per il completamento dell’acquisizione delle intese», deciso la conclusione della fase istruttoria entro il 15 gennaio prossimo e la definizione della proposta di intesa da sottoporre alle tre regioni per il 15 febbraio.

Sembrerebbe fatta, visto che sia l’attuale maggioranza, sia la precedente, ora all’opposizione, sono d’accordo e che le richieste vengono sia da regioni governate dalla destra sia da una regione governata dalla sinistra. Ma – come ha giustamente rilevato Ferruccio de Bortoli sul Corriere del 27 dicembre – sarà difficile far convivere, nella Lega, il neo-nazionalismo odierno con il regionalismo di ieri, e ancor più difficile mettere d’accordo il M5S, che ha un elettorato meridionale, con la Lega, i cui votanti sono al Nord.

Le tre regioni del Nord vogliono sia nuove funzioni, sia nuovi finanziamenti. Chiedono competenze per una ventina di materie, tra cui istruzione, rapporti internazionali e con l’Unione europea, beni culturali, ambiente. Vogliono più di 21 miliardi di euro (la Lombardia vedrebbe crescere il proprio bilancio di più di un quarto). Ma l’Italia è già oggi una nazione ad Arlecchino (basta pensare alla sanità) e differenziare sul territorio quelle materie in cui i pubblici poteri intervengono per assicurare l’eguaglianza dei cittadini (sanità, istruzione, tutela del lavoro) conduce al risultato paradossale di aumentare le diseguaglianze, visto quanto è difficile assicurare i «livelli essenziali delle prestazioni». Per le risorse, il presidente dell’Emilia Romagna ha dichiarato il 23 dicembre scorso a Il Mattino che «il percorso può esser avviato avendo come primo riferimento la spesa storica» (invece che i fabbisogni standard). Quindi, le regioni del Nord si avvantaggerebbero anche delle maggiori risorse che derivano dall’inefficienza della gestione statale dei servizi che si dovrebbero trasferire, quella che si vorrebbe superare con il loro passaggio alle regioni.

Il ragionamento fatto da alcuni per appoggiare la richiesta di maggiori risorse da parte dello Stato (ma l’articolo 116 della Costituzione prevede maggiori compiti, non parla di maggiori trasferimenti statali) è che quelle regioni hanno un «residuo fiscale» positivo, nel senso che contribuiscono alle imposte raccolte sul loro territorio più di quanto lo Stato conferisce loro in termini di servizi. Questo riapre la ferita storica del Paese, la mancata unificazione economica a centocinquanta anni di distanza dalla unificazione politica. Una ferita che si allargherebbe se, spinte dalla forza dell’emulazione, altre regioni, come Piemonte, Toscana, Liguria, Marche, si mettessero sulla stessa strada, richiedendo anche loro l’autonomia differenziata. La torta (il bilancio statale) non s’allarga se qualcuno ne taglia una fetta più grossa, per cui qualcun altro ne avrà una più piccola. A quale titolo possiamo chiedere solidarietà e politiche di coesione ad altri Paesi europei, se alcune regioni italiane non l’assicurano ad altre regioni della nostra stessa nazione?

Le fratture che il riconoscimento di maggiore autonomia e maggiori risorse ad alcune regioni corre il rischio di aprire non finiscono qui. Ce n’è un’altra, quella con le cinque regioni a statuto speciale, che si vedono raggiungere dalle altre regioni, anche qui con riduzione delle risorse destinate ad esse, che nacquero con una maggiore autonomia e più ricche dotazioni finanziarie.

Da ultimo, questa «nuova stagione del regionalismo», mossa dalla giusta richiesta di autonomia delle collettività territoriali che hanno dato prova di maggiore efficienza gestionale, dimentica la necessità di ridefinire numero e dimensioni delle attuali regioni. Undici delle venti regioni hanno oggi una popolazione inferiore agli abitanti di Roma. Il ritaglio territoriale degli enti regionali risale alle legioni militari romane, poi preso a base delle regioni statistiche da Pietro Maestri e da Cesare Correnti e infine arrivato pressoché immutato nella Costituzione. Uno dei nostri maggiori geografi, Lucio Gambi, ha parlato dell’«irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico amministrative». Molti attenti studiosi e conoscitori della realtà locale, da Gianfranco Miglio a Roberto Morassut, da tempo propongono l’istituzione di macroregioni, in un numero oscillante da tre a dodici.