L’aiuto di Draghi è finito e l’Europa lo ha sprecato

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di Federico Fubini – 26 dicembre 2018

Dopo quattro anni, siamo arrivati agli ultimi quattro giorni. Un giovedì di gennaio del 2015, dopo mesi di difficile confronto interno, Mario Draghi annunciò una svolta della Banca centrale europea. Partiva un piano di creazione di euro per acquistare titoli di Stato e in seguito anche delle imprese dell’area, infrangendo un tabù che ancora pochi mesi prima era parso intoccabile. Gli addetti ai lavori chiamano quell’operazione quantitative easing e si fa con pochi clic dei computer dell’Eurotower, non nelle tipografie delle banconote. Dal marzo del 2015 la Bce dà mandato alle banche centrali nazionali di diciotto Paesi dell’euro (la Grecia è esclusa) di comprare titoli per 2.573 miliardi, fra cui debito pubblico italiano per un quinto dei titoli di Stato esistenti.

Fra quattro giorni tutto questo cambierà. La mano della Bce non sparisce dal mercato, perché continuerà a rinnovare gli investimenti in scadenza, ma da gennaio ha deciso di non creare un solo euro in più per comprare ancora altra carta. È dunque tempo di un bilancio e sicuramente l’esperimento è riuscito se si guarda agli obiettivi della Bce: all’inizio del 2015 l’Europa rischiava un avvitamento dei prezzi al ribasso che minacciava di distruggere milioni di imprese, oggi invece l’inflazione è tornata a livelli più sani.

È possibile però vedere il quantitative easing anche da un angolo diverso e meno rassicurante. È stato una colossale occasione sprecata. La Bce non ne ha colpa, ma l’Italia e gli altri governi dell’area euro sembrano aver gettato alle ortiche l’opportunità offerta dalla loro banca centrale. Com’è potuto accadere?

Per i lavoratori edili disoccupati o gli studenti pronti a emigrare pur di trovarsi un posto, il quantitative easing doveva funzionare in un solo modo: tenendo i tassi d’interesse a lungo termine vicini allo zero o anche al di sotto per i governi, per le banche e per le imprese, la Bce voleva favorire gli investimenti. Grazie all’Eurotower ci si poteva indebitare sapendo che per molto tempo non sarebbe costato quasi nulla, mentre si cercava di impiegare quel denaro in maniera produttiva. Con quasi venti milioni di disoccupati e un collasso degli investimenti nella prima metà del decennio, l’area euro aveva un disperato bisogno di questo invito a rimettersi in moto. Invece, fra le grandi economie beneficiarie del quantitative easing, l’Europa è rimasta la sola dove non ha fatto alcun progresso quello che in tutto il mondo resta il principale protagonista singolo degli investimenti: il settore pubblico.

Durante l’operazione della Bce dal 2015 in poi, nell’area euro la spesa pubblica in questa categoria è rimasta inchiodata al 2,7% del prodotto lordo, mentre in Italia addirittura scendeva all’1,9% (la quota più bassa d’Europa, destinata a restare tale per fare largo ai bonus del Pd o ai sussidi della Lega e di M5S). Nel frattempo gli Stati Uniti, il Giappone o la Svizzera — governi tutt’altro che interventisti — hanno lasciato salire o mantenuto gli investimenti pubblici a livelli molto superiori. Se l’area euro investisse in proporzione al proprio reddito come fa l’amministrazione americana, spenderebbe ogni anno 55 miliardi di euro in più; se facesse come il Giappone, 90 miliardi in più; se seguisse la Svizzera, cento miliardi in più. Se i governi nell’area euro avessero mantenuto i livelli di investimento del 2010 — già un anno di crisi e austerità — oggi lo stock di autostrade fisiche e digitali o di centri di ricerca avanzata varrebbe 550 miliardi di più. Quanti posti di lavoro non sono mai nati a causa di questa rinuncia?

La domanda alla quale è ancora più difficile rispondere è perché i leader europei soffrano di questa incredibile mancanza di fantasia. Davvero nessuno è riuscito a immaginare un solo investimento in più che avesse (almeno) un rendimento zero? Da anni il costo in interessi che devono affrontare gran parte dei governi dell’area e la Banca europea degli investimenti è esattamente a quel livello: zero o negativo, anche a cinque o sette anni. Basta pensare a un progetto dal rendimento modestissimo — o semplicemente non in perdita — perché si ripaghi da solo. Questo purtroppo non è vero per l’Italia, dove il debito è così alto che un suo aumento ulteriore può far salire dolorosamente i tassi d’interesse.

Ma se gli altri hanno perso l’occasione regalata dalla Bce, è perché l’area euro continua ad essere dominata dal totem del debito lordo iscritto nel fiscal compact. Non importa quanto vale e quanto rende ciò che si produce con quel debito: conta solo ridurlo — si dice — «per non lasciarlo ai nostri figli». Poco importa se un debito investito bene a costo zero lascia un’economia con più conoscenza, migliori infrastrutture, scuole e università moderne, più edilizia sociale, più capacità di sostenere gli oneri in futuro. Da sei mesi la disoccupazione in area euro ha smesso di scendere mentre ancora è più che doppia rispetto agli Stati Uniti, tripla rispetto al Giappone. John Maynard Keynes si preoccupava per gli uomini «schiavi di qualche economista defunto». Anche le superstizioni dei politici vivi non scherzano.