I tragici dettagli del diavolo catalano

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di Alfredo Morganti – 3 novembre 2017

Il governo spagnolo e un bel pezzo di opinione pubblica stanno tentando di risolvere ‘legalmente’ un problema politico grosso come una casa. Ma si tratta di una pesante sottovalutazione della questione e delle sue possibili ricadute. I tanti regionalismi e le piccole patrie, in assenza di una forza ‘politica’ degli Stati, sono tanti detonatori pronti a esplodere, così com’è stato per la crisi catalana. Avevo già parlato, nella fattispecie, di stato d’eccezione e di conflitto di sovranità. Lo ribadisco. Non fosse altro perché milioni di persone hanno sostenuto il nuovo corso repubblicano, e ancor oggi scendono in piazza a sostegno dei ‘prigionieri politici’: unico caso in Europa di cittadini che manifestano la loro vicinanza a esponenti della classe politica, in un canea europea di populismo, scollamento istituzionale e sfiducia diffusa verso parlamentari e governanti in genere. Una ‘eccezione’ di massa, invece che prodotta dallo Stato stesso e dalle sue classi dirigenti.

Hai voglia a prenderla a ridere. A definire degli irresponsabili oppure dei pagliacci i ‘ribelli’. Premetto di ritenere l’unità politica la cosa migliore, ma non posso obiettivamente non rilevare il carattere tragico della rivolta catalana, il suo sfondo politicissimo, la battaglia attorno al tema sovranità, lo stato d’eccezione ingenerato scientemente dagli indipendentisti, la risposta dello Stato tutta e solo formale-legale-ordinamentale, e quindi paradossalmente solo ‘tecnica’. La stessa successiva strategia (una parte del governo catalano si è costituita, un’altra è con Puigdemont in esilio) non è affatto bischera, e anzi sta seminando incertezza nell’altra area a rischio, quella belga, dove cova l’indipendentismo. I commentatori più avvertiti come Caracciolo indicano i rischi per l’Europa, i timori che tanti focolai facciano rogo, proprio perché di tratterebbe di falò politicissimi e non solo colpi di testa di qualche presunto ‘pagliaccio’ o velleitario millantatore.

Diviene evidente come gli attori in campo non siano solo la UE e gli Stati, ma i regionalismi, le piccole patrie, le spinte indipendentiste locali, i particolarismi politici, rafforzati proprio dall’indebolimento degli Stati e dai ‘tecnicismi’ monetari europei. La politica muore in forme generali, ma potrebbe risorgere in forme locali e particolari. Una specie di domino a lenta combustione, che toglierebbe a poco a poco terreno sotto i piedi di Bruxelles. Laddove non riescono i populisti e i grandi nazionalisti, potrebbero riuscire dei blocchi indipendentisti locali, dove anche la sinistra svolga un ruolo importante. Insomma, è insufficiente dividersi tra sostenitori della UE e sostenitori della sovranità nazionale e monetaria, quando il pallino della politica sembra possa passare nelle mani dei ‘piccoli’, ma non perciò meno agguerriti. A forza di dire che la politica è morta, la si uccide davvero, e se ne perde il dettaglio ‘microfisico’ (direbbe Foucault). A forza di insistere sulla rilevanza assoluta dei meccanismi monetari e dell’economia, si fa lo stesso lavoro dell’antipolitica e della tecnica, appaiate nell’incomprensione del mondo e del suo futuro possibile, solitamente affidato a milioni di persone e non a pochi accademici assisi in qualche stanza dei bottoni. Offuscati da una generale miopia, i dettagli sono quindi destinati a scomparire. E si sa che il diavolo politico oggi è molto più nei dettagli, invisibili alle classi dirigenti e agli osservatori, che nelle grandi narrazioni o in improbabili teorie ‘tecniche’ del tutto.