Umbria. Una sconfitta annunciata, un impegno che doveva esserci

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di Alfredo Morganti

Alle scorse europee la Lega in Umbria aveva il 38%, e il 62% del territorio era già in mano alla destra. Effetto di un passato recente e mai morto del tutto. Competere elettoralmente, in casi come questi, è come andare a giocare con una squadra rabberciata allo Juventus Stadium. Di solito si perde e la croce va indosso agli sconfitti, ossia a quelli che avevano il dovere e l’incombenza di giocarsela. Com’è ovvio, in questi casi, dinanzi alla mala parata, c’è sempre quello che si tiene da parte per dire, subito dopo la prevedibile sconfitta: io l’avevo detto. Frase terribile, di totale e superba esaltazione. Frase che mi intristisce. Non a caso avevo postato su fb il passo di Luca, ieri. Ma l’autoesaltazione, quella renziana per dire, è solo la miseria finale di un tempo già misero di per sé. Sono certo che, adesso, tutti si affretteranno ad invocare ‘altro’, a sollecitare una ‘novità’ e una discontinuità rispetto a quanto fatto dal PD e dal centrosinistra in questi mesi.

Bene, ma cosa? Far cadere il governo (come desiderano quasi tutti, in fondo?). Questo vorrebbe dire seguire il mood, ma non automaticamente la propria salvezza. Non bisognava fare l’alleanza coi 5stelle in Umbria? Ossia andare da soli alla sconfitta, quale unico capro espiatorio? Ma non sarebbe stato sciocco? Oppure avremmo dovuto rintanarci in un angolo, e da lì rifletterci in qualche specchio alla ricerca di un nostro ideale, immaginandoci diversi e più belli di come siamo? O ancora restare tanti giri fermi o fare tanti passi indietro sino a cadere nell’abisso retrostante invece che in quello davanti? O, magari, enumerare formule astratte se non fantasiose, molto simili al male che stiamo combattendo, come (vado alla rinfusa) vocazione maggioritaria, potenziare la comunicazione, riconquistare il popolo, coalizione sociale, opposizione dura, fronte unico delle sinistre, elezioni subito, che problema c’è se vince Salvini, popcorn a volontà? In sostanza rinnegare della politica l’unica cosa che la rende utile, ossia la positività, la prassi, dove la teoria si misura incessantemente con la pratica quotidiana; non osservandola a debita distanza, ma praticandola appunto, nel bene e nel male, perché del male non ce ne libereremo mai? Individuando soluzioni possibili, quindi, alternative, cogliendo spiragli e differenze? Uscendo così da un certo loop ideologico?

La mia non è una domanda retorica, al contrario. Vi chiedo: “nuovo” cosa, “altro” cosa? Che fare, insomma? Che è poi l’unica domanda vera della politica, la responsabilità a cui si deve assolvere con tutta l’intelligenza possibile dinanzi all’obiettivo del bene comune. Perché la sinistra non ha di fronte a sé la propria vanagloria, non aspira esclusivamente alla propria ‘vittoria’ (che sarebbe poi quella del Capo di turno), non lavora per l’ambizione di qualcuno, non pretende di capirci tutto, né di essere ‘ideale’ a se stessa, e neppure di aspirare alla propria perfezione logica, tanto meno di dedursi da un nucleo teorico germinato in qualche convegno. La sinistra, più semplicemente ma più difficoltosamente, lavora per il bene comune e per l’interesse di cittadini e popolo anche quando ciò possa apparire una sorta di suicidio politico. Al contrario di quanto è avvenuto in questi anni, quando si è cercata solo la vittoria del Capo, pensando che fosse il viatico a chissà cosa. Il tempo della miseria non è quello della sconfitta, perché la vita è costellata di sconfitte e la vita non è mai misera. Il tempo della miseria è quello della esaltazione, della superbia e della vittoria per sé, che inevitabilmente si trasforma nella sconfitta di tutti.