Un premier di nome Wanda

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di Anna Lombroso per il Simplicissimus  27 agosto 2015

Preceduto dall’ immarcescibile “La sai l’ultima? … Nel 2016 via Tasi e Imu”, la compagnia di avanspettacolo col capocomico sempre in cerca di polli da spennare per mettere su la rivista, con le soubrette stonate che non sanno  la parte e nemmeno sgambettare, con la parodia della Osiris che vi ama tutti, con gli zerbinotti e il vecchio barzellettiere impomatato che ottiene solo fischi e gestacci, con gli imitatori che rifanno Andreotti, l’unico che non si offende da morto e da vivo, la compagnia del nuovo bagaglino ha annunciato le 100 piazze della sua tournée. 100 recite in 100 teatri per spiegare al gentile pubblico – gli faranno pagare i soliti immancabili 2 euro? –  le riforme del governo.

Dopo i treni e i pullman siamo al Carro di Tespi di una volta, non a caso a suo tempo rispolverato dal fascismo per farne una macchina mobile di propaganda e consenso.

Fuori l’autore, verrebbe da dire, di una pensata così stracciona, che, non vorrei illudermi, comunica preoccupazione, insicurezza, sfiducia e soprattutto lo stupore allarmato di chi comincia a nutrire la terrea e sinistra rivelazione che sia finito il mito leggendario di un premier maestro di comunicazione, bugiardo matricolato ma forse in ragione di ciò,   convincente per chi non vuole altro che credergli per non pensare, per drogarsi dell’oppio di illusioni fasulle e delle speranze taroccate, per perdere coscienza coi gas esilaranti dei granai stracolmi dell’Expo e degli arsenali pieni delle armi contro il terrorismo, delle fabbriche popolate di assunti a tempo indeterminato e di scuole animate da precari finalmente appagati, di prati ben pettinati, città sicure  e tunnel attraversate da treni veloci e neutrini contenti di essere al servizio della crescita illimitata, magicamente riavviata dal giovane ometto della provvidenza.

Eh si, come tante volte qualcuno di più accorto ha cercato di dire, non è il guitto tracotante, non è il bravo presentatore a fare buoni i messaggi e suadenti le parole per dirli. È un pubblico che ride alle vecchie barzellette scollacciate, alle battute spinte, al repertorio dei piazzisti che stancamente fanno complimenti alle signore, ammiccano allusivi con gli uomini, chiamano nonnetta le vecchiette, danno un ganascino ai ragazzini per vendere cioccolatini ammuffiti, pozioni contro la caduta dei capelli e preparati miracolosi per la virilità, come in fondo si faceva da più di vent’anni anche con dimostrazioni pratiche in corpore vili, e infatti il capocomico di prima è risultato essere più eloquente e  persuasivo.

Non bastano più le comparsate in televisioni assoggettate fino al ridicolo, la conversione di un giornale fondato da Gramsci per accogliere come desiderabile columnist Sgarbi, i comunicati ufficiali in forma di cinguettio, le passerelle coreane tra alucce di folla plaudente, i compitini di inglese pronunciati davanti a astanti sconcertati. E d’altra parte non sono i tempi dei bagni di folla: si susseguono defezioni e fughe causate da probabili fischi, plausibili pomodori, prevedibili uova marce malgrado la carestia che lui stesso ha contribuito a provocare. Così non gli resta che il teatro, memore dei fasti della Leopolda, con robusti servizi d’ordine, con invalicabili cordoni sanitari e con una claque ben prezzolata. E con copioni e intermezzi, c’è da sospettare, frutto dei suoi sostenitori e autori, quel  pantheon di cervelli, talmente prestati alla militanza da essere già fritti: i Serra, i Fazio, i Jovanotti, i Piccolo, etc., etc., tutti ben  collocati nella sua Rai, nella sua 7, nei suoi giornali compresi di pagine a pagamento.

Si, il teatro si addice al guitto di Rignano.

Intanto perché è l’apoteosi di quel suo modo di proporsi autoritario, autoreferenziale e assertivo,  di chi  afferma, dichiara, definisce, prescrive, senza preoccuparsi di spiegare a chi ascolta né il perché, né il come, né il quando, né con quali mezzi e risorse, di chi recita appunto, senza nemmeno guardare con quei suoi occhi sfuggenti la platea, perché non è necessario il consenso  per restare sul palco, che tanto il pubblico mica vota più, mica ha più il diritto di partecipare, mica può esprimersi altrimenti se con gli  applausi a comando. Poi perché appaga la sua vanità solipsistica, addirittura più avida di piacere di quella che muoveva gli atti del suo vecchio padrino, ma che non vuole rischi, non si espone nemmeno alle statuine del duomo, però non si accontenta dei videomessaggi, esige il brivido della scena, estasiato e euforizzato  dalle risatine dei fan e della claque , perché il suo monologo – ha cominciati anche lui a parlare in terza persona – gli permette di confondere presente con futuro, singolare e plurale, promessa e menzogna, illusione e realtà, come vuole la legge dello spettacolo, l’unica ormai davvero inviolabile più della Costituzione e del codice penale. Senza contare che immagina che, quando nel 2050 sarà costretto a ritirarsi, potrà rivedersi i filmati, le sue performance, i primi piani, le mossette e le risatine.  Ma non la sala deserta che merita e che gli dobbiamo se abbiamo conservato ancora un po’ di dignità.