Una tassa per il futuro

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di Luca Billi, 12 gennaio 2018

Pur essendo un non-elettore di Liberi e Uguali, non sono tra quelli che hanno accolto con sufficienza la proposta di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie; per quanto parziale, mi sembra una scelta giusta e condivisibile, anche se credo andrebbe accompagnata con una riflessione su questo tema un po’ più ampia, che probabilmente non può essere fatta durante queste concitate settimane di campagna elettorale, ma che prima o poi a sinistra dovremmo cominciare a fare.
Sinceramente non ricordo quanto pesassero sull’economia della mia famiglia le tasse universitarie quando io mi iscrissi all’Alma mater – era la fine del Novecento, c’erano ancora il Pci e l’Unione sovietica – anche se credo meno di quanto pesino ora. Ricordo che i libri erano un costo gravoso, e immagino sia ancora così. E sarebbe stato molto oneroso mantenermi in un’altra città, se non fossi vissuto a pochi chilometri da Bologna: ricordo che per gli studenti delle altre regioni l’affitto era una spesa notevole e penso sia ancora così. Tra l’altro si trattava per lo più di soldi in nero, che alimentavano – e alimentano – un’economia illegale grazie a cui tanti “bravi” bolognesi prosperavano – e prosperano.
Comunque sia, per i miei genitori operai mantenere un figlio all’università era una spesa considerevole, ma in qualche modo sostenibile, seppur facendo dei sacrifici. Per loro, che si erano fermati alle elementari e all’avviamento, quel costo rappresentava un investimento per il futuro, l’assicurazione che io avrei trovato, grazie a quel fatidico “pezzo di carta”, un lavoro migliore del loro e avrei avuto una vita migliore della loro. Sono grato ai miei genitori di avermi dato questa opportunità, che mi è servita molto, non solo per fregiarmi del titolo di dottore, ma soprattutto perché quell’esperienza mi ha fatto crescere, mi ha fatto incontrare libri, persone, idee, mi ha fatto amare il mondo antico e tanto altro ancora. E ha anche permesso quello che i miei genitori si erano proposti: ora lavoro anche grazie a quella laurea, non sono diventato ricco – non ne avevo neppure l’ambizione – ma comunque sto un po’ meglio dei miei genitori.
Se mia moglie ed io avessimo un figlio o una figlia credo faremmo di tutto affinché potesse frequentare l’università e comunque, anche pagando le tasse universitarie, faremmo meno sacrifici di quelli che hanno fatto i nostri genitori, ma non avremmo la loro stessa ottimistica consapevolezza. Sapremmo che quella laurea non sarebbe una garanzia per il suo futuro. Se non partiamo da qui mi sembra che la discussione sull’abolizione o meno delle tasse universitarie sia assolutamente irrilevante. E probabilmente anche ingiusta, nonostante i buoni propositi di partenza. Perché oggi, probabilmente più che negli anni in cui mi sono laureato io, è più facile che si laurei il figlio di un padrone che il figlio di un operaio, e rischiamo che l’abolizione delle tasse universitarie faccia risparmiare un po’ di soldi al primo – magari per comprarsi un’altra auto o per andare in vacanza – piuttosto che aiutare il secondo a laurearsi.
Più che abolire tout court le tasse universitarie riduciamole drasticamente in base al reddito, finanziamo le borse di studio, che sono state radicalmente ridotte, aiutiamo gli studenti più poveri – e gli studenti lavoratori – ad acquistare i libri, facciamo politiche attive affinché i fuorisede non siano taglieggiati dai proprietari di casa. E poi diamo valore all’educazione universitaria, facciamola diventare un bene su cui tutti noi, anche se non abbiamo figli, dobbiamo investire. In una società in cui conta di più andare al Grande fratello o avere un bel paio di tette non è facile spiegare ai nostri figli e alle nostre figlie che devono studiare, e poi che devono lavorare grazie a quello che hanno studiato. In una società in cui l’educazione è un valore si possono anche pagare le tasse universitarie.