“Un’altra proposta”. Oltre il ricatto del voto utile alle elezioni regionali

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Stefano Ciccone
di Stefano Ciccone – 11 gennaio 2018
Tra pochissimi giorni verranno presentate le liste per le elezioni nazionali e regionali ma nel Lazio ancora non si è definita la scelta di Liberi e Uguali.
Liberi e Uguali nasce con uno scopo e un profilo chiari: mettere in campo “un’altra proposta”, offrire un’alternativa a chi ha subito le conseguenze sociali delle politiche portate avanti dai governi a guida PD e che sente crescere la distanza con la cultura che questo esprime, e lavorare per una profonda discontinuità nelle politiche.
C’è un motivo per rimettere in discussione questa scelta e proporre delle coalizioni con il Partito Democratico nelle principali regioni al voto? Per quale motivo dovremmo proporre, nella stessa giornata, agli elettori del Lazio e della Lombardia, di votare per una proposta distinta e in competizione con il PD e per un’alleanza con esso?
Questa valutazione non può essere astratta e pregiudiziale ma dipende dalle due motivazioni fondative di questa iniziativa: le alleanze locali rappresentano per il profilo dei candidati, per il profilo politico e programmatico una rottura con il renzismo e dunque un elemento di iniziativa politica coerente con l’obiettivo strategico che ci siamo dati? E soprattutto: può prescindere dalla valutazione concreta delle cose fatte?
Le scelte politiche del candidato laziale del PD, dall’impegno a sostegno dell’iniziativa referendaria all’esplicita opzione di una coalizione che raccolga parti dello schieramento moderato con cui sono state solide le pratiche consociative nelle nomine locali dicono, non da oggi, il contrario. Non c’è una proposta politica che esplicitamente si differenzi dal renzismo né che proponga di aprire prospettive diverse dalla maggioranza che ha governato anche a livello nazionale. Non a caso la ministra Lorenzin è tra gli interlocutori indicati.
Ma anche sul piano programmatico c’è una indicazione di discontinuità e di qualificazione su temi dirimenti? Penso ad esempio a un’iniziativa che assuma l’opposizione al vincolo di bilancio che ha strangolato le politiche regionali e colpito gravemente le condizioni di vita e i diritti dei cittadini.
In realtà il tema programmatico e la valutazione nel merito delle esperienze di governo sono del tutto assenti da una discussione che appare tutta politicista e basata su posizionamenti, schieramenti.
Eppure alcune settimane fa i segretari romano e del Lazio di Sinistra Italiana hanno opportunamente scelto di incontrare il presidente uscente della regione, candidato del PD, ponendogli alcune valutazioni su cosa era stato fatto e alcune proposta sulla necessaria discontinuità: sulla sanità, sulla mobilità, sull’edilizia e l’urbanistica, sulla gestione dei rifiuti e, non ultimo, sul profilo politico delle alleanze.
Si rimette in discussione la realizzazione dell’autostrada Roma Latina a favore del trasporto ferroviario? Si supera il piano casa di Polverini che la giunta in carica ha confermato? Si realizza un piano dei rifiuti che impedisca il fiorire incontrollato di discariche e inceneritori optando per una transizione alla differenziata? E sulla sanità si interrompe il finanziamento alle strutture private per assorbire le attese, si rivede la dismissione dei poli ospedalieri, si ridiscute la realizzazione delle case della salute? e le nomine di primari obiettori nelle strutture pubbliche? Dal mio punto di vista potrei richiamare la gestione centralistica delle politiche per l’innovazione o le troppe cadute verso logiche clientelari nel campo della cultura e della formazione.
A questa sollecitazione il candidato del PD alla regione Lazio ha risposto esplicitamente con un intervento pubblico in cui rivendicava l’esperienza fatta e non riconosceva nessuna discontinuità necessaria e pochi giorni dopo aggiungeva a questa indisponibilità a ridiscutere l’impianto programmatico, la definizione della sua coalizione “da Lorenzin fino a Grasso”.
Come mai un politico attento ha risposto con una tale chiusura a questa interlocuzione? Non credo sia un caso ma dipenda dalla presunzione di avere già acquisito un appoggio da parte della lista Liberi e Uguali e che chi in quel momento avanzava obiezioni avrebbe in seguito dovuto acconciarsi a una soluzione già definita.
La scelta di garantire un sostegno alla candidatura del PD nel Lazio “a prescindere”, ha dunque impedito che si sviluppasse un confronto programmatico che, a prescindere dagli esiti, avrebbe incalzato e sollecitato correzioni necessarie.
Oggi, a distanza di poche ore dalla chiusura delle liste e delle candidature, non solo questa correzione appare poco credibile; ma si è anche bruciata la possibilità che fosse oggetto di una discussione nei territori, che facesse di eventuali scelte il frutto di una battaglia politica, di una discussione trasparente, di un confronto di merito sui problemi. Un confronto programmatico improvvisato oggi in extremis, non fondato su una volontà autonoma di rinnovamento da parte del candidato e senza un percorso trasparente e partecipato nelle sedi collettive dei soggetti promotori di Liberi e Uguali apparirebbe evidentemente meno credibile.
Ma, si dice, non ci si può assumere la responsabilità di far vincere la destra. Il ricatto del voto utile, rigettato a livello nazionale, ma anche in Sicilia dove c’era una legge elettorale con premio maggioritario, torna per Lazio e Lombardia seppure con situazioni opposte: lì perché il PD potrebbe vincere (anche se i sondaggi dicono il contrario) lì perché il centrodestra (dato per vincente dai sondaggi) potrebbe non vincere per una candidatura meno conosciuta.
Anche in questo caso il politicismo toglie spazio a un analisi più profonda che è, però, a fondamento della scelta strategica di costruire Liberi e Uguali e che, infatti, non è patrimonio solo di Sinistra Italiana ma è proposta ripetutamente da Pierluigi Bersani: la sconfitta del PD, la possibile vittoria delle destre e dei populismi, a livello nazionale e nelle regioni, non nasce dalla scelta di una parte della sinistra di non coalizzarsi o dall’uscita di una parte dei suoi militanti e dirigenti. Nasce dalle politiche e dalle scelte fatte in questi anni, dai messaggi e dalle culture espresse che hanno rotto con una parte del paese. E non è questione che riguarda solo il gruppo dirigente del PD ma anche l’associazione delle socialdemocrazie europee alle gradi coalizioni che hanno gestito le politiche di austerity. La sofferenza e la rabbia sociale prendono la strada del rancore, dell’astensione o dell’egoismo non perché qualcuno fa mancare il proprio sostegno al candidato del PD di turno ma perché non c’è “un’altra proposta” in campo. Liberi e uguali deve provare a recuperare fiducia alla politica di chi oggi se ne va a casa o vede il proprio voto solo come un vaffa da lanciare contro “il sistema”, non pregiudicare la credibilità e la comprensibilità della propria proposta per aggiungere una percentuale a una coalizione senza identità. Non riporteremo al voto chi è deluso dalle politiche di centrosinistra offrendo il nostro sostegno alle politiche del PD.
Chi rivendica la bontà delle esperienze di governo dovrebbe spiegarci come mai si tema una vittoria delle destre e dei populismi nonostante i grandi successi nazionali e locali dei governi oggi a conclusione. Questo vuol dire avere una posizione che non vede le differenze tra i leader e i candidati? Certamente no, anche se il candidato nel Lazio ha fatto davvero poco in queste settimane per marcare una differenza.
Come abbiamo detto la scelta di costruire un’opzione distinta e alternativa ai tre poli esistenti non può essere ridotta a un’ostilità personale di qualche dirigente verso l’attuale leader del PD come molta stampa insinua.
La logica del maggioritario mi pare abbia tolto spessore e articolazione alla politica: o si compete per il governo o il proprio ruolo perde di senso. In parlamento, come nelle regioni, è possibile portare una rappresentanza della sinistra che incalzerà chi sarà al governo, contrasterà scelte sbagliate e promuoverà proposte utili alla vita delle persone offrendo un riferimento a chi, fuori dalle istituzioni, costruisce lotte e proposte. Appare corretta e per nulla indice di ambiguità o inaffidabilità la dichiarazione di Grasso e Bersani di disponibilità a confrontarsi con tutti dopo il voto, senza alleanze basate su coalizioni ormai archiviate e senza rapporti preferenziali.
È possibile, nel Lazio, come in Lombardia, come a livello nazionale proporre una sinistra che rappresenti una proposta autonoma e che sia capace di confronto sul merito senza subalternità?
Se questo non sarà possibile almeno sarà necessario preservare la leggibilità, l’unità e la credibilità della proposta nazionale evitando di esporla in iniziative locali non coerenti con la sua ispirazione e il suo profilo.
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