Uomini soli al comando e tafazziani

0
282

di Alfredo Morganti – 30 giugno 2015

Mi capita spesso di discutere di politica, e trovo sempre più interlocutori (non solo di destra) che ritengono una soluzione ai problemi pubblici quella di porre finalmente un uomo solo al comando. Sostengono, costoro, che in tal modo sarebbe possibile imputare subito una responsabilità. Non solo: l’intera organizzazione (più gerarchica e piramidale) se ne gioverebbe. Come se individuare un centro di comando fosse davvero la prima esigenza per le organizzazioni (politiche, sociali, aziendali) e non altri fattori (li enuncio a caso: le risorse, la formazione, la rappresentanza, la cultura, la solidarietà interna, i piani strategici, ecc.). Contestualmente, molti di costoro ce l’hanno con la sinistra ‘tafazziana’ (a loro dire) che adora la sconfitta e impedisce alla sinistra nuova, vincente, di vincere appunto. Nel qual caso, la tesi immediata sarebbe che i ‘perdenti’ hanno fatto perdere i vincenti, ossia gli uomini soli al comando, i quali poverini vedrebbero vanificati i loro sforzi di rinnovamento e il loro palmare intento di vittoria.

Questo ragionamento non quadra, diciamo la verità. Anche logicamente. Perché se assegniamo all’uomo solo al comando, al leader, al capobastone compiti taumaturgici, se lo nominiamo per vincere, che c’entra allora il tafazzismo? Se abbiamo un generale con gli attributi, uno che ci sa fare, se a lui affidiamo il compito di vincere (cioè senza di lui si perde), perché inveire sulla truppa o sui sottufficiali (i presunti tafazziani) se il campo di battaglia non ci è benigno? Delle due l’una: o il Capo è davvero taumaturgico, e allora tutto, ma proprio tutto dipende da lui e dalla sua genialità. Oppure l’esercito ha ancora una valenza, la truppa ancora un senso, i colonnelli all’opposizione rivestono sempre un ruolo rilevante! Perché sennò in caso di vittoria è bravo il generale, mentre in caso di sconfitta quelli che perdono sono i tafazziani della truppa. Siccome questa spiegazione ‘doppia’ suona tanto come una presa in giro, diciamo allora le cose come stanno: a) nessun generale vince senza truppa, b) nominare un bravo generale a onta di tutto il resto, sperando che sia questa la mossa decisiva per la vittoria è da ingenui (se non da scemi), c) disprezzare i soldati semplici o i colonnelli che dissentono rispetto al piano indicato del generale è da imbecilli, visto che a sputare sangue in battaglia ci vanno loro, mica i fighetti trentenni usciti dall’accademia militare e direttamente dirottati ai piani alti a fare i fighetti, appunto.

Nessun vero, grande generale ha mai riversato sulla truppa le ragioni di una sconfitta, tanto meno l’ha definita composta di tafazziani. Se lo avesse fatto sarebbe stato per lui un vero disonore. Quindi rimettiamo a posto la cosa, e ristabiliamo che gli uomini solo al comando non esistono e, se esistono, sono loro che ci portano nel caso alla sconfitta, non chi obbedisce agli ordini del grande stratega. “Tebe dalle sette porte chi la costruì?” si chiedeva Brecht per ricordare al mondo che c’erano i nomi di tanti muratori incisi virtualmente su ogni mattone. Così nelle battaglia vinte, così nelle grandi rivoluzioni. L’uomo solo al comando è solo un modo per togliere potere e riconoscimento alla truppa, agli uomini in carne e ossa, seppelliti dall’anomia e dall’ideologia di chi il potere lo detiene davvero, ben più di quello stesso uomo solo. Dietro ogni impresa, grande e piccola, ci sono donne e uomini che nessuno ricorda, e che vengono pure definiti tafazzi, nel caso tutto si concludesse con una sconfitta.

La novità, semmai, è che tra gli uomini soli al comando (fighetti compresi) e un sempre più grande numero di presunti tafazzi, di cosiddetti ‘sfigati’ o perdenti si sta aprendo un solco profondo. Avviene in Italia con l’astensione, avviene nel mondo con oligarchie finanziarie che vivono divorando speranze politiche e sociali di miliardi di uomini, avviene nel PD con una scissione silenziosa ben più forte di quelle esplicite, che vengono condannate da chi resta pur ‘ammusato’ nel partito. La verità è che senza una grande squadra attorno anche il grande Maradona, persino lui, sarebbe stato solo un giocoliere da circo. E Lo stesso vale per il premier (che non è certo Maradona, anzi). O per i tromboni europei che minacciano la vita quotidiana dei popoli come se questo fosse un risiko bancario e non il mondo reale, quello in cui si mangia, si beve, si vive, si muore, e soprattutto si lotta per la propria dignità.