La mia Italia

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LA MIA ITALIA – di ALFREDO REICHLIN – ed. DONZELLI

recensione di Eugenio Scalfari

Alfredo Reichlin il “c’eravamo tanto amati” della politica

IL LIBRO di Alfredo Reichlin che va in questi giorni nelle librerie (editore Donzelli, euro 18,00) si intitola La mia Italia e ha come sottotitolo La Repubblica, la sinistra, la bellezza della politica . È un sottotitolo che incuriosisce; la bellezza della politica in questi tempi agitati e oscuri con una democrazia fragile e prigioniera della corruzione, ha più l’aria d’una chimera che d’una tangibile realtà. Ma la lettura di queste pagine ci fa capire in quale senso l’autore usa quella parola: è lui che sente quella bellezza, è la sua vita che è stata dedicata a ripristinarla e più la vedeva deturpata e quasi inguardabile per come era ridotta, più cresceva in lui il desiderio, il bisogno e addirittura il dovere di lottare per ricostruirne i lineamenti perché fin dai tempi di Aristotele la politica fu vista come la più alta attività dello spirito, la “polis”, la dedizione al bene comune.

Questa è stata la principale attività di Alfredo Reichlin e non soltanto la sua ma di quanti hanno come lui sentito quel bisogno, quell’urgenza, quel dovere. Questo è stato anche il suo lascito ai figli e a chi con lui ha vissuto e vive. L’autore del resto lo evoca con parole chiare nella breve introduzione preposta al libro: «La potenza dell’economia ha sovrastato il potere della politica ed è su questo sfondo che c’è il rischio di rendere anacronistica la sinistra tradizionale. Ed è sul bisogno di un “punto e a capo” che l’autore cerca la sua Italia».

I capitoli che seguono questa introduzione sono appunto la storia d’una vita. Alfredo compie i suoi novant’anni proprio in coincidenza all’uscita di questo libro. Una vita di lotte, di qualche vittoria, di molte sconfitte, ma insieme un festeggiamento cui il racconto dà un significato.

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Il primo capitolo ripete il titolo del libro e comincia con questa frase: «Ho fatto in tempo a vedere l’Italia del fascismo ».

Siamo ormai in pochi ad aver visto l’Italia del fascismo e ciascuno l’ha vissuta da diverse angolazioni. Io ricordo ancora le canzoni del Guf: «Siamo fiaccole di vita, siamo l’eterna gioventù/ che conquista l’avvenire/ dove Roma già marciò/. Ma intanto leggevamo le poesie di Ungaretti e la Recherche di Proust. Alfredo leggeva Montale e Rilke e quello era il contravveleno alla dittatura del Duce.

Ma il vero contravveleno fu l’8 settembre del 1943, quando lo Stato si sfasciò, l’esercito si dissolse, l’antifascismo diventò resistenza e quella prese la R maiuscola e diventò guerra partigiana. Ci furono partigiani d’ogni colore politico e alcuni di nessun colore salvo il sentimento di antifascismo che era presente in tutti: comunisti, liberali, azionisti, repubblicani, monarchici. E l’appoggio, silenzioso ma costante, di gran parte della popolazione che dava ai partigiani nascondiglio, cibo e ogni sorta di aiuto possibile quando la notte scendevano dalle montagne a valle o nelle strade delle grandi città avvertendoli delle retate in corso nei quartieri.

Reichlin, dopo aver vinto qualche esitazione (proveniva da una famiglia di buona borghesia) decise di iscriversi al Partito comunista e con altri compagni chiese di entrare a far parte dei gruppi combattenti in città: attentati, diffusioni di stampa clandestina e insomma guerra in città perché le montagne intorno a Roma non c’erano.

La guerra in città era ancor più pericolosa. Si rischiava d’esser presi sul fatto e fucilati immediatamente e senza processo, come ordinava l’editto emesso dal generale Graziani, comandante delle forze militari della repubblica di Salò.

L’autore racconta con lucida memoria e scrittura avvincente perché sembra un diario scritto in concomitanza con i fatti, l’attentato che alcuni suoi compagni dei Gap fecero in via Rasella e le conseguenze che ne derivarono. I tedeschi avevano nelle mani molti antifascisti, tra i quali Luigi Pintor, recluso nella prigione di via Tasso. I nazisti stabilirono una sorta di decimazione tra gli ostaggi: dieci da giustiziare per ogni soldato tedesco ucciso a via Rasella e Pintor fu tra quelli. Alcuni furono giustiziati subito, per altri tra i quali anche Pintor sarebbero stati giustiziati più tardi, alle Fosse Ardeatine. Per fortuna fu lasciato lì quando il fronte fu sfondato e i carri armati americani entrarono a Roma nel giugno del ‘44.

Quel racconto è avvincente specie per chi — come me e lui — era in piazza Venezia ad applaudire gli americani. Non ci conoscevano noi due, ma oggi ricordiamo come l’avessimo davanti agli occhi quella giornata di libertà.

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Molti altri capitoli del libro testimoniano la vita politica dell’autore e quella del Paese. Visto da sinistra. Ci sono molti personaggi che hanno avuto un ruolo decisivo: Togliatti, Ingrao, Amendola, Berlinguer, Napolitano, ma anche Aldo Moro e Claudio Napoleoni. Alcuni visti in piena luce, altri di scorcio, ma tutti raccontati nei luoghi che Alfredo frequentava con loro, la sala della direzione a Botteghe Oscure, lo studio del segretario del partito, un’osteria in quei pressi dove lui spesso pranzava con Togliatti, un ristorante dove incontrava Cesare Garboli o Ettore Scola, il regista d’eccellenza, amico di Fellini. Insomma la politica e la cultura, che Alfredo ha sempre considerate insieme proprio perché è la cultura che dà bellezza alla politica che a sua volta le dà una concretezza necessaria per non trasformarla in utopia e tantomeno in ideologia. Reichlin non è mai stato un ideologo. Del resto nessuno della classe dirigente del Pci ha ideologizzato le proprie idee e i valori che le sostenevano. Se così non fosse stato la scissione con Mosca avvenuta nei primi anni Ottanta non sarebbe accaduta e l’incontro tra Aldo Moro e Berlinguer non sarebbe mai potuto avvenire.

Leggete il capitolo intitolato C’eravamo tanto amati e ne sarete deliziati. «La cosa che più mi colpisce di quel film — scrive l’autore — è quella sottile e struggente aria del tempo, quella forza di evocare qualcosa che va al di là della vicenda dei singoli personaggi. Che cosa ci aveva segnato così profondamente? Un Paese distrutto, tradito, affamato, attraversato da eserciti stranieri, ma finalmente libero, che tornava nelle mani del suo popolo vero. E quella straordinaria felicità consisteva esattamente in ciò: nel sentirsi liberi. Tutto diventava possibile, si erano riaperte — sia pure coperte di macerie — le strade dell’avvenire e noi volevamo percorrerle insieme ».

Non è andata così, non solo per i comunisti, non solo per la sinistra, ma per il popolo che lo abita, lo vive e ne determina il destino. Quel popolo cui apparteniamo non è evidentemente in grado di seguirle quelle vie dell’avvenire. Delega il compito a chi è capace di incantarlo e questa è la vera debolezza nostra, di farci incantare, di delegare il potere a chi del potere fa professione.

Il pensiero lungo di Berlinguer è un altro capitolo del libro ed anche qui cito una frase assai significativa: «Nella nostra storia gli avventurieri occupano il primo posto in scena, giocando al sovversivismo e riducendo la democrazia all’uomo solo al comando». Questo purtroppo è il Paese; Guicciardini l’aveva scoperto nel Cinquecento e non è granché cambiato.

Reichlin ne è consapevole ma coltiva una speranza: bisogna ricostruire la politica dall’avvilimento in cui è caduta. «Non come professione né come mito e orizzonte inimmaginabile, ma come consapevolezza della propria vita».

Non sono molti nel nostro Paese e neppure nel resto del mondo che desiderino di conquistare questa consapevolezza. Il libro di Reichlin mira a quest’obiettivo e merita d’esser letto come fonte di insegnamento, ma temo che pochi desiderino di diventare consapevoli. È una fatica darsi carico dell’interesse generale. “C’eravamo tanto amati” è vero, ma “c’eravamo poi lasciati/ non ricordo come fu». La canzone è molto dolce ma anche triste. Divenire consapevoli non piace. Quello della canzone era nato poeta, ma morì notaio. Questa, purtroppo, è la vita.