Vent’anni di Sessantotto

0
329
VENT’ANNI DI SESSANTOTTO – di SERGIO SECONDIANO SACCHI, SERGIO STAINO, STEVEN FORTI – ed. SQUILIBRI
Il volume, che inaugura la collana dei Libri del Club Tenco, ripercorre il lungo Sessantotto con uno sguardo internazionale prestando particolare attenzione alla musica e alla cultura di massa. Pubblichiamo qui un estratto del libro che sarà presentato a Sanremo il 20 ottobre all’interno della 42a edizione della Rassegna sulla Canzone D’Autore.
di Steven Forti
Il Sessantotto è un grande enigma. È difficile da definire e anche, questione non secondaria, da datare. Di cosa si è trattato? Quando è iniziato? Quando si è concluso? È stata una rivoluzione? Ha vinto o ha perso? Quali sono state le sue cause? E quali le sue conseguenze? Trovare una risposta a queste domande è fondamentale per capire di cosa stiamo parlando. E per allontanarci da una riproposizione agiografica o denigratoria di un evento dai contorni estremamente labili. C’è chi lo converte in un cocktail i cui ingredienti sarebbero il rock, le droghe e l’amore libero, con un pizzico di occupazioni di università, interminabili assemblee e lancio di sanpietrini. Un’immagine quasi idillica e in fin dei conti innocua. C’è chi invece lo presenta come una bevanda di difficile digestione aggiungendo dosi importanti di lotta armata, terrorismo e violenza: un’immagine opposta che condanna senza se e senza ma tutto quello che è successo in quel periodo. Ma, in realtà, ci sono tanti ‘68 quante sono le memorie di chi vi ha partecipato come protagonista, comparsa o semplice osservatore. […]

Donatella Della Porta sottolinea che “non si può parlare di una storia consolidata né di una narrazione condivisa”, mentre Rossana Rossanda rileva che “il ’68 è ancora materia conflittuale, non archiviata, non “oggettivata”, bruciante”. Isabelle Sommier arriva a parlare del ’68 come di “un argomento tabù”. Sembra estremamente complesso arrivare ad un certo consenso su quello che è stato, su quel che ha significato e, anche più semplicemente, su quando è iniziato e si è concluso. […]

Trovare dei minimi comuni denominatori a livello globale può essere utile per delimitare, se non definire, il ’68. Come se fossero tanti piccoli tasselli che ci permettono di ricomporre un mosaico. O, forse la metafora è più adeguata, tanti piccoli frammenti di vetro e di plastica colorata che ricreano quel caleidoscopio che fu il lungo Sessantotto. Ritorniamo dunque ai cambi vissuti dalle società occidentali – ma non solo occidentali – durante gli anni Sessanta. È indubbio che l’entrata in scena di una nuova generazione – i baby boomers – sia un elemento fondamentale, così come le conseguenze dell’impressionante crescita economica del secondo dopoguerra e della creazione del Welfare State. L’economia in Occidente – ma anche nel mondo sovietico e nel Terzo Mondo – non solo crebbe come mai era successo prima, ma i suoi effetti – la modernizzazione, l’industrializzazione, il maggiore peso assunto del settore dei servizi, l’urbanizzazione, la lenta morte del mondo contadino – si fanno sentire rapidamente sulla società. […]

Un altro elemento cruciale è la nascita di una società di consumo di massa che in buona misura sarà all’origine dell’apparizione di una nuova cultura, anch’essa di massa, e diretta soprattutto ai giovani. Non si può sorvolare sull’impatto che ebbe nella primavera del 1967 l’uscita di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles: furono milioni i giovani che lo comprarono nel giugno di quell’anno nei negozi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti e nei mesi seguenti in tutto il resto del mondo occidentale. Milioni di ragazze e di ragazzi che allo stesso tempo, in pratica, stavano ascoltando uno stesso disco a migliaia di chilometri di distanza. Un fatto impensabile solo dieci anni prima. Come notava Vittorio Foa, “i giovani guardavano al mondo e il mondo diventava di casa”: ossia, i giovani si riconoscevano “come generazione, come soggetto di diritti, per giunta in un quadro internazionale”. […]

Il fatto è che tutto è estremamente interconnesso, come spesso accade nella storia: non si può capire l’importanza di un elemento senza relazionarlo con un altro. Si pensi ad esempio alla televisione che diventa di massa in quegli anni: nel 1950 solo il 10% delle famiglie statunitensi ne possiede una; nel 1960 saranno il 90%. Ma la rapidità di questi cambiamenti non si dà solo “nel cuore della bestia”, nella famosa definizione di Che Guevara: al massimo tra gli USA e gli altri paesi occidentali c’è un gap cronologico di qualche anno. In Italia, si passa dal 20% del 1960 all’89% del 1975, mentre nella Spagna franchista le famiglie che posseggono un televisore passano dal 32% nel 1966 all’85% nel 1973. Le immagini circolano rapidamente da un capo all’altro del mondo: come spiegare altrimenti la rapida diffusione delle proteste contro l’intervento americano in Vietnam? Quella nell’ex Indocina francese era la prima guerra ritrasmessa in televisione. Tutti vedevano quelle immagini: da Detroit a Francoforte, da Parigi a Roma, da Belfast a Città del Messico. Non era successo lo stesso nei precedenti conflitti bellici, né nella Seconda Guerra Mondiale né nella guerra di Corea.

Vediamo un altro esempio di interdipendenza che spiega la complessità di questo periodo storico in cui la globalizzazione, così come la conosciamo, inizia a prendere forma. Nella vittoria elettorale di John Fitzgerald Kennedy alle presidenziali statunitensi del 1960 pesò – e non poco – il dibattito televisivo in cui l’allora senatore democratico per il Massachussets sfidò il repubblicano Richard Nixon, vicepresidente di Eisenhower nei due mandati precedenti. Pesò non solo perché, essendo il primo dibattito televisivo della storia, fu un vero e proprio avvenimento visto da milioni e milioni di americani, ma anche perché l’immagine dei due politici era come il giorno e la notte: Kennedy appare giovane, dinamico, rilassato; Nixon risulta vecchio, impacciato, grigio. […]

Ma l’immagine di Kennedy ci spiega anche perché molti dei giovani che poi saranno protagonisti delle proteste del 1968 negli Stati Uniti – proteste rivolte innanzitutto contro l’establishment democratico al governo – appoggiarono in quel momento il giovane presidente, per quanto le sue politiche, tanto mitizzate dopo la sua morte, avessero molti chiaroscuri. Ma se spostiamo lo sguardo dagli Stati Uniti all’Europa occidentale, le cose non erano molto diverse, anche se non ci furono dibattiti televisivi e pochi leader politici destarono speranze nei giovani. Il punto è che in quegli anni governava una sorta di gerontocrazia: Konrad Adenauer, cancelliere della Germania Occidentale fino al 1963, era nato nel 1876, il generale De Gaulle, ritornato al potere in Francia dieci anni prima, nel 1890, mentre il britannico Harold MacMillan nel 1894 e Amintore Fanfani nel 1908. Nel 1960 avevano rispettivamente 84, 70, 66 e 50 anni. Come potevano connettere con una generazione il cui lemma era “non fidatevi di nessuno che abbia più di trentanni”, come clamò l’attivista studentesco Jack Weinberg in una manifestazione a Berkeley nel 1964?

Torniamo alla cultura di massa. Non ci sono solo i Beatles o i Rolling Stones, ovviamente. E nemmeno solo le minigonne o i jeans, fenomeni che non devono essere assolutamente sottovalutati. Così come quello delle droghe: nei soli Stati Uniti nel 1970 ben due milioni di persone avevano provato LSD. Ma a partire dagli anni Sessanta inizia a diffondersi quella che sarà definita la controcultura che trova le sue origini, una volta ancora, negli anni Cinquanta, con la Beat Generation di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Borroughs, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti. La lettura di Urlo da parte di Ginsberg nell’ottobre del 1955 nella Six Gallery di San Francisco è un momento che segna un prima e un dopo, come la pubblicazione del romanzo Sulla strada di Kerouac due anni dopo. È da lì che in fin dei conti nasce la cultura underground che si svilupperà nei due decenni successivi e che toccherà tutti gli ambiti artistici: dal cinema alla musica, dalla letteratura al teatro, dalle arti plastiche alla pittura. E che avrà una relazione strettissima con la politica: come non ricordare, per rimanere nel solo contesto statunitense, l’esperienza di Newsreel, il collettivo di militanti staunitensi che produce film per il Movement? O quella del Living Theatre o del teatro di guerriglia? Come affermerà più grezzamente l’attore Peter Coyote, uno dei mebri della comunità hippie di Haight-Ashbury a San Francisco e fondatore nel 1966 dei Diggers – collettivo controculturale di ispirazione libertaria che si rifaceva nel nome agli “zappatori”, le comunità create durante la Rivoluzione inglese del Seicento –, “ero solo interessato a buttare giù il governo e a scopare. Le due cose stavano insieme armonicamente”.

Ma le interdipendenze e le connessioni sono evidentissime in ogni momento: basti ricordare l’amicizia che legava proprio il già citato Allen Ginsberg e Bob Dylan. Non sono proprio Ginsberg, con la barba e il vestito da santone, e Bob Neuwirth che appaiono in un angolo del video di Subterranean Homesick Blues, mentre Dylan srotola i cartelli con il testo della canzone? Un video che in realtà non è un video, ma un frammento di Don’t Look Back, il film del regista D. A. Pennebaker che racconta la tournée inglese del bardo di Duluth. Si uniscono in un solo momento l’esponente principale della nuova canzone d’autore, il padre della poesia beat, un nuovo film maker e un artista di arti visuali (oltre che cantautore e musicista). È ancora un caso che alcuni versi di quella stessa canzone di Dylan – “You don’t need a weatherman to know which way the wind blows” – furono scelti dal settore più radicale del movimento studentesco americano per dare il nome a uno dei gruppi fondato sulle ceneri dell’SDS nel 1969, gli Weather Underground o, più semplicemente, Weathermen? O che proprio gli Weathermen un anno dopo fecero evadere dalle carceri statunitensi il guru della psichedelia Timothy Leary, previo compenso di 25mila dollari pagato dalla Fratellanza dell’Amore Eterno? O ancora che John Lennon nel 1971, compose una canzone per appoggiare la liberazione del poeta e attivista John Sinclair, fondatore delle Pantere Bianche – gruppo libertario-socialista antimilitarista corrispettivo delle Black Panthers – incarcerato due anni prima per possesso di marihuana? Potremmo continuare all’infinito. Ma, ritornando a Dylan, basta ricordare la sua partecipazione – l’unica in una manifestazione politica – insieme a Joan Baez alla marcia su Washington organizzata da Martin Luther King nell’agosto del 1963. Quale migliore immagine per sottolineare l’unione che si diede tra i giovani, le rivendicazioni politiche e una nuova cultura?

In ogni caso, il fatto è che la cultura di massa si stava convertendo in internazionale. Una nuova cultura giovanile mondiale che era allo stesso tempo “demotica”, ossia di ispirazione popolare, e “antinomiana”, ossia avversa a ogni tipo di regola, soprattutto in merito alla condotta personale, come nota Eric J. Hobsbawm. Una cultura di indipendenza, rivolta contro l’establishment e che per la prima volta ha come modello la musica, i vestiti e il linguaggio delle classi inferiori dei centri urbani. Una cultura che si ribella contro tutto ciò che rappresenta la generazione dei padri, perfino il benessere. Lo spiegava bene nel 1970 l’attivista statunitense Jerry Rubin nel suo famoso DO IT! Scenarios of a Revolution, legando la ribellione alla musica rock che fece la sua comparsa sulle scene con Elvis Presley. […]

Ma sulla nuova generazione di sedicenni, diciottenni e ventenni della metà degli anni Sessanta influiscono anche nuove letture nel campo della letteratura, della filosofia, della psicologia, della teoria politica. […] Secondo Tony Judt, gli anni Sessanta sono “la grande epoca della Teoria”: lo strutturalismo, Foucault, Lacan, Braudel, Levi-Strauss… E Fanon, Marcuse, Adorno, appunto, come ricordato da Auster. E, ovviamente, il marxismo, con la riscoperta di pensatori eterodossi e dimenticati quali Rosa Luxemburg, György Lukács o Antonio Gramsci, ma anche lo stesso Marx, soprattutto il giovane Marx. Fu proprio il filosofo Louis Althusser, uno dei maggiori esponenti dello strutturalismo, che, con opere come Per Marx e Leggere il Capitale, rispettivamente pubblicate in Francia nel 1965 e nel 1966, riscoprì il giovane Marx, oltre a diffondere il pensiero di Mao. Ma nella divulgazione/rielaborazione di alcune questioni affrontante dal filosofo di Treviri in gioventù – come l’alienazione o la mercificazione – ebbero un ruolo non secondario anche i situazionisti: basta leggere i testi pubblicati in quegli anni da Raoul Vaneigam o Guy Debord, in primis La società dello spettacolo, uscito in Francia proprio nel 1967. È un caso che la futura brigatista e compagna di Renato Curcio, Mara Cagol, discuta nel 1969 all’Università di Trento la sua tesi di laurea, intitolata Qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico, proprio sui Grundrisse di Karl Marx? O che nel 1967 due giovani registi come Marco Bellocchio e Jean-Paul Godard dedichino due film alla Cina? […]

In questa ricerca dei frammenti per ricostruire il caleidoscopio del ’68 non dobbiamo assolutamente perdere di vista però la politica internazionale in un mondo che viveva ossessionato – per buone ragioni vista la divisione tra Est e Ovest – dalla geopolitica. La creazione dei Paesi Non Allineati (1955), la rivoluzione cubana (1959), la guerra del Vietnam (1965-1975) e la decolonizzazione dei paesi africani che si accelera all’inizio degli anni Sessanta sono avvenimenti che segnano direttamente o indirettamente il Sessantotto. […]

A tutto questo si lega indissolubilmente il vivacissimo dibattito all’interno delle sinistre: il rinnovamento che tale dibattito comportò pesò notevolmente sulle dinamiche del Sessantotto. Da un lato, vi era la percezione del declino del mito sovietico dopo i fatti ungheresi del 1956, che, almeno per una gran parte delle nuove generazioni, colpiva ispo facto tutti i partiti comunisti occidentali, considerati riformisti, revisionisti o addirittura traditori; dall’altra vi erano nuove esperienze che si trasformavano in modelli per la lotta rivoluzionaria e la costruzione del socialismo, come la Cina di Mao o la Cuba di Fidel e del Che. Non è ripetitivo ricordare che proprio Guevara deciderà di lasciare Cuba nel 1965 per dare vita a movimenti di guerriglia in altri paesi, prima il Congo e poi la Bolivia, dove verrà assassinato nell’ottobre del 1967. Non è casuale la presenza di Régis Debray con il Che nel paese sudamericano – al di là della supposta delazione dell’intellettuale francese – o quella di Giangiacomo Feltrinelli. Così come non è affatto casuale la diffusione della dottrina del “focolaio”, ossia della guerra di guerriglia teorizzata dal Che a partire dall’esperienza cubana, alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta non solo in America Latina – dai Montoneros argentini e i Tupamaros uruguayani alle FARC o l’ELN colombiani – ma in gran parte del globo, sia nel Terzo Mondo – si pensi al Vietnam o a diversi paesi africani – sia nel Primo Mondo – dalle Brigate Rosse alla RAF tedesca o all’ETA –. Come rilevava Vittorio Foa tre decenni più tardi, “la voglia di cambiamento e di novità era forte e rapida la diffusione di miti che esentavano dalla faticosa, spesso improba, ricerca della realtà fattuale”. […]

Ma non dobbiamo dimenticare nemmeno il rinnovamento che vive il mondo cattolico negli anni Sessanta con il Concilio Vaticano II e la teologia della liberazione. Come comprendere altrimenti la figura di Camilo Torres, sacerdote che si unì alla guerriglia guevarista dell’Ejército de Liberación Nacional colombiano in una delle cui azioni, nel febbraio del 1966, fu ucciso? È un caso che sia Carlos Puebla che Daniel Viglietti dedicheranno una canzone a Torres dopo la sua morte? Ma senza tenere conto della vera e propria rivoluzione che sta vivendo il mondo cattolico non comprenderemmo nemmeno l’esperienza dei curas obreros, i preti operai che in Spagna collaborarono con i partiti antifranchisti in clandestinità, o figure come Don Milani in Italia. Come si può vedere, i frammenti che compongono il caleidoscopio del ’68 sono davvero molti.