Venti di guerra sul Golfo

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Autore originale del testo: Franco Cardini e Marina Montesano
Fonte: Minima Cardiniana

di Franco Cardini – 17 giugno 2019

EDITORIALE

Sbaglierò, ma ho l’impressione che le elezioni europee, le faccende legate alla disgraziata situazione politica italiana e le prospettive delle sanzioni europee ci abbiano un po’ distratti dalle cose serie (quelle che ho or ora enumerato sono tragiche: ma mi rifiuto di definirle serie). C’è qualcosa che sta accadendo nel Golfo Persico, e potrebbe non essere il solito bluff. Ho chiesto l’aiuto di Marina Montesano, anche perché lei è molto più brava di me nel cercare notizie attendibili nel mare magnum delle fake news internazionali dal quale siamo circondati e da cui attingono abbondantemente e sistematicamente i nostri media. Ne è venuto fuori un quadretto non dappoco. Leggete qui.

FUSSE CHE FUSSE LA VÒRTA BBONA? (SPERIAMO DI NO: E TUTTAVIA…)

VENTI DI GUERRA SUL GOLFO

Come si scatena una guerra

In questi giorni, gli Stati Uniti accusano il governo iraniano di aver attaccato cargo petroliferi nello stretto di Ormuz. Il governo inglese subito si allinea all’alleato/padrone e ritiene certe le prove fornite, che si risolvono in alcuni video sfocati aperti a qualsiasi interpretazione. Fra i leaders occidentali, solo Jeremy Corbyn alza la voce per invitare alla cautela ed evitare ogni escalation perché prove non ce ne sono. Il resto dell’Europa tace.

Allora è il caso di andare indietro di qualche anno.

Nell’estate 2016 è stato reso pubblico il “rapporto Chilcot”, ossia il risultato dell’indagine condotta nel Regno Unito da un panel di Consiglieri privati (il Privy council è un organo di consiglio del capo di stato) guidati da Sir John Chilcot. Scopo principale dell’inchiesta era analizzare gli eventi che hanno condotto all’invasione dell’Iraq nel 2003, giudicando sulla legalità dell’azione militare, le false informazioni di intelligence e se Tony Blair prese accordi e passò documenti all’allora presidente USA George W. Bush per favorire l’invasione. Difatti, tra i documenti più significativi ci sono 30 lettere segrete, note e conversazioni tra Blair e Bush nei mesi precedenti all’inizio della campagna contro l’Iraq. Il rapporto è devastante per ciò che riguarda le responsabilità del governo Blair nell’aver fabbricato false informazioni sulle armi segrete di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein; armi inesistenti, com’è ormai noto, anche se qualcuno ancora protesta che forse c’erano, o che gli alleati sarebbero andati in guerra con altre motivazioni ufficiali. Il rapporto Chilcot li mette, si spera, a tacere per sempre, ma nel frattempo è opportuno ricordare il discorso che il segretario di Stato americano Colin Powell pronunciò al Consiglio di sicurezza dell’Onu il 5 febbraio 2003, a poche settimane dall’invasione. In quell’occasione mostrò fotografie scattate dai satelliti, diagrammi, una fiala che avrebbe dovuto esser prova delle armi chimiche (come l’antrace) possedute dall’Iraq, fece ascoltare la registrazione di conversazioni telefoniche tra funzionari iracheni. Un insieme di presunte prove del tutto false.

Negli anni ’80, in realtà, molte armi Saddam Hussein le aveva ricevute dagli Stati Uniti, quando dal 1984, durante la guerra tra Iraq e Iran, aggirando in più modi l’embargo veniva rifornito di consiglieri e armi per combattere il nemico iraniano. La guerra andò male per l’Iraq, ma soprattutto per i civili su entrambi i fronti: oltre 100mila morti, senza contare il massacro dei curdi (stimato fra le 50mila e le 100mila vittime) compiuto da Saddam sul finire del conflitto. Ma naturalmente, tutto questo appartiene al passato, dunque si preferisce non ricordarlo. Senonché, prima c’è stata la rivendicazione del Kuwait, fatta per ripagarsi della sconfitta in Iran, poi all’inizio del nuovo millennio la minaccia di sostituire l’euro al dollaro come unità monetaria di riferimento nelle transazioni petrolifere irachene. Il che evidentemente avrebbe potuto favorire l’Unione europea, a quanto pare piuttosto miope verso i suoi propri interessi.

Comunque, è sulla base delle bugie orchestrate da Blair e Bush che USA, Regno Unito e alleati europei sono scesi in guerra nel 2003. E questa guerra, con la fine del regime di Saddam Hussein, è il crocevia fondamentale per la nascita dell’ISIS. Il “dopo Saddam”, come si usa dire, si è risolto di fatto in un caos fra le differenti fazioni, di fronte al quale gli eserciti e i leader dei paesi occupanti si sono dimostrati assolutamente incapaci. Il regime “baathista” iracheno imposto da Saddam Hussein ispirato al “socialismo arabo” e quindi, come noi usiamo impropriamente dire, “laico”, aveva tenuto a bada l’anticristianesimo dei gruppi musulmani radicali: per l’ideologia nazionalista del Baath contava anzitutto l’essere cittadini iracheni al di là di religioni e di confessioni. Ma il rovesciamento di quel regime, nel 2003, ha ricondotto con violenza in primo piano tanto la rivalità arabo-curda, quanto quella sunnito-sciita all’interno dell’islam e, infine, quella anticristiana dei gruppi che adesso si richiamano al radicalismo sunnita.

Ma se vogliamo andare ancora più indietro nel tempo, allora scopriamo paralleli imbarazzanti: è probabile che non si saprà mai come andarono esattamente le cose per la USS Maine, la nave inviata vicino alle coste cubane nel 1898, il cui misterioso affondamento servì agli Sati Uniti come pretesto per muovere guerra alla Spagna. Sappiamo invece molto di più a proposito della cosiddetta “operazione Northwoods”, un insieme di manovre false flag contro il governo cubano all’indomani della rivoluzione di Fidel Castro, nel 1962, che ha avuto origine all’interno del Dipartimento della Difesa del governo degli Stati Uniti. Le proposte invitavano la CIA a commettere atti di terrorismo contro civili e obiettivi militari americani, incolpando il governo cubano e usandolo per giustificare una guerra contro Cuba. Le possibilità descritte nel documento includevano l’assassinio di emigrati cubani, l’affondamento di barche di profughi cubani in alto mare, il dirottamento di aerei, l’esplosione di una nave statunitense e l’orchestrazione del terrorismo violento nelle città statunitensi. Le proposte furono respinte da John F. Kennedy.

Tuttavia, dovevano essere rimaste nel cassetto, se pensiamo all’incidente del golfo del Tonchino, avvenuto il 2 agosto 1964. In quella data il cacciatorpediniere USS Maddox sarebbe stato attaccato da navi del Vietnam del Nord: in acque internazionali secondo gli americani, vietnamite secondo il Vietnam, ma senza gravi conseguenze. Due giorni dopo, tuttavia, ecco un nuovo attacco alla stessa Maddoz. A quel punto, il 7 agosto 1964, il senato approvò la risoluzione detta non casualmente “del golfo del Tonchino”, con la quale conferì pieni poteri al presidente Johnson per aumentare il coinvolgimento statunitense nella guerrain Vietnam. Com’è andata a finire lo sappiamo tutti, ma è opportuno ricordare che la declassificazione dei documenti d’epoca a distanza di decenni ha dato risultati certi e la stessa National Security Agency, nel 2005, ha concluso che il 4 agosto 1964 non c’erano navi nordvietnamite intorno alla Maddox.

Franco Cardini e Marina Montesano