Verdi, un provocatore

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Ricordo ancora con precisione una pagina del sussidiario delle elementari – ebbene sì, ai miei tempi c’era ancora il sussidiario – dedicata all’unità d’Italia: intorno alla cartina del paese finalmente riunificato c’erano i ritratti di Cavour, Garibaldi, Mazzini, Verdi e Manzoni. Il volto di Verdi era quello disegnato da Giovanni Boldini, che io conoscevo bene, perché era sulle banconote da mille lire, un altro degli oggetti il cui ricordo dimostra la mia età. Quello di Manzoni invece era quello celeberrimo di Francesco Hayez. Quell’immagine mi è sempre rimasta in mente anche negli anni successivi, quando ho potuto studiare cosa è stato davvero il Risorgimento italiano, al di là delle edificanti favolette raccontate con un’eccessiva enfasi retorica ancora agli inizi degli anni Settanta, in quel libro destinato alle scuole elementari. E ho sempre trovato significativo che uno scrittore e un musicista fossero tra quei ritratti: è il segno che la storia dei popoli è qualcosa di più complesso del mero succedersi di eventi politici e militari, il segno del valore e dell’importanza della cultura nella storia. E ripensandoci è curioso che tra i cinque “fondatori” dell’Italia ci sia anche Giuseppe Mazzini, che ai tempi era considerato più o meno quello che oggi noi chiameremmo un terrorista.

Comunque quegli uomini erano tutti vecchi; almeno così erano rappresentati nel mio sussidiario. Eppure non erano così vecchi quando hanno fatto, ciascuno a proprio modo, l’Italia: Camillo Benso di Cavour è diventato presidente del consiglio del Regno di Sardegna a 41 anni, Giuseppe Garibaldi ne aveva 53 quando è sbarcato a Marsala e Giuseppe Mazzini 44 quando è diventato triumviro della Repubblica romana. Alessandro Manzoni pubblica la prima edizione de I promessi sposi a 42 anni e Verdi ne ha soltanto 29 quando il Nabucco debutta alla Scala.

Ho l’impressione che spesso noi, sia quando studiamo la storia sia quando andiamo a teatro o leggiamo un libro, dimentichiamo questi fondamentali dati biografici. Se c’è nel nostro paese un genere teatrale che appare sussiegoso e pomposo quello è senz’altro l’opera lirica. Purtroppo il teatro d’opera è diventato il terreno di pastura di vecchi – e vecchie – parrucconi, del peggior conservatorismo italico, che pure si manifesta in tanti altri settori della nostra società. Eppure Giuseppe Verdi prima di diventare un “classico” del teatro, prima di diventare il “padre della patria” da mettere sulle mille lire e nei sussidiari delle scuole elementari, è stato un autore a suo modo rivoluzionario, che avrebbe sbeffeggiato quelli che oggi lo celebrano con tronfia ignoranza, dai loggioni e dalle pagine culturali dei giornali, quelli che “difendono” Verdi da ogni interpretazione moderna, quelli che pretendono che le opere siano sempre fatte in un unico modo.

E, alla faccia di tutti i conservatori, Verdi era un autore che oggi definiremmo provocatorio, che proprio per questo ha avuto molti problemi con la censura e non ha sempre incontrato il favore del pubblico del suo tempo. Giuseppe Verdi ha spesso raccontato storie in cui il motore principale è il potere, in cui ha cercato di svelarne i meccanismi più profondi, e questo naturalmente tende a non piacere a chi quel potere lo esercita.

Per questo Verdi è stato spesso censurato, più o meno duramente, in diversi parti d’Italia. Ad esempio quando ha cercato di mettere in scena l’assassinio – tentato o compiuto – di un re. Si tratta evidentemente di un tema che ai re un po’ disturba e che quindi i loro servi cercano di evitare. E così il re di Francia protagonista del dramma di Victor Hugo Le roi s’amuse è dovuto diventare il molto meno compromettente duca di Mantova del Rigoletto, visto che i duchi a Mantova non c’erano più. E allo stesso modo il re di Svezia Gustavo III, ucciso in scena nel dramma di Daniel Auber, diventa Riccardo, governatore di Boston negli anni dell’America coloniale, per permettere a Verdi di superare la censura e mettere in scena Un ballo in maschera. Verdi soffre per queste censure, che rendono meno forti le sue opere: sempre in Un ballo in maschera i censori tentano di trasformare Amelia nella sorella di Renato, per rendere meno “morbosa” la vicenda.

Ma Verdi dà scandalo non solo per come racconta la politica, ma anche per come descrive la società. Quando nel 1853 mette in scena alla Fenice di Venezia La traviata, raccontando la storia di una prostituta nel bel mondo di Parigi, Marie Duplessis – la donna che Dumas chiama Marguerite Gautier e Verdi Violetta Valery – è morta da appena sei anni: è una storia d’attualità, una sorta di istant-opera. Verdi getta in faccia al pubblico di benpensanti la “loro” storia, visto che proprio loro potevano essere stati “clienti” di Violetta. E infatti i gestori del teatro si affrettano a scrivere nella locandina che la scena si svolge a “Parigi e vicinanze nel 1700 circa”. Molto circa. Un tentativo di rendere digeribile agli spettatori qualcosa che Verdi voleva li disturbasse.

E in fondo Verdi, anche da vecchio, anche da “padre della patria”, è rimasto uno spirito anarchico, visto che la sua ultima opera, Falstaff, si chiude con il celebre verso “tutto il mondo è burla.”

L’ultimo sberleffo di un rivoluzionario ottantenne in faccia ai potenti e ai loro servi, in faccia ai conservatori di ogni risma.