Viva la Crusca

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di Luca Billi 8 febbraio 2019

Quando Giovan Battista Deti, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiano de’ Rossi cominciarono a ritrovarsi con una certa regolarità nelle loro case di Firenze, decisero di chiamarsi la “brigata dei crusconi”. Erano letterati che non volevano prendersi troppo sul serio, come facevano invece i loro colleghi che si riunivano nell’Accademia fiorentina. Scrivevano e recitavano quelle che chiamavano “cruscate”, ossia discorsi giocosi, in cui di sera giocavano con quelle parole con cui invece di giorno erano soliti “lavorare”. Quando nell’ottobre del 1582 Lionardo Salviati si unì al gruppo, nacque davvero la Crusca e quei letterati si assunsero il compito di separare il fior di farina, ossia la buona lingua, dalle sue parti meno pregiate, e diedero vita all’impresa di scrivere il primo vocabolario della lingua italiana, la cui prima edizione fu stampata nel 1612. Ne seguì una seconda nel 1623, una terza nel 1691, una quarta completata nel 1738, mentre la quinta, iniziata nel 1811, rimase incompiuta alla lettera “o”.
Mi pare evidente che la storia dell’Accademia della Crusca sia qualcosina di più del dibattito se si possa dire “esci il cane” (che peraltro non si può dire e nessun accademico vi dirà mai che si può dire). C’è però in questa vicenda, su cui si sono scatenate battute e ironie, qualcosa di positivo. Perché con le parole – come ci hanno insegnato i primi “crusconi” – bisogna anche giocare, scherzare, e non dobbiamo prenderci troppo sul serio quando le usiamo.
Proprio perché penso che le parole siano importanti, credo che dovremmo usarle più di quanto facciamo. E dovremmo usarne di più, perché quelle che adoperiamo sono purtroppo sempre meno, come ci ha insegnato un maestro della parole come Tullio De Mauro. E inevitabilmente quando usiamo le parole le trasformiamo, le facciamo nostre, le inventiamo a volte. Pensate a una bambina e a un bambino che cominciano a parlare e che, ascoltando quello che dicono i “grandi”, usano quelle parole in maniera molto creativa, storpiandole, dando loro significati diversi da quelli che sono scritti nel vocabolario dei loro genitori. Quelle parole, quelle costruzioni sintattiche e grammaticali, non sono meno “giuste” di quelle codificate dagli accademici della Crusca. Per parafrasare uno che con le parole sapeva giocare come pochi altri, e che sapeva parlare con i bambini: “la mia grammatica è solo differente dalla vostra”.
In Italia siamo fortunati ad avere un’istituzione come l’Accademia della Crusca e dobbiamo tenercela cara; e ovviamente dobbiamo spendere per mantenerla e farla vivere. E dobbiamo ringraziare gli accademici perché ci ricordano ogni giorno che ci sono forme corrette e forme scorrette, forme accettate e forme da rifiutare, visto che l’ignoranza non è un “crimine”, è una cosa che si può correggere studiando e non qualcosa di cui vantarsi con arroganza, come oggi troppo spesso succede. L’Accademia della Crusca è necessaria, oserei dire costituzionalmente. Perché gli accademici con il loro lavoro – che troppe volte viene accusato di pedanteria – ci ricordano che la sintassi e la grammatica sono una “garanzia democratica”. Ai cittadini non fa bene né essere trattati con il latinorum degli azzeccagarbugli, dei dotti che, al soldo dei potenti di turno, usano la loro cultura per ingannare, né con le volgarità della lingua dei “nuovi” potenti che, fingendosi “popolari”, parlano male, e usano quelle parole per far pensare male. Imparare la grammatica e la sintassi, imparare che “esci il cane” è un errore, significa avere gli strumenti per capire gli altri, e anche per lottare per i propri diritti.
Mentre impariamo quello che la Crusca ci insegna, mentre impariamo a parlare bene – e quindi a pensare bene – dobbiamo anche sapere che una lingua non è fatta soltanto dagli accademici, ma è creata ogni giorno da noi, da tutti noi. La lingua che parlano gli attuali accademici della Crusca farebbe rizzare i capelli in testa al povero Salviati. Una lingua è in gran parte la codificazione di errori, ossia si trasforma continuamente proprio grazie ai nostri “errori”, che finiscono per diventare la norma. In fondo l’italiano è solo un latino pieno di errori e di storpiature, di costruzioni sintattiche e grammaticali su cui Cicerone sarebbe inorridito, di tantissimi “esci il cane” che via via hanno preso il loro posto d’onore nei vocabolari. Per questo dobbiamo esercitare la parola, dobbiamo parlare e scrivere, dobbiamo usare questo strumento che è la nostra lingua, senza avere troppa paura di sbagliare. E anche di scherzare. Perché anche noi siamo la Crusca.

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...