Vizi pubblici, private virtù: malattia senile della modernità

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di Franco Cardini 11 marzo  2019

Qualche giorno fa ha sollevato molta commozione, suscitando applausi e standing ovation nel nostro Parlamento, una dichiarazione del vicepresidente Calderoli, che, coordinando una seduta dedicata alla lotta contro il tumore, ha rivelato che egli stesso sta da oltre sei anni lottando quotidianamente con una forma di questa temibile malattia. Hanno giustamente commosso la serenità, il coraggio e l’umiltà con le quali l’esponente leghista ha informato del suo serio problema l’assemblea.

In realtà, questo episodio di virtù personale e civica – tanto più apprezzabile in quanto purtroppo, di questi tempi, la nostra assemblea legislativa non ci offre troppo di frequente esempi del genere – è molto più significativo di quanto a prima vista non potrebbesembrare. Allo stesso modo per quanto in un differente contesto, il Parlamento statunitense ha di recente tributato un riconoscimento del genere a una senatrice che ha narrato di aver in tempi passati dovuto subire ripetuti episodi di violenza sessuale. L’attrice Charlyze Teron è stata molto elogiata per aver avuto il coraggio di raccontare la propria infanzia di bambina soggetta all’arbitrio di un padre violento. Tutti ci commovemmo, nel 2005, dinanzi allo “spettacolo esibito” della lunga agonìa di papa Wojtyla, al di là del valore e del significato dell’opera di quel grande pontefice. Le ferite individuali del corpo e dell’anima sembrano oggi degne di venir considerate in sé e per sé, non per quel che il loro significato profondo può insegnarci.

Su un piano molto diverso, ma in fondo nel medesimo àmbito di questioni, è ormai invalso l’uso di applaudire il defunto durante i funerali di qualcuno che si sia distinto sì per meriti pubblici – un carabiniere caduto in servizio, ad esempio –, ma più spesso di chi abbia saputo guadagnarsi la stima dell’opinione pubblica attraverso performances che hanno dimostrato il suo valore specificamente personalenel campo dello sport o dello spettacolo, al di là di qualunque valutazione sul significato di esso a livello sociale o civile. In altri termini, gli “eroi dei nostri tempi” non sono più coloro che pongono la propria eccellenza al servizio degli altri – e in ciò costituiscono un modello -, ma semplicemente i detentori di forza, di energia, di abilità speciali da valutarsi in sé e per sé. L’eroe del nostro tempo non è più un “modello” né un “esempio”, in quanto il suo valore è strettamente personale e inattingibile da altri. È un “campione”, ma non è un “martire”, vale a dire il testimone di una causa. Se fosse tale, rovescerebbe l’antica massima: è stato detto infatti che non poena, sed causa facit martyrem: ma oggi la causa è irrilevante di fronte al coraggio e/o all’abilità mediante i quali si sono conseguiti certi effetti e che sono in quanto tali gli unici degni d’ammirazione. Se l’eroe del nostro tempo potesse esser definito un martire, si dovrebbe paradossalmente affermare che non causa, sed poena facit martyrem. Ed oggi è sempre così, salvo i casi nei quali ci si chieda se sia il caso di elogiare qualcuno che non sia politically correct. Quando il rex iniustus muore, la damnatio memoriae lo insegue qualunque siano le circostanze della sua morte. Non è lecito affermare che Saddam Hussein o Muhammar Gheddafi sono morti coraggiosamente, tantomeno “eroicamente”. Il politically correct è accortamente manovrato dai nuovi teologi laici dello iustum bellum,ed è alla luce di ciò che si decide quando la poena di chi ha dovuto soccombere sia o no rispettabile, nella misura nella quale la sua causa risulta più o meno tale. Chi muore dalla “parte sbagliata” può anche farlo onestamente e addirittura eroicamente, ma non ha diritto a un posto nei moderni Acta Martyrum; quel che comunque gli spetta è una menzione nel nuovo De mortibus persecutorum.

L’inversione dei valori può tuttavia, complice la debolezza della memoria collettiva che è un naturale corrispettivo dell’incontrollato bombardamento di notizie indiscriminate al quale siamo di continuo sottoposti, giungere addirittura al paradossale esito secondo il quale il criminale conosciuto come tale potrà, se avrà la pazienza e la costanza di attendere che il suo caso sia stato dimenticato, affacciarsi di nuovo alla ribalta della TV o di altri mediacon buone probabilità che la gente non abbia dimenticato il suo volto, ma si sia del tutto scordata il crimine cui esso era associato. Poiché la coscienza della causa della menzione è labile, ma la menzione permane. Ciò corrisponde a una norma precisa e ben nota della società dello spettacolo, nella quale l’apparire è di gran lunga più importante dell’essere. Quando addirittura il vizio non appaia utilitaristicamente esemplare: di un politico dal non troppo specchiato comportamento nella vita privata e negli affari, ma dal sicuro successo, si dirà quindi tranquillamente che “se ha saputo far bene il suo interesse, saprà fare anche il nostro”. Dir che tutto ciò è un “sillogismo difettivo” è forse benevolo eufemismo: ma si tratta comunque di ragionamenti diffusi, la gravità dei quali si avrebbe torto a sottovalutare.

Il fatto è che, sul piano etico, si è almeno per molti versi quasi raggiunto la mèta di quell’ “inversione di cànone” che si è gradualmente andata imponendo negli ultimi decenni dall’avanzare della Modernità. Oggi si sembra apprezzare in massimo grado qualunque prova di virtù individuale in quanto frutto di libera scelta e tendente ad affermare, in qualunque modo, il proprio ego, la propria individualità. Si tratta più di mostrar valore contro le avverse condizioni dell’esistere personale che non di presentarsi al servizio di un principio o di una comunità: cosa quest’ultima che non sembra in  grado di suscitare in sé né ammirazione, né consenso.

Questo porre come uno scopo qualcosa che un tempo era semmai un mezzo è uno dei tanti connotati dell’essenza dell’Occidente moderno, o meglio ancora dell’endiadi “Occidente-Modernità”, come rivoluzione etica. Nelle società cosiddette tradizionali e anche da noi, almeno finché è perdurata qualcosa della memoria dell’ancien régime, vigeva il principio dei “vizi privati, pubbliche virtù”: quel che apparteneva al proprio vissuto andava rigorosamente celato (fossero veri e propri vizi o difetti;  ma più in generale quel che riguardava la privacy, considerata inviolabile), mentre al contrario quel che si proponeva ad oggetto di esempio degno di lode era il sacrificio dell’interesse o del benessere privato sull’altare della pubblica utilità e del pubblico bene. La capacità stoica di sostenere prove esistenziali difficili o sventure o privazioni poteva certo venir apprezzata e lodata, ma in fondo rientrava in quei “doveri” ai quali era considerato ovvio e naturale – quindi non particolarmente lodevole – l’ottemperare. Nessuno ha mai lodato Orazio o Napoleone per la loro capacità di sopportare la congiuntivite o il mal di stomaco. Semmai, si sottolineava come dal “male” di una disposizione privata non proprio commendevole potesse obiettivamente “scaturire il “bene” di un pubblico vantaggio: l’ambizione, condannabile in sé, era in grado di suggerire talora magnanimi gesti; l’avarizia, un vizio sordido, non solo poteva somigliare alla modestia e alla frugalità, ma era in grado d’innescare il circolo virtuoso del risparmio. Erano, secondo appunto la classica massima, i “vizi privati” che sostenevano le “pubbliche virtù”. Tutti i Tartuffes del mondo ne erano al corrente e sapevano ben gestire, di solito, le ambiguità che ne nascevano; ma la rosminiana eterogenesi dei fini era sempre in agguato, pronta a trasfigurare sì il bene in male, ma anche viceversa.

Ora, però, il nucleo forte e profondo della Modernità è invece proprio questo: l’esaltazione dell’individuo e della libertà e volontà individuali come supremo e assoluto valore a scapito obiettivo di tutto il resto. Ciò ha comportato, dal Cinquecento in poi, secoli di magari lenta ma progressiva eclisse di tutto quanto era pubblico o anche solo comunitario a vantaggio della ricerca del primato di quanto era individuale: la ricerca della felicità, del piacere, del successo, della salute, della longevità. Rispetto a questi traguardi, posti in primo piano, sono destinati a retrocedere le virtù che hanno specifico valore sociale: l’onestà, l’altruismo, il senso della cosa pubblica.

Dulce et decorum est pro patria mori, “è cosa dolce e onorevole morire per la patria”, dicevano i latini. E i Padri della Chiesa rincaravano la dose, sentenziando Non poena, sed causa facit martyrem, “L’essenza del martirio non sta nella pena sopportata, bensì nella causa servita”: ciò che veniva proposto all’ammirazione, nel martire, non erano né il coraggio né la capacità di sopportare le sofferenze, bensì la determinazione nel servire una buona causa.

Oggi non è più così. In tempi di polverizzazione dei doveri etici e sociali, di scomparsa del senso dello stato, di affermazione generalizzata dell’utilitarismo e di pratica diffusa dell’opportunismo, suscitano ammirazione e magari anche pietà i casi d’involontaria sofferenza privata sostenuti con forza e con dignità, ma non più troppo quelli di volontario sacrificio per un principio d’ordine superiore o per una comunità alla quale si senta di appartenere. L’ammalato Calderoli, la senatrice violentata, la stardall’infanzia infelice, commuovono in quanto hanno fatto come si usa dire “di necessità virtù” sopportando che una parte del loro diritto al benessere e alla felicità sia stata loro tolta e mirando magari a servirsi di quel sacrificio e di quella sofferenza per ottenere benefici su un altro piano. La Modernità ha raggiunto il capovolgimento della scala dei valori svalutando tutto quel ch’è pubblico o comunitario e valorizzando sempre e comunque quel ch’è individuale e privato. Tutto il resto sta avvenendo di conseguenza: la cancellazione del welfare, l’ipertrofia del diritto di proprietà e perfino di quello di autodifesa.

Sarà per sempre così? Non è detto. Questo è, appunto, il trend di quel che Zygmunt Bauman ha definito la “Modernità solida”. Ma sembra che all’orizzonte si stia profilando un altro tipo di Modernità, “liquida” stavolta, che potrebbe comportare il ritorno – non è ancor chiaro se apparente o sostanziale, se occasionale o sistematico – di valori negli ultimi decenni forse un po’ troppo frettolosamente giudicati come appartenenti al passato. Il mondo cambia rapidamente: e nella storia non si può e non si deve “mai dire mai”.