Ancora sull’Islam, tra equivoci e chiarimenti

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di Franco Cardini 11 marzo 2019

Alcuni signori che non conosco personalmente hanno avuto la premura d’informarmi che ben 1700 persone, convertite dall’Islam al cristianesimo, hanno scritto a papa Francesco invitandolo a diffidare dell’Islam, l’intima natura del quale resta ipocrita e crudele e che non potrà mai essere in quanto tale disponibile al dialogo. Ho risposto loro sottolineando come l’umma musulmana – vale a dire la comunità universale dei fedeli  del Corano –, se mai è esistita, ormai non esiste più da tempo; che i musulmani nel mondo sono ormai oltre un miliardo e seicento milioni di persone raggruppate in differenti confessioni, sodalizi, scuole, associazioni di vario genere: ma che mancano loro istituzioni normative responsabili, insomma Chiese, e che sovente essi sono reciprocamente in dissidio, per cui è tecnicamente impossibile sostenere che “l’Islam dice questo”, “l’Islam vuole quest’altro” e così via. Mi sono quindi formalmente impegnato a sostenere comunque con lealtà e decisione il loro punto di vista – mettendo pertanto in discussione il mio – qualora esso mi sia presentato con il corredo di prove convincenti e ho invitato i miei cortesi e  solleciti interlocutori a chiarire meglio a quali organizzazioni e ambienti musulmani essi precisamente si riferiscano nella loro denunzia; li ho altresì invitati sia a palesare la loro identità (dal momento che essi, conoscendo la mia, hanno deciso di mantenere l’anonimato: il che non stimo cosa corretta), sia a declinare i nomi e le qualifiche dei 1700 personaggi mittenti della lettera al pontefice al fine di verificarne il grado di attendibilità. Mi sembra che le mie siano richieste legittime. Per il momento, non ho ricevuto risposta. 

Intanto però, negli ultimi mesi, a proposito di “prove di dialogo” (o, come personalmente preferisco definirle, di confronto) tra Chiesa cattolica e alcuni esponenti d’illustri e qualificati ambienti musulmani si è proceduto con serietà e impegno: e a ciò molto ha contribuito un’occasione storica, l’ottocentesimo anniversario dell’incontro nell’estate-autunno del 1219, presso il delta del Nilo tra Francesco d’Assisi che proveniva dall’accampamento militare crociato e il sultano ayyubide d’Egitto al-Malik al-Kamil che era a capo dei difensori della sua città di Damietta.

È nel nome di frate Francesco che papa Francesco ha incontrato alcune personalità di rilievo del mondo musulmano odierno. Ad Abu Dhabi, dov’è stato ricevuto con ogni onore dal sultano locale (uno dei leaders dei cosiddetti “emirati”) e dalla popolazione, il pontefice ha incontrato Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam (cioè rettore) della Madrassa (vale a dire dell’istituto superiore di studi teologici e giuridici islamici) di Al-Azhar, oggi l’università coranica forse più famosa e autorevole del mondo. Al-Tayyeb è anche uno dei personaggi di maggiore spicco della società egiziana di oggi, è in costante e diretto contatto con il rais generale al-Sisi ed è sua la recente, lucida e coraggiosa dichiarazione secondo la quale i cittadini egiziani debbono ritenersi prima di tutto tali, fedeli allo stato e rispettosi delle sue leggi, qualunque siano le loro convinzioni e appartenenze religiose che sono ovviamente legittime e libere ma non debbono intaccare il primato die doveri di cittadinanza. Un colpo mortale a qualunque fondamentalismo: che d’altronde ha provocato la replica, da parte di ambienti musulmani diversi, secondo la quale Al-Azhar starebbe configurando una sorta di “Chiesa musulmana egiziana di stato” fedele al regime del Cairo: il che è tanto più problematico quanto più procede l’alleanza tra il governo egiziano e quello arabo-saudita, con le note connessioni wahhabite di quest’ultimo. Ciò va notato, per far capire fino a che punto sia arduo muoversi in qualunque direzione in certi ambienti e in certe problematiche.

È comunque epocale il Documento sulla fratellanza umana, per la pace mondiale e la convivenza comune firmato in Abu Dhabi da papa Francesco e dal Grande Imam Al-Tayyeb il 4 febbraio scorso. In esso, “In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere  come fratelli fra di loro, per popolare la terra e diffondere i essa i valori del bene, della carità e della pace” – ma anche in nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi, degli emarginati, dei rifugiati, degli esiliati, delle vittime di qualunque sorta di violenza e d’ingiustizia – i due firmatari in rappresentanza dei rispettivi seguaci e fedeli hanno dichiarato di “adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; al conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Il documento, disseminato di citazioni e di reminiscenze evangeliche e coraniche, presenta un’impressionante analogia con alcune encicliche pontificie, prima fra tutte la Laudato si’.

Su posizioni formalmente molto simili a quelle espresse ad Abu Dhabi si è esplicitamente altresì schierato Muhammad Ben Abdulkarim al Issa, dal 2016 segretario della Lega Musulmana Mondiale. In un’interessante intervista rilasciata alla Redazione della rivista “Confronti” e da essa pubblicata nel numero del febbraio scorso, pp. 30-32, egli si esprime esplicitamente in favore del dialogo, si schiera con decisione contro il terrorismo condannandone leaders e mandanti come “più miscredenti dei miscredenti” e dichiara che qualunque guerra “di religione” ha, in realtà, una profonda base politica e propagandistica. Potrebbero tuttavia stupire altre prese di posizione del segretario di una Lega che si presenta come “Musulmana” e “Mondiale”: per esempio la sua decisa scelta di parte a proposito dei responsabili ucraini dello scisma nei confronti della Chiesa ortodossa russa; o la sua decisa condanna degli sciiti yemeniti a suo avviso semplicemente “minoranza religiosa” ribelle al “governo legittimo”. Giova ricordare che la Lega Musulmana Mondiale è un’organizzazione non governativa islamica fondata nel 1962 alla Mecca per iniziativa dell’allora principe designato a ereditare la corona, il futuro re Feisal, insieme con altri 22 paesi: ad onta del suo nome, essa non rappresenta pertanto la totalità dei paesi musulmani e, in particolare, non consente alcuna voce al suo interno ai musulmani sciiti.

In altri termini, ecco un grave ostacolo alle relazioni tra cattolici e musulmani e in generale al dialogo con el organizzazioni islamiche, anche le più aperte e ragionevoli. Di solito molti parlano ancora, con scarsa cognizione di causa, di “teocrazia islamica”. È si può dire, vero il quasi esatto contrario. IL fatto che l’Islam non conosca organizzazioni ecclesiali non è per nulla un dato che lo dispone alla “libertà”: al contrario, è forse la sua principale debolezza. I gruppi e i sodalizi musulmani sono, paese per paese, indotti o costretti a obbedire al potere politico che li favorisce ma li controlla, li sostiene e li finanzia ma se ne serve come instrumentum regni. Al-Azhar in Egitto e al Lega Musulmana Mondiale in Arabia Saudita sono – nonostante le loro abissali diversità in termini di valore qualitativo ed etico – altrettanti strumenti dei loro rispettivi governi. Altrove si registrano, in infinite variabili, analoghi condizionamenti: che influenzano anche i sodalizi musulmani presenti anche nei paesi nei quali l’Islam non è maggioritario o egemone.

Nel dicembre del 2015 fu varato in Italia un “Consiglio per l’Islam”, organo consultivo del governo destinato ad affiancare la “Consulta” che riunisce le associazioni musulmane che operano in Italia e che, già fondata nel 2005. Ha da allora subìto molteplici, laboriose peripezie entrando più volte in crisi. Una “Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione”, tale da impegnare tutte le organizzazioni musulmane a rispettare alcuni valori fondamentali della repubblica italiana, fu presentata e sottoscritta ufficialmente nel 2007, ma ha conosciuto da allora molte vicissitudini. Un membro qualificato di quel “Consiglio”, il collega e amico Paolo Naso, ha esposto queste difficoltà in modo molto lucido e onesto ancora una volta sulla rivista “Confronti” (marzo 2016, pp. 7-8). Naso parla di una “strada in salita”: l’obiettivo – ma condiviso da quanti? – di un Islam” “europeo” e “italiano” appare ancora molto lontano: e siamo in piena inadempienza costituzionale, dal momento che la libertà di qualunque culto, in pubblico e in privato, è esplicitamente e formalmente tutelata dalla Carta costituzionale. Né valgono obiezioni “sovraniste”, che vorrebbero presentare le moschee come edifici di un culto “straniero”: gli italiani d’origine cattolica (sia pure “cattolici sociologici”) convertiti all’Islam (oltre ai musulmani provenienti dall’estero e a loro volta ormai cittadini italiani) sono circa 20.000. Vogliamo privare questi nostri connazionali di un diritto di libertà religiosa garantito dalla costituzione? Ciò è evidentemente improponibile. E non ci sono “proposte di referendum” pro o contro la costruzione di quella moschea in questa o in quella città che tengano.