La Merica e il #PD

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di Alfredo Morganti – 11 marzo 2019

Dicevano così i nostri emigranti, La Merica. E poi partivano per il nuovo mondo, alimentando la più grande diaspora di italiani verso il nuovo continente. La Merica è stata meta, sogno, fuga, vita nuova, paradiso in terra. È stata ed è ancora oggi mito. Persino la lunga marcia della #sinistraitaliana, a un certo punto, fu deviata da quella ammaliante sirena, e la sua ultima sembianza (il PD) nacque sotto il segno decisivo della sua stella. Da quel momento ci sgravammo in modo decisivo di alcune peculiarità per inglobarne delle altre: leggerezza, localismi, personalismi, pragmatismo, uso smisurato dei #media, forum e tavoli tematici, leopolde, pacche sulle spalle, narrazioni, giovanilismo, programmismo, comitati elettorali, leaderismo, riforme istituzionali ed elettorali in senso decisionistico e, soprattutto, primarie! In una parola riassuntiva, che ben sintetizza questo stile, potremmo dire ‘loftismo’. Non fu rinnovamento, fu una dissipazione. Non fu una svolta, fu una digressione. Non accelerammo alcunché, ma ci piantammo sul posto. Il PD fu il nostro modo di conquistare La Merica. Il nostro pegno al mito, l’ultimo approdo della sinistra italiana, una specie di spiaggiamento, da cui non siamo più riusciti a ripartire nonostante vi sia chi ci abbia generosamente provato.

Il PD è come un solco segnato, un destino. Chiunque lo percorra ne rimane avvinto. Credo che anche #Zingaretti faticherà a lasciare un segno che devii dall’idea “mericana”, e dalle caratteristiche che ho prima descritto, e riesca a liberarsi dal groviglio di localismi, personalismi e americanismo che segna la cultura del PD. Leggo ancora di giovanotti, forum tematici, di un nuovo loft al posto del fortino nazareniano, di leggerezza e apertura agli indipendenti. Credo che forse la cosa migliore fosse quella di indicare un traguardo oltre l’attuale magma, di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, anche a rischio di perdere le primarie conquistando tuttavia lo spazio interno della critica, da cui lanciare un progetto di oltrepassamento e di ricostruzione effettiva. Perché di questo abbiamo bisogno, di una discontinuità, di un ‘salto’ che tracci un altro solco. Di unire sotto il segno di una comunità, di una struttura, di un’organizzazione che faccia partecipare senza cedere al loftismo, al mito della casa senza pareti e del grande brusio mediatico. Di lasciare stare La Merica per ripensare la nostra cultura e la nostra storia. Inseguire La Merica, quando La Merica inizia a guardare con maggiore convinzione all’Europa mi sembra per lo meno privo di sincronia.

Ora, io spero che Zingaretti imprima davvero una svolta. Che la sinistra si rimetta in cammino anche da quelle parti. Però sono pessimista, perché non si tratta tanto di rilanciare l’immagine del partito, le sue sembianze, la sua rispettabilità e quindi l’aspetto elettorale. Ma di sapere che cosa farsene della ‘vittoria’. Il problema non è ‘vincere’ (ci vuol poco, in fondo, basta seguire la volpe e oggi la volpe è il populismo), ma la trasformazione sociale, la giustizia tra gli uomini, l’equità, i diritti, il riscatto degli ultimi e quello di generazioni intere. Qui casca l’asino. Ci vuole realismo, lo so, bisogna fare i conti con quello che passa il convento. Ma ci vuole anche una visione, ci vogliono anche idee utili alla bisogna, e capacità di intervenire nel vivo della realtà sociale ed economica, e poi di seminare speranze facendo in modo che possano essere adeguatamente ripagate. La tecnica, il populismo, l’americanismo, le tattiche mediatiche, i guru ti parlano della ‘vittoria’, te la sfoggiano davanti, ma non ti dicono, nel dettaglio, come ‘agire’ per cambiare davvero la condizione umana, quale prassi adottare, quali usi fare del tuo potere normale dopo l’eccezione del sogno elettorale. Come atterrare dopo il volo pindarico. Tutto è concentrato nel fuoco di una campagna mediatica e di una riscossa annunciata dal nuovo uomo della provvidenza. Tutto è persona. E poi sogni, cartelli, mano nella mano, Il mito americano è stata la palude in cui siamo pian piano affondati. Un miraggio culturale che è divenuto citazione politica. In fondo, l’odio verso la ‘ditta’ è anche la condiscendenza verso un’egemonia culturale che negli anni s’è divorata la sinistra in un sol boccone.