La sinistra PD tra i cocci del patto del Nazareno

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di Alberto Burgio, 9 febbraio 2015

 In un certo senso è il mondo alla rove­scia. Fin­ché era­vamo gover­nati da un patto scel­le­rato tra il capo del governo (e della «sini­stra di governo») e il capo della destra con­dan­nato per frode fiscale, tutto sem­brava in ordine. Ora che, dopo un anno di bar­ba­rie poli­tica e isti­tu­zio­nale, qual­cosa è andato storto e quel con­tratto con­tro­na­tura e con­tro­ra­gione è entrato in sof­fe­renza, ecco che tutti s’interrogano feb­bril­mente su come andrà a finire que­sta sto­ria, se non anche la legi­sla­tura. È tutto quanto meno bizzarro.

Ma si spiega, natu­ral­mente. Il fatto è che nulla di quel che si diceva era vero e nulla di ciò che è vero veniva detto. Il governo è stato fidu­ciato da una mag­gio­ranza vir­tuale che aveva ben poco a che fare con la sua reale base politica.

In teo­ria aveva i numeri per navi­gare, solo che Renzi aveva in mente tutt’altre cose rispetto a quelle che aveva detto per sca­lare la segre­te­ria demo­cra­tica ed espu­gnare palazzo Chigi. Cose che, invece, anda­vano per­fet­ta­mente a genio al mece­nate delle olget­tine, col quale ha subito sti­pu­lato una fat­tiva intesa. A danno soprat­tutto di quella parte del Pd che – stando almeno ai pro­clami – avrebbe «fre­nato», cor­retto, posto con­di­zioni e strap­pato modi­fi­che. Dimo­do­ché per un anno siamo stati gover­nati da una mag­gio­ranza sor­retta dall’opposizione con­tro una parte della mag­gio­ranza tra­sfor­mata in oppo­si­zione. Bor­ges si congratulerebbe.

Poi è venuto lo scon­tro sul Qui­ri­nale. Forse Renzi ha avver­tito un peri­colo. Ha temuto che, se avesse con­cor­dato con Forza Ita­lia anche il nome del capo dello Stato, non avrebbe solo avuto pro­blemi den­tro il Pd. Sarebbe anche apparso, più che un alleato, il cava­lier ser­vente di Ber­lu­sconi. Con effetti rovi­nosi sul piano dell’immagine, che tanto gli sta a cuore. Ma è anche pos­si­bile che Renzi abbia deciso di usare la par­tita del Colle per sog­gio­gare la for­tuna, umi­liare il vec­chio boss e imporsi come uomo solo al comando. Fatto sta che siamo alla lite furiosa di que­ste ore, agli stracci che volano tra i due com­pari del Naza­reno, al divor­zio annunciato.

Ma è vera crisi?

Vedremo. Se la poli­tica non fosse anche ricerca del con­senso, ci sarebbe di che dubi­tarne. Le «riforme» ren­ziane stanno a cuore al padrone delle tv almeno quanto al loro autore uffi­ciale. La distru­zione delle tutele del lavoro dipen­dente, la subor­di­na­zione orga­nica del par­la­mento al governo, l’attribuzione di una mag­gio­ranza schiac­ciante al vin­ci­tore delle ele­zioni, la depe­na­liz­za­zione delle frodi fiscali figu­rano tra i desi­de­rata del capo di Forza Ita­lia da sem­pre, dai bei tempi della P2. In più c’è che Renzi ha sin qui evi­tato anche solo di nomi­nare il con­flitto d’interessi: per­ché dun­que infran­gere l’idillio? Ma ha qual­che ragione pure chi nelle file ber­lu­sco­niane scal­pita e fa pre­sente che un par­tito ha anche esi­genze di visi­bi­lità. Da que­sto punto di vista la scelta del nuovo pre­si­dente è stata in effetti uno sfre­gio irri­ce­vi­bile. Di qui la sce­neg­giata della finta defe­ne­stra­zione di Bru­netta, Romani e Ver­dini. D’altra parte non è pen­sa­bile che Renzi adesso, a un tratto, ci ripensi. Torni sui pro­pri passi, disfi la tela e riscriva le sue pes­sime leggi. I voti for­zai­ta­lioti vanno rim­piaz­zati, sem­pre che non arri­vino comun­que. In che modo? Que­sto è il busil­lis. E, si può dire, il più bel regalo che la par­tita del Qui­ri­nale ci ha fatto sinora.

I gio­chi sono all’improvviso venuti al chiaro, inchio­dando cia­scuno alle pro­prie respon­sa­bi­lità. Se la destra, che pure le «riforme» le vuole e paventa la crisi, si sfila, è per­ché pre­vede che i pro­pri voti non saranno indi­spen­sa­bili. Se Renzi lascia che il patto con Ber­lu­sconi vada a ramengo è per­ché ritiene di non dipen­dere più dal suo soste­gno. La ragione evi­dente è che conta sul con­senso della cosid­detta sini­stra del Pd. Dun­que ora final­mente il destino del governo e della legi­sla­tura è nelle mani dell’ospite ingrato sulla scac­chiera ren­ziana, per neu­tra­liz­zare il quale Ber­lu­sconi venne coop­tato, di fatto, nella maggioranza.

Che cosa vuol dire tutto que­sto? Una sola cosa: che non ci sono mar­gini per altre mes­sin­scene. Finora, che la «sini­stra» demo­cra­tica votasse o meno le «riforme» era indif­fe­rente. Ciò ha reso il suo siste­ma­tico cedi­mento irri­le­vante, se non meno inde­cente. Adesso la musica è cam­biata. D’ora in poi la «sini­stra» del Pd può deci­dere se pun­tare i piedi, può otte­nere modi­fi­che reali (non le prese in giro sin qui sban­die­rate) o, in caso con­tra­rio, impe­dire l’approvazione delle leggi. Costrin­gendo il governo a muo­versi nella car­reg­giata defi­nita dal voto popo­lare di due anni fa.

Molti osser­va­tori pre­ve­dono che nulla di tutto ciò acca­drà. Pen­sano che la fronda interna, a comin­ciare dai suoi capi, sarà d’ora in avanti prona al padrone della «ditta», rite­nen­dosi appa­gata dalla scelta di Mat­ta­rella. Signi­fi­che­rebbe che, nono­stante mesi di minacce, insulti e mor­ti­fi­ca­zioni da parte del pre­si­dente del Con­si­glio, costoro non anda­vano in cerca che di un con­ten­tino per tor­nare docili all’ovile. E scon­giu­rare il rischio capi­tale di una crisi che potrebbe por­tare alla fine anti­ci­pata della legi­sla­tura, con tutti i suoi con­trac­colpi morali e soprat­tutto materiali.

È pos­si­bile che vada pro­prio così. Tanto più che i por­ta­voce del capo del governo hanno chiuso ogni spi­ra­glio chia­rendo che sulle «riforme» non c’è più nulla da discu­tere. Da mar­tedì sapremo. Si ripren­derà a votare sulla «riforma» costi­tu­zio­nale e sco­pri­remo se la «sini­stra» demo­cra­tica vuole dav­vero fer­mare il dise­gno auto­ri­ta­rio di Renzi, come giura e sper­giura. Oppure, indif­fe­rente alla sua peri­co­lo­sità, ha sin qui reci­tato sol­tanto una com­me­dia. Di certo il tempo è sca­duto. L’elezione del pre­si­dente della Repub­blica ha come squar­ciato un velo die­tro al quale tutti gli attori si sono como­da­mente celati fino ad oggi. Si direbbe un caso di ete­ro­ge­nesi dei fini, e del resto si sa che pre­ve­dere il futuro in poli­tica è al con­tempo neces­sa­rio e impossibile.

da il manifesto del 10 febbraio 2015