Luciano Gallino, l’Olivetti, l’Italia

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di Vincenzo Comito   12/11/2015

La morte di Luciano Gallino ci permette di ricordare, oltre all’importante studioso, anche la grande impresa piemontese per la quale egli aveva lavorato per un certo periodo e nella quale aveva svolto almeno una parte del suo apprendistato; l’evento ci serve, inoltre, per avanzare alcune considerazioni generali sulla situazione attuale del sistema industriale del nostro paese.

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Bisogna intanto mettere in rilievo, insieme alla chiusura della Olivetti, la liquidazione del gruppo Iri, per mano dei governi di centro-sinistra, nonché il sostanziale tramonto del modello cooperativo nazionale, per quest’ultimo in particolare con le evidenze dello scandalo Mafia Capitale. Tali eventi hanno posto termine, almeno per un lungo periodo di tempo a venire, alle speranze dell’avvio di una prospettiva di crescita su basi nuove dell’economia italiana, speranze che tali esempi, per molti versi originali, avevano a lungo, sia pure per strade diverse, alimentato.

Oggi non ci restano più che il ghigno di Marchionne e quello di vari componenti della famiglia Berlusconi, mentre peraltro, più in generale, stiamo assistendo al pratico dissolvimento della grande impresa nazionale, tra chiusure, fughe all’estero, ridimensionamenti, acquisizioni di molti complessi da parte del capitale straniero. Così il sistema paese appare incapace, almeno per la sua gran parte, di adattarsi ai mutamenti del contesto economico mondiale, mentre è in corso nell’ultimo periodo una gigantesca asta tra americani, cinesi, giapponesi, francesi, per vedere chi si assicura i pezzi residui della vostra economia; e questo in assenza di una qualche attenzione da parte dei capitalisti nostrani e del nostro amabile governo.

Ci resta ancora ormai soltanto qualche scampolo residuo da esitare, dalla Telecom, forse già passata peraltro definitivamente al nemico, all’Ilva, alla Saipem, alla Finmeccanica. Poi sarà praticamente la fine.

Ma torniamo a Luciano Gallino e alla Olivetti. Lo studioso, assunto da Adriano Olivetti in persona nel 1956, diresse poi, con molta serietà, passione e competenza e per diversi anni, il centro di sociologia dell’azienda, di cui restò a capo sino al 1971; continuò a collaborare con la società per qualche anno anche dopo, ma in forma ridotta. Ma tale ufficio rappresentava in ogni caso solo una parte, anche se importante, del grande sforzo fatto con tenacia dall’impresa piemontese in direzione di un contributo, certamente molto rilevante, al rinnovamento della cultura e dell’industria nazionale e della parallela ricerca di un rapporto nuovo e non prevaricante tra impresa e società. Un modello certamente e totalmente contrapposto a quello portato avanti negli stessi anni dal gruppo Fiat nella vicina Torino, tra l’altro con le sue forsennate catene di montaggio, i suoi reparti confino, il tentativo, a lungo riuscito, di piegare la politica nazionale e quella locale ai suoi interessi più gretti.

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L’azienda di Ivrea è stata così un centro nodale di elaborazione nel nostro paese non solo, anche con Gallino, nel campo della sociologia industriale, ma anche della psicologia, dell’urbanistica, del design, dell’architettura, della medicina del lavoro, della programmazione industriale. Sono parallelamente transitati dagli uffici di Ivrea e di Milano molti eminenti rappresentanti della cultura italiana dell’epoca, tra cui, tra l’altro, Musatti, Fortini, Volponi, Momigliano, Zorzi, Giudici e così via.

Intanto la società eporediese indicava delle possibili nuove vie di crescita per le nostre imprese; in particolare, da una parte, quella dell’internazionalizzazione, peraltro mantenendo e anzi accrescendo contemporaneamente delle solide radici in patria, dall’altra quella dell’innovazione tecnologica di prodotto e di processo, in particolare con l’ingresso nel settore dell’elettronica, infine quella dell’insediamento produttivo nel Mezzogiorno, ciò che fece edificando con il tempo due stabilimenti di avanguardia, a Pozzuoli e a Marcianise.

Ma forse il merito più importante dell’azienda e dei suoi centri di elaborazione è stato quello di trattare tutte le persone che operavano nel gruppo, ed erano veramente tanti, decine di migliaia, come degli esseri umani e non come delle cose, al massimo dei sudditi, situazione invece corrente nelle organizzazioni di ogni tipo del nostro paese ancora oggi.

Va, peraltro, ricordato come, dopo la morte di Adriano Olivetti, la situazione dell’azienda si sia, lentamente, ma progressivamente, deteriorata; gli intellettuali, compreso Gallino, ridimensionarono progressivamente i loro rapporti con Ivrea, i centri studi furono mano a mano rimpiccioliti e poi chiusi.

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Bisogna sottolineare, a questo proposito, come giocassero nel senso di creare delle difficoltà non solo l’ostilità palese della politica e del resto dell’economia verso l’esperienza di Ivrea, ma anche alcune questioni interne al gruppo. In effetti, accanto ai grandi meriti, Adriano Olivetti aveva, come tutti, anche dei difetti, almeno come capo azienda. Tra l’altro, egli non riuscì a circondarsi di manager capaci, ma solo di buoni tecnici specialisti, mentre tenne parallelamente in scarsa cura i conti e la finanza. Così, dopo di lui, nessuno riuscì a prenderne veramente l’eredità e le difficoltà finanziarie contribuirono a rendere la vita del complesso sempre più precaria, con tutte le vicende che sono seguite e che risultano abbastanza note.

Forse non a caso, forse proprio per un riflesso freudiano, negli ultimi anni Gallino si era messo a studiare il sistema finanziario e a spiegarne le malefatte, con i suoi libri che hanno riscosso notevole successo di vendite. Tra le sue opere dedicate al tema ricordiamo così “Finanzcapitalismo”, del 2011 e “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai nostri nipoti”, uscito in libreria poco prima della sua morte.

Gallino pensava ancora e sino all’ultimo che le cose avrebbero potuto cambiare. Speriamo avesse ragione.