Occorre un pensiero, che supporti la legge elettorale

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di Livio Ghersi, Palermo, 6 febbraio 2017

Com’è noto, la nostra Costituzione non stabilisce alcunché circa le caratteristiche della legge elettorale che serve per l’elezione del Parlamento, salvo fissare alcuni princìpi generalissimi all’articolo 48 Cost., tra i quali ricordo i più importanti: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età» (primo comma); «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto» (secondo comma). Qui, per eguaglianza del voto, si intende che il voto dei cittadini, per quanto differenziati possano essere per condizioni economiche, tipologia di lavoro o collocazione geografica, deve avere la medesima rilevanza. Le discussioni sulla legge elettorale, purtroppo, di solito non superano la contrapposizione ideologica tra sostenitori del “metodo proporzionale” e sostenitori del “sistema maggioritario”. In questa forma, si tratta, quasi sempre, di inutili chiacchiere da caffè. Chi ha un minimo di conoscenza tecnica dell’argomento, sa bene che ci sono molti possibili modi di declinare il sistema proporzionale, così come di realizzare un sistema maggioritario; con in più le tanti possibili varianti di “sistemi misti”, che combinano i due principi.

Non ci sono leggi elettorali valide per l’eternità: i due problemi di come assicurare la governabilità di uno Stato e di come costruire un valido sistema rappresentativo di una comunità sociale, richiedono soluzioni necessariamente diverse in diversi contesti storici. Naturalmente, sarebbe auspicabile che una legge elettorale avesse una certa stabilità nel tempo, mentre in Italia, dal 1993 ad oggi, si è veramente abusato con le sedicenti “riforme” elettorali. Ogni maggioranza ha cercato di costruirsi la riforma pro domo sua: questo è un evidente segnale dell’insufficienza complessiva della classe dirigente nazionale, che dimostra di essere carente quanto a senso dello Stato. La prima domanda da porsi è: quale finalità intendo raggiungere tramite la legge elettorale? La risposta, secondo me, nel particolare momento in cui viviamo, non può essere quella di puntare tutto sulla governabilità, ossia del “facciamo di tutto per dare al Paese un Governo, che abbia una durata certa nel tempo e sia, il più possibile, stabile”. Un Governo può anche commettere errori e prendere cantonate: come, ad esempio, il puntare tutto su una riforma della Costituzione, scritta male, e sonoramente bocciata dal Corpo elettorale in occasione del Referendum del 4 dicembre 2016.

Serve anche un Parlamento rappresentativo e “pensante”. Affinché il Parlamento sia rappresentativo deve effettivamente rispecchiare il pluralismo politico, culturale e sociale. Affinché sia “pensante” non può essere composto da “yes-men” e da “yes-women”, ossia da persone pronte a dire sì a chi le ha nominate all’ufficio di deputato, o di senatore. I nostri sono tempi di disorientamento e d’incertezza. Di grandi mutamenti degli equilibri internazionali, in politica estera. C’è chi giudica favorevolmente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e l’avvento di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. C’è, invece, chi, come me, pensa che il benessere e la sicurezza dell’Italia siano necessariamente collegati all’Europa. Non all’Europa come continente, come espressione geografica, ma come “Federazione politica” di un certo numero nazioni che si stimano reciprocamente e che riconoscono, nelle rispettive tradizioni storiche, degli importanti valori comuni. In altri termini, non soltanto non voglio distruggere l’Unione Europea, qual è, con tutti i suoi attuali limiti e difetti, ma voglio rilanciarla in una nuova compiuta costruzione statuale, di assetto federale, che rispetti e valorizzi la ricchezza plurale delle sue componenti. Non ci potrebbe essere scontro più netto di quello che si profila tra i cosiddetti “sovranisti” ed i convinti europeisti. Questo scontro deve entrare all’interno del Parlamento, perché quello è il luogo dell’assunzione delle responsabilità, del confronto dialettico, che però non resta fine a sé stesso, ma riesce, ove serva, a trovare compromessi e realizzare sintesi.

Quanti muovono dall’esigenza di puntare tutto sulla governabilità, non credono più alla rappresentatività; se avessero onestà intellettuale, dovrebbero riconoscere che dichiarare di non credere nella rappresentatività equivale a dichiarare di non credere più nella democrazia. Che è fatta di procedure e di regole, non della capricciosa dittatura della “Rete”, come pensano i militanti del Movimento Cinque Stelle, ansiosi di sperimentare la democrazia diretta. Corollario della sfiducia nella democrazia è l’idea che i “partiti” siano, tutti, strumenti superati. Mi permetto di obbiettare: ma cos’è questa sfiducia nell’intelligenza umana? Si ritiene che, nel vasto mondo, non esistano più persone capaci di confrontarsi con i problemi del presente, per quanto seri e complessi possano essere, di studiarli mediante valide analisi economiche, sociologiche, culturali, al fine di individuare possibili soluzioni? Quelle persone ci sono, ci saranno sempre, e le loro elaborazioni ed intuizioni, i loro progetti, inevitabilmente, avranno uno sbocco politico. Si tradurranno, quindi, in nuovi partiti che si prefiggono determinate linee di azione. Posto che viviamo in tempi di disorientamento e di incertezza, i partiti che oggi più ci servono sono quelli effettivamente portatori di “intelligenza collettiva”, di vivacità intellettuale, di capacità di elaborare proposte non demagogiche, ma concepite in relazione al merito delle questioni affrontate. Servono a ben poco, invece, partiti soltanto numericamente grandi, che siano mera sommatoria delle tendenze più disparate, tenute insieme da una mera logica di conquista e di occupazione del potere.

Tutto ciò premesso, è disperante pensare alle forze che, in concreto, siedono nell’attuale Parlamento. Quale legge elettorale potrebbero mai esprimere? Berlusconi vuole una legge proporzionale, ma senza preferenze e con i capolista “bloccati”, ossia nominati dal vertice politico, nei cento collegi plurinominali della legge n. 52/2015. Renzi finge di volersi confrontare con l’eventualità di un ritorno ai collegi uninominali, come nelle leggi elettorali del 1993 (ricordate con il nome del Presidente Mattarella), ma vuole che si voti prima possibile e sarebbe ben felice di farlo con la sua creatura, appunto la legge n. 52/2015 (cosiddetto Italicum), sia pure con la sforbiciata che le ha dato la Corte Costituzionale. La posizione del Movimento Cinque Stelle è altrettanto stomachevole: ritengono che la legge, così come emendata dalla Corte Costituzionale, sia la più conveniente per le loro fortune elettorali. Di conseguenza, non dichiarano più che si tratta di legge schifosamente partitocratica, ma vogliono correre al voto. Salva l’ipocrisia di chiedere, formalmente, l’abolizione dei capolista “bloccati”, sapendo che nessun’altra forza politica li seguirebbe su questa strada. Altri, come Lega Nord e Fratelli d’Italia, sono disinteressati al merito della legge elettorale (per loro, l’una vale l’altra), purché si voti presto, anzi subito, anzi domani. É opportuno insistere, quindi, nel delineare le caratteristiche della legge elettorale che servirebbe nel momento dato. Anche affinché in un domani, in sede di giudizio storico, possano emergere in modo ancora più netto le responsabilità politiche di quanti oggi, nel Parlamento, si dimostrano inadeguati di fronte ad un compito evidentemente troppo superiore alle loro capacità di affrontarlo.

Il modo migliore di rappresentare i territori è quello di ripartire il territorio nazionale in tanti collegi uninominali (il che significa che in ciascun collegio si elegge una solo candidato, deputato, o senatore, che sia, con esclusione di tutti gli altri candidati concorrenti). Così, per la legge elettorale per la Camera dei deputati, si potrebbe assumere come normativa di riferimento quella della legge n. 277/1993, ma con significative modifiche. Tenuto conto che i collegi uninominali istituiti nel 1993, con decreto legislativo n. 536/1993, furono concepiti con riferimento al censimento generale della popolazione del 1991 e, nel frattempo, sono intervenuti altri due censimenti generali (2001 e 2011), la prima cosa da fare è adeguare la delimitazione territoriale dei collegi ai mutati dati della popolazione. La popolazione complessiva dell’Italia, secondo i dati Istat aggiornati all’1 gennaio 2016, ammonta a 60.665.551 abitanti; pertanto, si può stabilire, come ottimale, una dimensione media di collegio di 125 mila abitanti. Per un totale di 476 collegi uninominali, ossia uno in più rispetto a quanto previsto dalla legge Mattarella del 1993. In tale numero, di 476, sarebbero compresi anche quelli per il Trentino – Alto Adige e per la Valle d’Aosta, che invece, nella legge n. 52/2015, sono considerati a parte.

Nei collegi uninominali i deputati vengono eletti con sistema maggioritario puro: prevale il candidato che abbia ottenuto anche soltanto un voto in più degli altri e tutti i candidati concorrenti sono esclusi. Ritorna alla mente quanto scrisse Joseph A. Schumpeter (1883-1950), nel suo classico libro Capitalismo, socialismo e democrazia: nella democrazia è essenziale «l’elemento della concorrenza» (cfr. op. cit., Milano, Etas Libri, 1977, p. 267). Schumpeter era un economista, ma qui sta parlando proprio della democrazia politica. Anche in una visione molto realistica della democrazia, in cui la vera competizione è fra gruppi organizzati che si contendono il voto dei cittadini, l’elemento della concorrenza fra le forze politiche è esattamente ciò che fa la differenza, ciò che consente di realizzare una leadership “meno assoluta” rispetto ad ogni altra possibile forma di reggimento non democratico. La soluzione proposta contrasta in modo netto con l’impostazione della legge n. 52/2015, voluta da Renzi e di cui egli porta per intero la responsabilità (avendola imposta a colpi di voti di fiducia). Questa segue, a sua volta, la logica della legge n. 270/2005 (cosiddetto “porcellum”), voluta dal centrodestra berlusconiano: i partiti non vogliono correre alcun rischio, non vogliono una vera concorrenza elettorale, ma preferiscono predeterminare la nomina (perché, invero, non si tratta più di elezione) di parlamentari selezionati dal vertice del partito, secondo logiche di fedeltà personale. I capolista bloccati del testo Renzi non sono stati previsti per caso.

Non sta in piedi l’obiezione secondo cui l’attuale assetto tripolare del sistema politico italiano mal si adatterebbe al ripristino dei collegi uninominali. Niente di più falso. Il fatto che ci siano tre raggruppamenti politici, più o meno equivalenti, non significa affatto che ciascuno otterrebbe all’incirca un terzo dei seggi disponibili. Nel sistema maggioritario è decisiva la distribuzione territoriale del consenso. Un partito ben radicato in alcune aree geografiche, tipo la Lega Nord, può conquistare numerosi collegi nelle zone in cui ha un forte insediamento. Un partito che raccolga complessivamente molti voti in ambito nazionale, ma che non sia prevalente in alcun luogo, finirà per non ottenere seggi nei collegi. La regola del maggioritario è fin troppo semplice: il primo e soltanto il primo vince. Regola che, in presenza di una pluralità di partiti, tutti potenzialmente competitivi, obbligherebbe a selezionare nel modo migliore i candidati da presentare. Con il sistema dei collegi uninominali non si può avere, in partenza, la garanzia di un vincitore certo. Si vedrà, collegio per collegio, chi riesce a prevalere. Ad urne chiuse ci si renderà conto, magari, che nell’intero territorio nazionale c’è stato un indirizzo politico largamente prevalente; ma questo lo sapremo solo dopo, non prima che si voti. Tanto per fare qualche quantificazione: qualora il gruppo di candidati nei collegi uninominali (caratterizzato da un medesimo contrassegno) risultato prevalente nel maggior numero di collegi, ne conquistasse il 40 %, otterrebbe 190 seggi; qualora ne conquistasse il 45 %, otterrebbe 214 seggi. Ma nulla impedisce di conquistare più del 45 % dei collegi; mentre è cosa ben diversa ottenere una cifra elettorale nazionale del 40 % per una lista che concorra con metodo proporzionale, percentuale richiesta dalla legge n. 52/2015 per far scattare il premio di maggioranza.

Esclusi i 12 seggi che vanno attribuiti, con altri criteri, nella Circoscrizione Estero, resterebbero da eleggere 142 deputati. Esattamente come avveniva in vigenza della legge n. 277/1993, questi deputati potrebbero essere eletti utilizzando una seconda scheda di votazione, diversa da quella che è data all’elettore per scegliere un candidato nel proprio collegio. In questo caso, la competizione riguarderebbe liste concorrenti, presentate in un’unica circoscrizione vasta quanto il territorio nazionale. Tutti i partiti avrebbero così una “vetrina” nazionale, per presentare la propria proposta politica ed i propri candidati più rappresentativi all’opinione pubblica. Più liste potrebbero formalizzare un vincolo di coalizione fra loro, al fine di realizzare un comune programma di governo. Chi non volesse stringere vincoli di coalizione, potrebbe presentarsi da solo, in piena autonomia rispetto a tutte le altre liste concorrenti. Tanto nel caso delle coalizioni, quanto in quello delle liste singole, dovrebbe essere dichiarato il collegamento con un unico contrassegno, utilizzato per contraddistinguere politicamente i candidati della medesima coalizione, o lista, che concorrono nei collegi uninominali. Rispetto alla legge n. 277/1993, dovrebbe essere soppressa, invece, tutta la farraginosa normativa sullo “scorporo”, che, al tempo, minò non poco la funzionalità della legge elettorale per la Camera. Basti pensare all’espediente, molto praticato, delle cosiddette “liste civetta”; da cui derivava un proliferare anche nelle Aule parlamentari di sigle di partiti esistenti soltanto sulla carta.

Con riferimento ai seggi da attribuire con la seconda scheda di votazione, propongo che non ci sia alcuna soglia di sbarramento per l’accesso alla rappresentanza. Questo perché, a differenza della legge del 1993, verrebbero perseguite contestualmente due diverse finalità. I) Alla coalizione di liste, o singola lista, più votata in ambito nazionale, andrebbe una cifra fissa di 94 seggi, ossia in misura corrispondente al 15 % del totale dei seggi della Camera, a titolo d’incentivo alla costituzione di una stabile maggioranza parlamentare. Poiché è prevedibile che la coalizione, o lista, di maggioranza relativa sul piano nazionale abbia comunque una cifra elettorale intorno al trenta per cento del totale dei voti validi, ciò significa che, anche con un riparto proporzionale, conquisterebbe sempre almeno 61 seggi. Di conseguenza, l’incentivo si risolverebbe, in una trentina di seggi in più. Non poco, ma nemmeno tanto. Questi seggi, spettanti a titolo d’incentivo alla costituzione di una stabile maggioranza parlamentare, verrebbero tutti attribuiti alla lista più votata (nel caso vinca una lista non coalizzata), oppure ripartiti fra tutte le liste aderenti alla coalizione più votata (quando vinca una coalizione), in proporzione alle cifre elettorali nazionali di ciascuna lista. Nell’ambito di ciascuna lista, sarebbero proclamati eletti tanti candidati quanti sono i seggi spettanti, secondo l’ordine di presentazione nella lista, a partire dal capolista. Non possono essere previste preferenze in una circoscrizione coincidente con l’intero territorio nazionale, perché prevederle in questo contesto contraddirebbe l’esigenza di promuovere la moralità della vita pubblica, evitando la crescita incontrollata delle spese elettorali. II) I residui 48 seggi, destinati alle minoranze, secondo me, andrebbero attribuiti con metodo proporzionale puro, ossia senza soglie di sbarramento, in modo che, in una circoscrizione vasta quanto il territorio nazionale, possano ottenere rappresentanza anche eventuali formazioni minori (in ciò si realizza il cosiddetto “diritto di tribuna”). Tesi oggi non popolare. Il diritto di tribuna darebbe alle piccole minoranze tre, quattro, seggi in tutto. Il che rispetto a 630 è niente. Purtroppo, ormai molti avvertono con fastidio il fatto stesso che possano esserci delle minoranze, magari “pensanti”, che prospettano soluzioni diverse.

Per quanto riguarda la legge elettorale per il Senato, l’adeguamento dei collegi uninominali alla mutata popolazione, potrebbe portare all’istituzione di 243 collegi, ossia undici in più rispetto a quanto previsto dalla legge n. 276/1993. Con una dimensione media di collegio di 250 mila abitanti. In tale computo si darebbe attuazione a quanto previsto dall’articolo 57, terzo comma, Cost., secondo cui, indipendentemente dal dato della popolazione residente, al Molise spettano due senatori, alla Valle d’Aosta uno, e tutte le altre Regioni italiane devono avere, comunque, un minimo di sette senatori ciascuna. Per il resto, per la legge elettorale per il Senato non occorre una seconda scheda di votazione: un premio di maggioranza è sempre difficili da concepire per il Senato, dal momento che questo è eletto su base regionale (articolo 57, primo comma, Cost.). Esclusi i 6 seggi che vanno attribuiti, con altri criteri, nella Circoscrizione Estero, resterebbero da eleggere 66 senatori.

Per eleggere la quota residua di senatori così spettante ad ogni Regione (esclusi Molise e Valle d’Aosta), il competente Ufficio elettorale somma i voti validi di ciascun gruppo di candidati presentati con il medesimo contrassegno nei collegi uninominali istituiti nella Regione ed esclude, dalla cifra elettorale regionale del gruppo così ottenuta, i voti dei candidati del gruppo stesso già proclamati eletti perché risultati vincenti nel loro collegio. Ripartisce, quindi, i seggi fra i gruppi, in proporzione alla cifra elettorale regionale di ogni gruppo, calcolata come detto in precedenza. Per la proclamazione dei senatori spettanti a ciascun gruppo, si tiene conto della graduatoria regionale dei candidati del gruppo medesimo, eccettuati quelli già proclami eletti perché vincitori nel loro collegio. In tale graduatoria regionale, i candidati sono inseriti in ordine decrescente di cifra elettorale individuale, cioè a partire da chi abbia ottenuto la cifra più alta. La cifra individuale si ottiene moltiplicando per cento il numero dei voti validi ottenuti dal candidato e dividendo tale prodotto per il totale dei voti validi che sono stati espressi nel collegio uninominale in cui concorreva (si veda, in senso conforme, l’articolo 17 del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, recante Testo unico delle leggi per l’elezione del Senato della Repubblica). Viene così scelto non chi ha ottenuto più voti in assoluto, ma chi ha ottenuto il miglior risultato percentuale nel collegio in cui si è candidato.