A proposito di fisco

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di Luca Billi 15 novembre 2017

Questa è una di quelle parole che ha una precisa data di nascita: il 23 a.C. In quell’anno infatti Augusto decise di affiancare all’aerarium, ossia alla cassa statale, fino allora gestita dai due questori, il fiscus, la cassa – etimologicamente la cesta – delle entrate dell’imperatore. Si trattava di una distinzione formale dal momento che l’imperatore, attraverso i pretori, controllava anche l’aerarium e di fatto attingeva alla cassa in cui c’erano maggiori risorse.
In Italia – ma suppongo che qualcosa del genere avvenga anche in altri paesi – si capisce che è cominciata la campagna elettorale quando iniziano le promesse di riduzione delle tasse. A questo giro curiosamente ha cominciato il direttore delle Agenzie delle entrate, il renzianissimo Ernesto Ruffini. Il buon Ruffini a dire il vero non ha promesso di ridurre le tasse, ma ha promesso che il fisco sarà più semplice, che tra cinque anni non sarà più necessario compilare il modello 730 e alcune altre amenità del genere. Un po’ di fuffa di regime ospitata ovviamente sul quotidiano che si è assunto l’ingrato compito di essere l’house organ del pd.
Come mi succede mi è capitato di fare su Facebook una battuta su questa garrula e inutile intervista e una persona mi ha risposto che questo Ruffini sarebbe una persona competente e che bisogna prendere sul serio il suo sforzo di cambiare il fisco italiano, che lei ha definito “vessatorio”. Immagino che moltissime altre persone definirebbero così il proprio rapporto con le tasse e in fondo questo era anche il messaggio che Ruffini voleva mandare con questa intervista: il fisco vi opprime e noi vi libereremo.
Vi confesso che questo aggettivo mi è frullato in testa per un paio di giorni. E non sono riuscito a smettere di ridere. Il fisco italiano può essere definito in molti modi, ma francamente non mi pare affatto vessatorio. Un sistema fiscale che sostanzialmente accetta un’evasione stimata tra i 250 e i 270 miliardi di euro – ossia il 18% del pil italiano – dovrebbe essere definito ingiusto o inefficiente o in molti altri modi, ma non vessatorio. Magari lo fosse. In Italia esiste una casta di professionisti – una delle tante – che vengono pagati per trovare il modo per pagare meno tasse, o per non pagarne affatto. E questa casta elegge i propri rappresentanti in parlamento per fare in modo che le leggi siano così complesse e farraginose da rendere più semplice il loro lavoro. In Italia l’evasione fiscale è un fenomeno sociale accettato, in qualche modo stimato, perché chi evade è considerato furbo e quindi invidiato. Il fisco italiano è vessatorio? No, è un colabrodo e noi siamo felici che sia così e continuiamo a votare chi ci assicura che continuerà a essere così.
A Ruffini va riconosciuto il merito di essere onesto e di non riuscire a mentire troppo spudoratamente. E infatti ci spiega che non tutti siamo proprio evasori; ad esempio ci racconta che a Bologna ha conosciuto “un signore con una cartella di sei mila euro di mense scolastiche non pagate, multe dell’autobus e dell’autostrada: aveva perso il lavoro.” Ma lo aveva perso prima o dopo la cartella? E comunque l’aver perso il lavoro può essere una giustificazione per non pagare le rette della mensa scolastica – poi bisogna mettersi d’accordo con i sindaci del pd che tolgono il pasto ai bambini delle famiglie che non pagano la retta – ma non mi pare che sia un buon motivo per andare veloce in autostrada. E poi dove cavolo doveva andare visto che era disoccupato? Al di là del caso specifico, Ruffini con questo esempio lancia – immagino consapevolmente – un segnale agli elettori di questo paese: non vi preoccupate, votate per noi che continuerà tutto così, troveremo il modo di giustificarvi.
L’intervista di Ruffini è interessante non per quello che dice, ma per quello che non dice. Non dice che lo stato lotterà seriamente contro l’evasione fiscale, non dice che verranno fatte pagare le tasse a quelli che finora non le hanno pagate, non dice che pagheremo meno tasse noi, che invece le tasse le paghiamo tutte, non perché siamo virtuosi, ma perché ce le trattengono alla fonte. Non ci dice che le tasse servono per pagare la scuola e la sanità pubblica, per finanziare le opere di salvaguardia del nostro territorio, perché effettivamente pochissime risorse sono destinate a questi capitoli di spesa.
Preferiamo costruire grandi opere dalla dubbia utilità e finanziare la sanità e la scuola privata. In Italia assistiamo a un curioso casa di redistribuzione al contrario: diamo i soldi delle tasse a quelli che le tasse non le pagano.
Quando morì Tiberio nelle casse del fiscus c’erano 2.700.000.000 sesterzi. Il suo successore Caligola riuscì a spenderli in un anno. Come noto quell’imperatore non gode di una buona stampa, anche perché quei soldi li distribuì al popolo e ai soldati. Ma siccome la storia la scrivevano quelli che non ne ricevettero – o comunque meno di quelli che speravano e a cui si erano abituati (anche allora gli intellettuali si compravano con poco, come oggi) – ci hanno raccontato che Caligola era un tiranno. Forse era solo uno che prendeva ai ricchi per dare ai poveri.