Addio al celibato

0
909

di Fausto Anderlini – 12 aprile – 2019

In realtà la pedofilia dilagata nella chiesa non è che un faux frais del modello celibatario. E la conseguenza necessaria di ogni istituzione sessualmente segregata. In questo senso l’idea avanzata da Ratzinger nelle diciotto cartelle acquisite dalla stampa che la pedofilia sia una conseguenza del ‘collasso morale’ del ’68, con la secolarizzazione, la liberalizzazione dei costumi, e al seguito il relativismo permissivo, è null’altro che una corbelleria ideologica a sfondo identitario. Che tali processi abbiamo avuto un impatto sulla chiesa è fuor di dubbio ma che il risultato sia stato lo sdoganamento della pedofilia è una aberrazione, peraltro priva di basi empiriche.

Se può valere fa testo la mia stessa esperienza, quando a metà dei ’50 (ben prima del ’68) fui arruolato nel catechismo. Negli esercizi preparatori alla comunione l’unico interesse del confessore era riservato alle pratiche sessuali. E che il fine del disciplinamento si intrecciasse a una morbosa curiosità erotistica era evidente non solo nell’investigazione dei dettagli ma nella voce ansimante che trapelava al di là della grata. Per questo una volta doppiato l’ultimo sacramento non poggiai più le ginocchia su un confessionale. Volendo finalmente peccare in santa pace, e anche a risarcimento d’essere stato vittima, in certo senso, della clerico-pedofilia.

Il clero celibatario corrisponde a un classico modello di potere basato sulla castrazione, come tipico di istituzioni burocratiche e trascendenti che abbisognano di una fedeltà incondizionata da parte dei funzionari. Antitetico come tale (seguendo l’insegnamento di Gellner) al sistema dello stallonaggio basato sulla discendenza ereditaria. Senonchè pur inibito a procreare il prete conserva i suoi testicoli (cosa che non avveniva per gli eunuchi della Cina imperiale) e deve fare i conti con una castrazione che agisce in interiore homine e che si deve rinnovare ogni giorno nella fede alla missione. E tanto più essendo immerso nella vita mondana nella quale deve mediare i suoi uffici. Di qui una pressione psico-fisica lancinante che arrivando all’apice è destinata a trovare qualche inevitabile sbocco surrogatorio.

E tanto più si accentuano certi caratteri correlati (come la segregazione di genere e la cultura sessuofobica) tanto più la contraddizione che mina la tenuta del modello si fa stridente. Sino al Concilio di Trento e all’avvio della contro-riforma i preti menavano una gaudente vita permissiva e molti conventi (colmi di fanciulle aristocratiche le cui famiglie non potevano provvedere di una dote) erano vere e proprie case di piacere. La riforma strinse le maglie del celibato, razionalizzò in modo ferreo le pratiche disciplinari e sviluppò una torbida cultura sessuofobica, misogina e segregazionista. E’ del tutto verosimile che le forme deviate di omosessualità abbiano preso il sopravvento proprio in conseguenza dell’inibizione dell’indulgenza. Segnando in questo una differenza di fondo rispetto alle chiese riformate, altrettanto puritane, ma senza il vincolo del celibato.

Della cosa mancano, come ovvio, riscontri empirici, ma è un buon indizio il fatto che la Chiesa, sino alla crisi attuale, si sia avvalsa per lungo tempo di un codice di comportamento, rispetto a queste trasgressioni, altamente ‘comprensivo’. In fondo a ragione, considerando la pedofilia, appunto, una sorta di faux frais del celibato.

Del resto chiunque sia stato socializzato in sistemi chiusi secondo il genere (dalle colonie alle carceri, dalle scuole segregate per sesso alle caserme e alle navi mercantili….) sa che questa è la regola. In tutte queste istituzioni ferve una intensa attività endogamica, più o meno sublimata. Il kombinat della divisione secondo il sesso e il puritanesimo morale che si accompagna a missioni trascendenti porta alla creazione di ricettacoli virali quanto circoscritti dell’omosessualità. Cioè a istituzioni che provvedono a sè stesse e libidicamente autosufficienti. In questo autenticamente ‘virili’. Qualche traccia di questo lascito si trova ancora, per quanto necessariamente stemperato, nei partiti, nei consigli di amministrazione, nelle bande criminali e nelle confraternite sportive e a sfondo ludico in genere. Luoghi nei quali alligna una forte competitività a sfondo virile (infra gruppo e inter-gruppi). Dove, insomma, vige la regola che chi l’ha più lungo o grosso se lo tira.

Semmai se il ’68 ha avuto una conseguenza è stata proprio la demolizione di queste nicchie virili in quanto corpi separati. La democratizzazione ha tratto l’omosessualità dai propri mondi appartati permettendone la diffusione esplicita nella società. Portando, con la parità dei sessi, a una mescolanza dei generi con esiti paradossali, quali si riscontrano nella legislazione civile. La forma della famiglia nucleare dove femminile e maschile si differenziano entro lo stesso stesso sesso per fondersi nell’intimità affettiva è diventata la forma standard dell’omosessualità. In questa mimesi con la famiglia ‘naturale’ o ‘convenzionale’ perdendo quel tratto precipuo che ne faceva una relazione compiutamente ‘maschia’ (o amazzonico-clitoridea) e intrisa di trascendenza.

In questo contesto la pedofilia albergante nella chiesa è divenuta una specie di cascame patetico di un mondo superato. Il modello celibatario soffre una crisi palese sin da quando lo stesso reclutamento è divenuto problematico con la fine della società rurale e del rapporto viscerale col mondo animale. Forse dovrà evolvere a forme di castrazione di tipo nuovo. Magari di tipo chimico, con quali conseguenze è difficile immaginare.