Buonismo? Maddeché!

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 12 aprile 2019

Corrado Formigli su Piazza Pulita si è dissociato apertamente dall’applauso rivolto dal pubblico in studio alle parole di un ospite. Questi aveva affermato che i rom non sono uguali agli altri, con quel che logicamente ne seguiva in termini di diritti e, quindi, anche di discriminazioni. Facile buonismo quello di Formigli? Comoda adesione ai salotti radical chic? Ipocrita solidarietà coi rom, quando si vive, magari, in un attico in centro? Io la penso al contrario. Oggi è molto più facile il politicamente scorretto, il cattivismo, la crudeltà linguistica, l’insulto, l’adesione al grido che si alza dalla strada – è più semplice mischiarsi nella folla che inveisce, essere folla, farsi cinici, spregiudicati, egoisti, narcisi, non percepire nemmeno più un senso di solidarietà, piuttosto che guardare invece al mondo con compassione, con pietà, usando la misericordia o più semplicemente provando partecipazione e commozione al dolore del mondo, e agire di conseguenza.

Oggi se manifesti un pur minimo interesse (non dico un gesto esplicito di solidarietà) verso l’ultimo, il disagiato, il diverso, anzi il super diverso e l’iper diseguale allora sei “buonista”, incappi in insulti, ti tolgono il pane di busta (come a Torre Maura) e ti espongono al pubblico ludibrio o peggio. Dietro l’epiteto di buonista, insomma, si nasconde il rancore verso il povero e il diverso, il mero desiderio di sé e del proprio agio, lo specchio autoriflettente di uno stato di egoismo, cinismo, narcisismo diffuso. Ci vuole coraggio, allora, personale e civile, a solidarizzare coi rom, altro che vile buonismo, ipocrita buonismo, altro che salotti in centro stracolmi di sinistra frizzi e lazzi.

La cosa drammatica è che sono i poveri per primi, e dunque la folla periferica, il grado ultimo della scala sociale, a manifestare con più esasperazione questi antisentimenti verso gli altri, i presunti diseguali, che sono poi, al contrario, i loro simili, i più simili dei simili. Perché il rom a cui viene assegnato una casa popolare, attingendo a una regolare graduatoria, non è affatto il diseguale, quello da discriminare, ma l’eguale. E le famiglie ad altissima fragilità sociale che vanno a occupare dei locali secondo un piano predisposto dall’amministrazione comunale, sono famiglie di eguali, di ugualissimi, non di marziani. Così come sono uguali tra loro tutti gli ultimi e i penultimi della terra (proprio in quanto ultimi e penultimi). Di cosa stiamo parlando allora? Quali egoismi e quali virulenti paradossi hanno ormai sconvolto i nostri cuori, tali da renderli ciechi e per certi aspetti incapaci di comprendere più le cose? Cosa ha guastato, quale crisi smisurata, ha corrotto i nostri animi e reso i simili dissimili, e viceversa?