Agire da sinistra, non imitare la destra

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 3 luglio 2019

Quelle erano vite umane da salvare, non gitanti che veleggiavano in crociera con destinazione Bel Paese. È da questa constatazione che discende il dovere di issare a bordo quelle donne e quegli uomini alla deriva, e così si giustifica persino la resistenza a pubblico ufficiale, anch’essa motivata dall’imperativo-obbligo del salvataggio. Lo dice la magistratura di Agrigento, non un’opinionista. Il procuratore Patronaggio aggiunge anche che con le Ong arriva in Italia una percentuale di migranti “statisticamente insignificante”, perché quello delle organizzazioni non governative resta un semplice atto simbolico, nulla più. Ben più ne arrivano con i barchini ‘fantasmi’, che sfuggono alla identificazione e ai controlli dello Stato. Tutto ciò nella consapevolezza generale che gli arrivi da mare sono un quota molto, ma molto piccola degli emigranti che arrivano in Italia, la maggior parte dei quali utilizza l’aereo come un turista qualsiasi oppure si avvale direttamente di Schengen. I gommoni conducono qui i più poveri di loro, i più disperati, quelli su cui è più facile esercitare la forza e fare propaganda. E poi sono neri, e questo aiuta la sintomatologia razzista che serpeggia nel Paese.

Dunque anche i neri vanno salvati prima che affondino e muoiano, non solo i bianchi. E 50 persone ammassate in un barchino o in un gommone sono evidentemente a rischio naufragio anche se il colore della loro pelle è nero e l’indice di povertà che testimoniano è palmare. Il principio primo è che siamo tutti esseri viventi, incidentalmente nati in Paesi diversi. Da questo deve discendere tutto il resto, non ultime le scelte politiche. Il problema è che viviamo in una società dove la paura è divenuta una forma di controllo sociale, con la tendenza a immunizzarsi da tutto. Chiudendoci così in un involucro individuale destinato a preservarci, ma nello stesso tempo a soffocare la nostra esistenza e la nostra capacità di fare comunità, cioè di esporci fuori dal nostro profilo strettamente individuale. Questa paura e questa risposta immunizzante è sempre più estesa a tutti, e quindi anche alla sinistra e alla destra, tant’è che le loro risposte politiche sono all’incirca le medesime. La cultura della paura e dell’immunizzazione è divenuta una forma di pensiero unico.

Che fare, allora? Per prima cosa, pensare senza essere attanagliati dall’idea che ci si debba proteggere ben oltre la necessità del caso. E quindi tornare a produrre comunità, ossia apertura all’altro, invece di implodere drammaticamente nel cumulo delle nostre contraddizioni, e incartocciarsi nel foro interno delle nostre esistenze disperse. La linea da darci non deve essere necessariamente la stessa della destra, seppure più timida. Noi non dobbiamo fare concorrenza alla destra. Non siamo in un mercato politico. Ma restare ostinatamente fedeli all’indirizzo della solidarietà, dell’apertura, della relazione. Da questo discenderanno atti concreti, agendo soprattutto sulla forza dell’Europa, e sulla sua capacità di non morire sotto la spinta di patologie autoimmuni.

Dobbiamo stare dentro il sentimento di partecipazione e di pietà che comunque palpita sotto la coltre del razzismo e della paura, e che emerge quando esplodono i casi come Sea Watch. Dobbiamo fare come le ostetriche: portarlo alla luce. Se la linea politica che ci propongono è quella dura contro l’immigrazione, come in Svezia o Danimarca, si faccia invece una cosa di sinistra, si proponga una linea apparentemente ‘impolitica’ sull’immigrazione, dove i valori e l’umanità prevalgano sui calcoli politici e sull’ambizione di vincere in scia al pensiero unico. Anche perché la linea dura è meglio interpretata dalla destra; e da una linea politica di destra non discende mai, successivamente, un’attenzione vera, effettiva, verso i lavoratori. Di solito si dà contro i neri per dare contro, poi, a chi lavora. Si chiedono le manette per Carola per poi farle scattare al polso dei lavoratori che non ci stanno.

Forse il senso della sinistra è nel tornare inattuale, nel tirarsi fuori dall’attuale canea e dalla rincorsa a destra che si reputa possa far ‘vincere’ la sinistra stessa (vedi Renzi). Forse l’Europa esiste per fare una battaglia di sinistra, non per fare il verso alla destra. Forse l’Europa deve esistere come comunità di comunità, apertura di aperture, e non fortezza assediata, impaurita, super immunizzata, tendenzialmente autoimmune o, forse, già defunta.