Alessandro Mendini e quell’Italia che sapeva fare

0
158

di Luca Billi 24 febbraio 2019

Perché un cavatappi costa 2,95 euro e un altro ne costa invece quaranta? Tutti e due svolgono la funzione per cui sono stati costruiti, ossia ci permettono di aprire, con pochissimo sforzo, le bottiglie di vino. Il primo è un normale cavatappi che possiamo acquistare a questo prezzo in uno degli innumerevoli negozi sparsi per il mondo di una grande catena che ha l’insegna gialla e blu, mentre il secondo cavatappi ha un nome, si chiama Anna G, è prodotto da Alessi sul progetto di Alessandro Mendini, uno dei più importanti designer e architetti italiani, che è morto a Milano il 18 febbraio 2019. Mendini non ha “rivoluzionato” il cavatappi – che funziona esattamente come quello brevettato nel 1930 dallo statunitense Dominick Rosati, ossia con una vite di Archimede azionata da due bracci – ma lo ha trasformato, facendo di quelle leve le due braccia di una donna a cui ha disegnato un viso stilizzato, un viso che è diventato una delle icone del design italiano.
Quindi perché il cavatappi di Alessi costa di più di quello che abbiamo nel secondo cassetto della nostra cucina? Perché è bello. Perché, pur continuando a essere un oggetto d’uso, con cui aprire le bottiglie di vino, è il frutto del lavoro di un artista.
Banalmente il lavoro di Mendini – come quello di Giò Ponti, dei fratelli Castiglioni, di Bruno Munari e di tanti altri – è stato esattamente questo: rendere belle le cose che noi usiamo tutti i giorni. Ovviamente non c’è nulla di banale in questo lavoro, visto che è impossibile definire perché sono belle la lampada Arco o la macchina da scrivere Valentine di Ettore Sottsass o appunto il cavatappi di Mendini. Perché loro sono stati artisti di una specie particolare, non sono solo stati capaci di creare delle opere d’arte, spesso piccole come questi oggetti di cucina, ma soprattutto hanno avuto la capacità di creare un gusto. Quando agli inizi degli anni Novanta è uscito il cavatappi Anna G, in qualche modo il nostro gusto estetico era già stato forgiato affinché noi lo considerassimo bello. Non è un trucco, non è la favola dei vestiti nuovi dell’imperatore, non diciamo che è bello solo perché l’ha disegnato un designer famoso e quindi bisogna dire che è bello per far credere di essere intelligenti – anche se ovviamente il rischio c’è, perché la stupidità umana è difficilmente contenibile – ma diciamo che è bello, perché ci è stato insegnato che quelle forme sono belle, perché quel disegno è in qualche modo figlio di un gusto che quegli artisti hanno creato nel corso degli anni. Si tratta naturalmente di un equilibrio difficile da raggiungere, perché ogni oggetto di design deve allo stesso tempo adattarsi ai nostri gusti e costruirne dei nuovi, ma un artista è grande proprio quando è capace di trovare questo punto di equilibrio.
Voglio parlare del cavatappi di Mendini non solo perché lui è morto, ma perché credo sia importante – specialmente in questa società e in questo tempo in cui domina il brutto – pensare alla forza che ha avuto il nostro paese quando ha creato il bello. La rinascita economica dell’Italia – quello che gli storici hanno chiamato boom o miracolo economico – è figlia in gran parte del design, e soprattutto del connubio tra la capacità artistica di pochi e le capacità artigianali e tecniche di tanti. Perché basta un disegnatore per tracciare le linee di un cavatappi, ma poi servono tecnici e operai – in questo caso quelli del distretto dell’acciaio di Omegna sul lago d’Orta – per far sì che un progetto diventi un oggetto riproducibile e riprodotto in scala industriale. Non esiste il design senza la fabbrica, e quindi senza gli operai, e quegli operai devono avere i soldi – e l’educazione – per potersi comprare anche Anna G, ossia un oggetto che costa di più solo perché è più bello.
Siccome abbiamo smesso di fare così, abbiamo smesso di investire sulla cultura del design e sulla cultura tecnica e degli operai, siamo precipitati nella società del brutto. Perché i lavoratori non hanno i soldi – anche quando avessero l’educazione – per comprare un cavatappi che costa di più solo perché è più bello, e quindi si devono accontentare di quello che costa 2,95 euro, per realizzare il quale vengono sfruttati degli altri lavoratori in qualche altra parte del mondo. Anzi non hanno neppure più bisogno di comprare un cavatappi, perché costa meno il vino in cartone: è meno buono, ma chi se ne importa in questa società in cui il lavoro – di chi disegna, di chi costruisce e anche di chi fa il vino – è considerato solo un costo e non una ricchezza.
E in questa società del brutto, non serve educare al bello, ma basta dire che è bello, anzi bisogna dire che lo dobbiamo comprare. E noi compriamo, compriamo tante cose, che magari costano poco, ma è meglio se sono brutte, è meglio se sono fatte male e si rompono facilmente, così le butteremo per comprarne delle altre. Per fare cose brutte non servono né i designer né gli operai, servono solo i negozi per venderle – aperti tutti i giorni dell’anno, a tutte le ore del giorno – e servono clienti abituati al brutto, e di quelli ne hanno finché ne vogliono.