Alla ricerca della sinistra

per Gabriella
Autore originale del testo: Edoardo Salzano
Fonte: Eddyburg
Url fonte: http://www.eddyburg.it/2014/08/eddytoriale-162.html

Eddytoriale di Eddyburg 24 agosto 2014

L’altra Italia. Un turbine di idee, proposte, denunce, riflessioni, analisi, rabbie e speranze, critiche ed elogi si accavallano nei messaggi che, minuto per minuto, si inseguono e sovrappongono nella mailing list nella quale si esprime il popolo della lista “l’Altra Europa con Tsipras” All’esterno ne trapela pochissimo: quasi esclusivamente qualche gossip sui media della destra. Naturalmente, ciò che ne emerge è solo quel poco che può far allontanare l’opinione pubblico dalla realtà del tentativo posto in atto da quella proposta politica.

L’ultimo episodio (dopo il risibile tentativo di giustiziare Barbara Spinelli per il presunto reato di assenteismo dalle sedute del Parlamento europeo) è una polemica sorta per il fatto che Nichi Vendola, uno dei sostenitore della lista “L’altra Europa von Tsipras” avrebbe espresso la sua disponibilità, in quanto Presidente della Regione Puglia, a in insediamento petrolifero a Taranto. Quest’ultimo episodio mi sollecita a esprimere qualche considerazione che da tempo vorrei condividere: con i lettori di eddyburg, con chi ha aderito alla lista “con Tsipras” e vorrebbe, come me, proseguire quel fecondo tentativo nel contesto nazionale, nonché con chiunque altro sia interessato.

1. Una premessa

Ho aderito con entusiasmo all’avventura della lista “L’altra Europa con Tsipras” e sono stato molto soddisfatto del suo successo – pur consapevole dei limiti, di qualche errore, e delle conseguenti difficoltà che si preannunciavano per la sua prosecuzione in un orizzonte non più europeo ma solo italiano. Non enuncerò le ragioni di questi sentimenti perché le ho trovate espresse in modo limpido e acuto nell’intervento di Marco Revelli del 19 luglio 2014, che proprio perciò ho inserito con evidenza in eddyburg.it.

Ho seguito, seppure con molte difficoltà e quindi con intermittenza, il dibattito che si è sviluppato successivamente, condividendone l’orientamento generale (come riprendere e consolidare l’esperienza europea nell’ambito nazionale), ma rimanendo spesso smarrito e perplesso per la sua confusione, per la frammentarietà, per la frequente presenza di accenti inutilmente polemici, inquinati da personalismi e sospetti a mio parere immotivati, spesso viziati da piccole faziosità di parte o di particina. In una parola, ho visto in quel dibattito l’espressione quella litigiosità che ha impedito che – dopo la scomparsa del PCI – nascesse in Italia di una nuova formazione politica antagonista di quelle dominanti (oggi sostanzialmente unite all’insegna delle “larghe intese” del renzusconismo).

Non c’era e non c’è solo questo, evidentemente, in quel dibattito nella mailing list L’Altra Europa. Se avessi pensato così mi sarei ritirato. C‘erano anche – e ci sono – perle non infrequenti di saggezza, di lucidità, di pazienza e di speranza. Soprattutto da parte di chi aveva promosso l’iniziativa europeista e vi era rimasto dentro, coraggiosamente, fino alla fine, chi l’aveva nutrita con la sua riflessione analitica e propositiva fin da prima che essa si concretizzasse “con Tsipras”, e chi aveva con volontà, spirito e capacità di sacrificio e apertura mentale, condotto concrete azioni di lotta e di organizzazione sul territorio.

2. Alcune sintetiche considerazioni sull’oggi

“L’altra Italia” non è ancora una formazione politica, e neppure un “soggetto politico”, se a questo termine vogliamo dare un significato diverso da quello di “nebulosa” o di “arcipelago”. E’, a mio parere, l’indicazione di un percorso difficile, accidentato, lungo, nel quale è indispensabile cimentarsi se si vuole che l’umanità sopravviva.

Questo percorso ha origine e speranza nel suo punto di partenza, che è appunto quella nebulosa (meglio, quell’arcipelago). Esso era (è ancora) composto da tre elementi: (1) un piccolo gruppo di intellettuali accomunati da un giudizio critico dell’attuale sistema economico sociale ( finanzcapitalismo, neoliberismo, neoliberalism…) e dalla volontà di individuare le tappe (teoriche e politiche) per costruire un’alternativa; (2) un insieme vasto e composito di “gruppi di cittadinanza attiva” (comitati, associazioni o parti di esse, movimenti dai contorni più o meno fluidi) spinti a critiche e proposte alternative rispetto ad azioni, progetti o proposte minacciosi nei confronti di beni ritenuti essenziali (risorse naturali o territoriali, salute, formazione, lavoro, democrazia, ecc.); (3) due partiti politici, residui del disfacimento dei grandi partiti della sinistra storica, entrambi caratterizzati, sia pur diversamente da una medesima tensione anticapitalistica.

La diversità tra queste tre componenti è la ragione principale sia degli aspetti positivi che di quelli negativi della prosecuzione dell’iniziative “con Tsipras”. La presenza di PRC e di SEL nella lista “con Tsipras” ha probabilmente scoraggiato molti a votare per essa; ma è certo che senza il contributo dell’organizzazione e dei militanti di quei partiti il risultato elettorale, e la stessa partecipazione al voto, non ci sarebbero stati. Lo stesso, ovviamente, si potrebbe dire per ciascuna delle altre componenti.

Ciò detto, peraltro, penso che il problema rimanga aperto. L’aspirazione a costruire un nuovo soggetto politico, e addirittura una nuova formazione politica (dotata perciò di una propria riconoscibile ideologia, una propria strategia politica, un proprio programma a lungo e a breve termine, una propria organizzazione) confligge con la presenza, all’interno della nuova formazione, di strutture da essa differenti. E la diversità tra le tre componenti non sopporterebbe lo scavalcamento del problema mediante la formazione di una “federazione”.

Se da una parte è auspicabile lo “scioglimento” di SEL e PRC nell’”Altra Italia” (ma allora perché non anche lo scioglimento delle altre strutture “non-partitiche” che hanno nutrito la lista “con Tsipras”), dall’altra parte, come si può ragionevolmente chiedere ai militanti di formazioni politiche esistenti di abbandonarle per aderire a una che ancora non esiste? Dobbiamo mantenere aperta la contraddizione, lavorare per risolverla, affrontarne con pazienza le conseguenze e, soprattutto, lavorare con coraggio per costruire le condizioni per superarle.

3. Quali sono le condizioni

La condizione essenziale è che si riesca davvero a dar vita a una nuova formazione politica. Per tale intendo un gruppo di persone che sia dotato di:
1. una propria riconoscibile ideologia, cioè, per dirla con A. Asor Rosa, di un «sistema di ideali e di valori grazie ai quali la politica si muove in vista di interessi generali e di obiettivi di largo respiro», oppure, per adoperare le parole di T.A. Van Djik, «un insieme di credenze condivise da un gruppo e dai i suoi membri, che guidano l’interpretazione degli eventi e che quindi condizionano le pratiche sociali».
2. Una propria strategia politica, cioè una visione chiara dell’obiettivo che si vuole raggiungere (il progetto di società) della distanza che c’è tra quel progetto e il contesto nel quale si opera, e dei passaggi che sono necessari per realizzarlo a partire dalla condizione data.
3. Un proprio conseguente programma a lungo e a breve termine, capace di precisare e via via realizzare nel tempo il proprio progetto, conquistando progressivamente le forze (ideali, culturali, materiali, sociali) capaci di condurre a compimento il progetto.
4. Una propria organizzazione, capace di seguire il percorso assicurando due necessità non eliminabili: quella di contrastare e prevalere su progetti di società alternativi; quella di durare nel tempo.

Sono convinto che fuori da un quadro siffatto non ci sia politica, ma solo testimonianza: quindi solo nobile espressione della volontà e necessità di cambiare il mondo, non reale capacità (o almeno speranza) di poterlo fare.

4. Che fare subito

La prima cosa da fare è non agire come se oggi già esistesse la nuova formazione italiana che vorremmo. L’altra Italia come soggetto politico in grado di competere con gli altri non esiste ancora, quindi è inutile chiedere che essa si pronunci su ciò che accade hic et nunc, e neppure su ciò che fanno, propongono, sostengono, difendono o contrastano i singoli componenti dell’avventura della lista “L’Altra Europa con Tsipras”.

Possiamo – e anzi dobbiamo – chiedere alle persone che abbiamo eletto al Parlamento europeo di essere, loro si, fedeli al mandato che hanno ricevuto sulla base dei principi e interessi, delle analisi e sulle proposte strategiche e programmatiche che hanno dato vita e consensi a quella lista. Mi sembra che abbiano iniziato a farlo senza bisogno di sollecitazioni “dal basso” (le quali comunque sono sempre utili).

Possiamo e dobbiamo chiedere a loro, e a quanti hanno concorso a promuovere e a portare al suo risultato la lista “con Tsipras” di aiutarci con la loro azione e tutte le loro risorse a procedere nel programma di costruzione della nuova formazione politica. Ma anche questo mi sembra lo stiano già facendo egregiamente.

Dobbiamo essere più trasparenti nel nostro lavoro. Teniamo conto che “trasparenza” non significa solo esibizione senza veli di ciò che si pensa, dice, fa, ma è in primo luogo chiarezza, capacità di parlare con tutti e da tutti farsi comprendere. Da questo punto di vista mi sembra che la mailing list chiusa non sia un elemento positivo, ma che non aiuterebbe affatto il renderla “aperta” così com’è.

Occorre un nuovo strumento,  strutturato, e costruito a partire da ciò che era il sito web della Lista con Tsipras, ristrutturandolo in funzione delle nuove esigenze, affidandone la responsabilità a una piccola squadra che dovrebbe lavorare a termine, essere valutata e, a secondo dei giudizi, confermata o rinnovata; magari, se vi è la disponibilità e il consenso, a partira da chi attualmente si occupa di comunicazione.

La trasparenza dovrebbe far conoscere, a noi stessi e al mondo, tre ordini di questioni: (1) il lavoro che stanno facendo i nostri eletti della lista “con Tsipras” nel Parlamento Europeo e ciò che si prepara nelle cucine di Bruxelles e Strasburgo; (2) i documenti fondamentali del nostro percorso, a partire da quelli prodotti, in Europa e in Italia, in vista delle elezioni europee; (3) i materiali che si stanno preparando e discutendo ne vari tavoli, laboratori, cantieri nei quali si sta lavorando per “L’altra Italia”, arricchiti dai commenti critici e propositivi formulati al loro riguardo; (4) quanto di interessante e utile si sta dicendo,  scrivendo, facendo e proponendo in Italia e nel mondo, di positivo o di negativo, in relazione ai temi che ci interessano.
Io vedrei il nostro sito come un elemento, per noi centrale, di una rete costituita utilizzando anche i numerosissimi strumenti di comunicazione informatica strutturati, gestiti da numerosi gruppi, comitati, associazioni ecc.Ve n’è un’infinità, molti anche ben strutturati, sistematicamente aggiornati, dotati di un target non sempre solo locale ma sempre strettamente legato al territorio e polarizzato sui diversi aspetti del disagio provocato da nostro comune avversario.  Una  simile rete (i cui nodi manterrebbero ovviamente la loro autonomia) servirebbe, al tempo stesso, come strumento  di diffusione e di alimentazione del  nostro sito web  “L’altra Italia”. (Per quanto riguarda eddyburg.it sono  ovviamente disposto a collaborare. I 2mila clic al giorno che posso aggiungere agli altri sono pochini, ma  è l’unione  che fa la forza).

5. Concludo

Concludo tornando all’episodio che mi ha spinto a scrivere questo testo. Se L’Altra Italia non è  oggi un soggetto politico, né un’associazione, né un club, né una testata giornalistica, ma solo una speranza e un percorso, che senso ha esprimersi come se fossimo qualcosa che non siamo? Con che senso giudichiamo le azioni di quelli tra i partecipanti all’avventura della lista “con Tsapris” che, secondo noi, sbagliano? E perché tenere sotto il mirino solo alcuni dei partecipanti a quell’evento e non tutti?

Dovremmo innanzitutto domandarci chi farà parte del futuro, costituendo nuovo soggetto politico, e quali regole dovrà rispettare nei suoi comportamenti pubblici. Dobbiamo insomma innanzitutto concludere in modo chiaro la fase costituente in corso definendo – sia pure provvisoriamente e sperimentalmente – gli essenziali elementi di una formazione politica democratica. Cercando di essere in questa fase più inclusivi che esclusivi, visto che siamo ancora molto meno di quanti potremmo essere. Se, almeno, vogliamo fare politica e non solo testimonianza.

Questo ci renderà oggi più difficile, o addirittura impossibile, partecipare alle prossime scadenza politiche nazionali come espressione della lista “L’altra Europa con Tsipras”? Può essere. Ma se davvero vogliamo cambiare il mondo dobbiamo sapere che ciò richiede un lavoro di lunga lena, e che non abbiamo la forza di imporre alla storia, da soli, le accelerazioni che vorremmo.

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