Allegni: “La sinistra si è persa e non sa tornare, ma adesso basta vecchi schemi e andiamo avanti”

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di Gessica Allegni – 3 aprile 2019

“La sinistra si è persa e non sa tornare”.
E’ solo un’ignobile parafrasi di un gigante come De André, naturalmente, ma mi è balenata in mente mentre pensavo a come descrivere le ragioni della condizione in cui versa la sinistra nel nostro Paese.
In cui ci troviamo noi, che quella sinistra vorremmo provare a rimettere in piedi.

Ci siamo persi.
Abbiamo perso.
Prima culturalmente, poi politicamente, inanellando sconfitte storiche e collezionando divisioni e conflitti interni che ora, a un passo dalle Elezioni Europee ed altri importanti appuntamenti elettorali, rischiano di portarci dritti verso il colpo di grazia finale.

Il fatto però è che non è solo questione di numeri, di percentuali o di sigle.
Anche le divisioni e i conflitti hanno le loro ragioni, spesso nobili e degne di rispetto.

Chi scrive ha abbandonato il PD nella convinzione, tutt’ora intatta, di un progetto irriformabile, che probabilmente fin dalla nascita portava in sé tutte le cause di un futuro fallimento.

Ma non è nemmeno solo da lì, che sono iniziati i nostri problemi.
I problemi di un campo che ha via via perso la propria identità e capacità di rappresentanza, nei confronti di un popolo più volte tradito e abbandonato, per inseguire una modernità che ci ha inchiodati a idee vecchie e pratiche elitarie. Che ha soffocato i nostri valori e spento i nostri sogni.

Quel che è imperdonabile è l’esserci arrivati consapevolmente.

Quando non siamo stati capaci di governare e presidiare un processo ineluttabile come la globalizzazione lasciando che la ricchezza si concentrasse nelle mani di pochi creando sfruttamento e povertà;
quando si è deciso che i diritti dei lavoratori erano “troppi” cavalcando l’idea liberista di una crescita possibile solo comprimendo o eliminando quelle tutele e praticando la disintermediazione;
quando si sono spalancate le porte alla privatizzazione della sanità, perché un esempio di malasanità significava “malasanità ovunque” ed era inutile sprecare risorse pubbliche per una causa persa;
quando anche il welfare è diventato un diritto di pochi;
quando dopo aver fatto nascere cooperative come luogo di mutualismo, fondato sulla democrazia e sull’eguaglianza, si è consentito che diventassero luogo di sfruttamento, di pratiche poco limpide, assoldate a logiche di mercato;
quando si è destrutturato il quadro istituzionale con una scellerata riforma che non ha eliminato le province, ma le ha indebolite, togliendo risorse e soprattutto democrazia, abbattendosi sui comuni mentre le regioni venivano via via private di competenze;
quando anche per la sinistra la politica è diventata affare di pochi, per pochi, eliminando il finanziamento pubblico ai partiti e accettando la loro personalizzazione, rendendoli incapaci di fare da cinghia di trasmissione tra cittadini e istituzioni, di essere comunità.

I nostri valori li abbiamo annunciati ma poi abbiamo rinunciato a farli vivere.

La sinistra si è via via allontanata dai propri riferimenti culturali, accompagnando a questo l’incapacità di crearne di nuovi e aprendo la strada alle destre senza mai fare profondamente i conti con i propri errori.

Qualcuno lo ha fatto, o ci sta provando, ma molti altri stentano ancora e propongono ammucchiate indefinite contro un nemico che nel frattempo si rafforza insinuandosi nei nostri vuoti, nel bisogno di protezione di donne e uomini a cui abbiamo voltato le spalle, stando là dove noi abbiamo scelto di non stare più. Dove c’è la sofferenza, dove ci sono le difficoltà, dove invece che rappresentare un’occasione di riscatto noi abbiamo scelto di non sporcarci le mani con la concretezza della vita reale delle persone.

Io penso che non si possa che ripartire da qui.

Via dalle formule che ripropongono modelli sbiaditi di un centrosinistra responsabile delle proprie sconfitte, via dai tornaconti di una tornata elettorale, dalle strategie a cui si legano opportunità di carriera personale.

Perchè la politica, se la fai da sinistra, non può essere MAI un affare personale.
Dovrebbe essere un impegno collettivo.
Fatto di carne e sangue, del farsi carico del dolore degli altri.
Non tanto metterci la faccia, quanto metterci sudore e fatica.

Ci siamo ammalati di “governismo” e di riformismo, come se le riforme fossero buone in quanto tali, anche se calate dall’alto come accaduto sulla scuola, sulla pelle di insegnanti e studenti, e ora non sappiamo nemmeno più fare opposizione, per anni più attenti a gestire il potere che a costruire le condizioni per riconquistarlo.

C’è una luce in fondo al tunnel?

Forse sbiadita ma io penso di sì.
Da questo vortice non si può uscire se non cambiando noi stessi, dimostrando di saper leggere il mondo con lenti diverse e certamente cambiando anche gli interpreti.

Penso a una sinistra col coraggio di dare voce e ruolo a chi fin qui è stato nelle retrovie ed ha voglia e capacità per misurarsi sulle sfide dell’oggi a cui la politica non può più sottrarsi e che non riguardano solo il governo di un paese, di una regione, di una città.
Ma un’agenda politica fatta di proposte nette, radicali.
Capace di parlare di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, di una patrimoniale sulle grandi ricchezze per una grande operazione di redistribuzione del reddito, di una lotta serrata alle diseguaglianze e un green new deal per l’Italia e l’Europa dove l’ambiente diventa motore di sviluppo e innovazione che si tiene con le politiche per creare nuova occupazione. Non più mero elemento a corredo di programmi elettorali mai realizzati.

Guardo allo scenario che si prefigura in vista delle europee.
Di fronte ad un’Europa sempre più distante dal proprio popolo, c’è chi propone un’”unità contro i barbari” che non contempla alcun tipo di cambiamento rispetto alla stagione dell’austerity, del fiscal compact, di politiche migratorie sbagliate.

Una difesa dello status quo che dimostra la distanza abissale tra quella lettura e la condizione materiale delle persone, che non farà che rinforzare le fila di destre e sovranismi, inasprendo la critica di chi in quella operazione non vede altro che il tentativo di garantire posizioni di rendita, per qualcuno o per una parte.

C’è bisogno di un’alternativa e c’è bisogno di costruirla. A sinistra.

Non per refrattarietà ad alleanze che sarebbero anche auspicabili, ma perché quelle alleanze sono possibili solo in presenza di una sintesi sulla politica, che oggi evidentemente non è praticabile.

Soprattutto e più in generale, serve una sinistra che non abbia il respiro di corto di una campagna elettorale ma che ricominci a progettare sogni e speranze, un orizzonte collettivo a cui tendere.

Servono passione, credibilità, radicalità e fiducia nelle proprie ragioni, senza essere costantemente subalterni a ciò che accade altrove.

Occorre una sinistra che sappia leggere, meglio ancora anticipare, i rapidi e profondi mutamenti della società formulando proposte che tengano al centro dell’attenzione il benessere materiale e immateriale dei più. Che rimetta al centro la persona, con i suoi diritti e suoi doveri.

Senza un orizzonte a cui tendere nessuna formula, di vecchia o nuova fattura, sarà sufficiente a rimetterci in piedi.

Abbiamo bisogno di politica e di credibilità e abbiamo la necessità di incrociare i volti, le voci, le idee che riempiono le piazze italiane per chiedere diritti per tutti, dignità e rispetto del ruolo delle donne, attenzione al futuro di questo pianeta. Una ribellione civile che manca di qualsivoglia rappresentanza politica.

Abbiamo deluso troppe volte un popolo oggi sfiancato dai nostri tentennamenti e dalle nostre incoerenze.

Ci vorrà tempo, tanto, per recuperare un patrimonio di passioni che non abbiamo saputo tutelare.

Ma adesso basta con la riproduzione all’infinito di vecchi schemi.
Adesso andiamo avanti.