Anderlini: “Buon Primo Maggio amati compagni. E così sia”

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di Fausto Anderlini – Bologna, 1 maggio 2018

No hay nada en el otro lado del río, pero se puede ver una luz 

Esco dunque dal mio giaciglio e mi avvio verso Piazza Maggiore. Con il passo della stella fredda, ammesso che essa possa avere due gambe.

Ci sono tanti banchetti schierati, come ogni Primo di Maggio. Presidiati da volti noti. Quelli Onlus vanno per la maggiore. La rete leggera delle associazioni di ingaggio solidaristico e senza scopo di lucro che fanno da cornice alla più strutturata delle associazioni. Il Sindacato. Se ognuna di queste associazioni fosse davvero in grado di portare in un luogo politico tutto il seguito cui è dedicata o almeno l’utenza immediata si farebbe un esercito: lavoratori, pensionati, asbestosici, handicappati e altra gente problematica. Una moltitudine. Ma così non è.

E’ un interrogativo che sempre mi pongo. Perchè questo mondo continua a vivere anche quando i referenti politici che lo strutturarono son defunti da tempo ? Ho varie spiegazioni che bene si possono dedurre dall’analisi funzionale di una bocciofila, ma non le espongo. Mi limito a segnalare la fenomenologia. Corpi sociali che fluttuano in sè, aggregati organizzativi, residui finalistici applicati a problemi come ‘issues’ ma guidati da un corpo militante generalista con il morto in casa. Capitale sociale senza più profitto politico. Corpi intermedi fra la società e la politica senza più un estremo. E forse neanche l’altro. Dunque paradossali, ma forse proprio per questo perduranti.

Poi ci sono i banchetti delle ‘forze politiche’ che di questo mondo associativo vorrebbero essere il mediatore politico. Tutti in fila come sempre. C’è rifondazione, c’è sinistra italiana (con un solo individuo che presidia) e c’è Liberi e Uguali. Il mio banchetto, il più animato, dove mi compiaccio di posare. Noi siamo sempre noi. Quelli del tre virgola cinque. E continuiamo a volerci bene. Una società dio mutuo soccorso. Unica e irriducibile retroguardia èlitaria di massa senza più alcuna massa che la segua. Stella polare appesa in cielo in affettuosa e trepidante attesa che qualche navigante la prenda in considerazione. Cosa, anche questa, che non avverrà.

Poi incontro una cara amica di Leu, la Doda, figlia di Leone, ex prigioniero di guerra, comunista, grande architetto-pittore, che mi porta a Palazzo D’Accursio a vedere la mostra in onore di suo marito, Franco Filippi, artista sghembo e appartato defunto da qualche tempo. Pittura notevole, della quale non ero avvertito le volte che passavo in via di Casaglia. Opera lugubre e di speranze trapelate. Fra demonismo e angelismo, come felicemente si esprime Barilli nel catalogo. Macabri reperti iper-realisti di teste raccolte in un lungo viaggio al termine della notte o in qualche giungla conradiana e incerte figure che si librano dall’informe sinopia celata da muri scalcinati. Angeli, remote compresenze celestiali. Mi fermo davanti all’unica opera titolata e dedicata alla figlia avuta dalla Doda. “Tu ed io”.

 

 

 

Un impasto di materia lattiginosa, sostanza vitale rappresa, tutto lo sperma di un lungo amore. E qui mi commuovo. Grande è lo struggimento di chi rimane realmente vedovo/a di chi ama. Ma anche una fortuna. Non perchè si avrà più tempo libero per sè, come nei matrimoni andati a male, ma perchè l’amato/a che se ne va sarà davvero veramente nostro. E di nessun altro. Sicchè vien da pensare che le vere nozze d’amore cominciano proprio quando la morte ci separa. Come l’identità del resto. Filippi lavorava alle poste e aveva una corporatura minuta e febbrile. E nel giorno del lavoro vien da pensare anche a questo, cioè a come sarebbe povera la storia dell’arte senza un lavoro alienato a farle da ostacolo.

Poi, di nuovo sulla piazza, incontro due ragazzi che mi sottopongono un volantino che annuncia una loro iniziativa al ‘campus by night’. Penso alle solite pippe underground dei collettivi. E invece no. Il volantino recita: “c’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce”. Ci fermiamo a parlare e si spazia da Popper a René Thom. I ragazzi insistono su una versione molto terapeutica della frase e a mistiche suggestioni. Io li metto in guardia. Adagio: potreste anche diventare intrattenitori e psicologi da training autogeno oppure testimoni di Geova. Li richiamo alla considerazione che c’è anche un altro modo di considerare quella luce trapelante: un fascio luminoso come un’illusione che si libra quando la crepa ci dichiara, con certezza, il tracollo come destino di tutto l’edificio. Ma essi, i ragazzi, non ne vogliono sapere. In effetti son tempi nei quali ondeggio fra una ludica tragicità e una cupa commedia.

Infine torno a casa e ripongo il mio garofano nella buchetta della posta. Una specie di autoinvio. Sempre che lo recuperi. L’elucubrazione è stata lunga ma me la dovevo.
No hay nada en el otro lado del río, pero se puede ver una luz
Buon Primo Maggio amati compagni. E così sia.