Aridanga coi gufi

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di Alfredo Morganti – 31 luglio 2014

L’azione politica non nasce per battere ‘gufi’ e ‘rosiconi’. Non credo che Roosevelt, Churchill, De Gasperi, Brandt si entusiasmassero al tema. Ve lo immaginate Roosevelt che rilascia interviste dicendo: faremo il New Deal pure se i rosiconi ce la tirano. Batteremo i gufi, tiè!  Accompagnando alle inconsuete parole anche il gesto dell’ombrello o formule alla Peppino de Filippo (aglie fravaglie e fattura ca nun quaglie: corna e bicorna!). Sarebbe stato ridicolo. E infatti lo è. Quando oggi sento ancora dire con orgoglio a Renzi: “Stiamo sconfiggendo i rosiconi” (M. T. Meli sul Corriere), penso di trovarmi su scherzi a parte, penso che non possa essere un effetto di realtà, ma un gioco, una pantomima, uno scherzo appunto. E invece no. Renzi quando usa il concetto di ‘gufo’ per personificare il suo nemico interno (come in guerra: “taci il nemico ti ascolta”, si diceva nell’Italia mussoliniana) è terribilmente serio, risponde alle eterne leggi della comunicazione, per le quali serve un nemico, serve personificarlo, pure se questo non è Berlusconi (con cui si stipulano patti segreti) ma Tocci! Pensate un po’, uno dei politici più miti, intelligenti, sobri e capaci di ascolto che io conosca. C’è qualcosa che non funziona, dunque, qualcosa di patologico che Renzi incarna, simboleggia e rappresenta, anche suo malgrado.

E c’è pure l’inflazione di un termine (‘riforme’) che comincia ad assuefare elettorato e appassionati di politica. Pare che l’unico senso dello stare in politica, oggi, sia ‘cambiare’, null’altro. Che l’idea alternativa di far funzionare, gestire, mettere mano ai meccanismi, garantire un’efficacia attuale sia vecchia, superata, persino dannosa. Come se il destino della politica si giocasse solo sul futuro, su quello che verrà (che cosa poi? non ci viene mai spiegato), mentre il presente diviene ininfluente, poco interessante, una noia mortale. Il vecchio, appunto. Vecchio nonostante sia ancora qui, presente, non già trascorso. Non parlo da conservatore, si badi. Io sono sin troppo radicale nei miei convincimenti. Radicale, ma non estremista, certo. Eppure dico questo: proprio dietro tutto questo parlare di riforme, di nuovo, di cambiamento, di dinamismo sento puzza di conservazione. Un gran parlare, una cortina fumogena di change, affinché nessuno si accorga che nulla sta cambiando. Un’esibizione di gioventù che dissimula un gran permanere di vecchiezza, ossia di rapporti di potere che restano intatti. Perché io penso alle riforme come a ciò che tenta di riscattare il destino degli umili, degli ultimi, dei disagiati. Che dia voce, invece di toglierla. Che produca un avvicendamento e che modifichi il segno del potere.

Sotto questo riguardo, che modificazione negli assetti del potere produce una riforma del Senato che (combinata con l’Italicum) amputa la democrazia rappresentativa italiana di una chance in più? Dico che va anche bene il monocameralismo, ma non quando consegna tutti noi, mani e piedi, a dei ‘nominati’ e ‘dopa’ il risultato proporzionale con un premio eccessivo, ai limiti della decenza, che quasi raddoppia i voti veri e che fa venire in mente le competizioni sportive più che la politica (le partite che finiscono con la “lotteria dei rigori”, come dicono i commentatori). Capisco l’esigenza di decidere, perché la decisione è uno dei più pezzi più consistenti delle democrazie. Ma è decisione quella disincarnata dalla rappresentanza? Sostenuta solo da sondaggi, premi elettorali, plebisciti, vassallaggi, ovazioni mediali? È “decisione” scagliare decreti dai mortai mediali di Palazzo Chigi? Siamo sicuri peraltro che i decreti urlati da un palazzo siano pure, di per sé, efficaci? Solo perché qualcuno li enuncia alla Meli, per dire? La palude (intesa come ingorgo non decidente) nasce dal proporzionalismo o, non invece, dall’imposizione di una regola ferrea a un consesso di rappresentanti popolari ridotti a meri outsiders, che dovrebbero solo alzare la manina al momento opportuno, loro sì per salvare la seggiola, altro che i poveri dissidenti? Vorrei solo ricordare che la riforme più belle, quelle che hanno fatto la storia di questo Paese e che hanno davvero spostato potere, sono nate nella Prima Repubblica (di cui pure non sono un nostalgico, anche se ne onoro la dignità), nelle Commissioni Parlamentari, nelle Aule, dai Partiti, dal lavorìo dei corpi intermedi, e non dalla pancia di un Presidente del Consiglio un pochino arrogante. Sto parlando di Sanità, Scuola, Lavoro, Famiglia, Rai TV, non di bazzecole come l’Italicum. Lo si sappia.