Attenti all’orco

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di Luca Billi 2 luglio 2019

Sappiamo che Daniel Pennac, quando pensò al titolo per il fortunato romanzo che inizia il ciclo di Malaussène, aveva in mente quello di un’altra celebre opera, Au bonheur des dames, di Émile Zola. Credo però che al professor Pennac possa piacere il paradosso etimologico presente nel titolo dell’edizione italiana, ossia come è stato tradotto dalla bravissima Yasmina Mélaouah. Perché il termine italiano orco, derivando dal greco antico eirgo, significa propriamente un luogo chiuso, da cui, una volta entrati, non è più possibile fuggire. Così come l’orcio – l’etimologia è la stessa – è un recipiente che, per la sua particolare forma, impedisce a ciò che è contenuto di uscire. In sostanza orco è un antico sinonimo di inferno. E se poi pensiamo che forse questa parola deriva in italiano da Uragus, che è uno dei nomi più antichi con cui le genti italiche indicavano dio, capiamo che l’orco è qualcosa di più pauroso del mostro delle favole che per lo più viene sconfitto, o del proverbiale spauracchio per i bambini disubbidienti e che non vogliono dormire.

Premetto che da un po’ ho smesso di leggere i giornali e da tempo immemore non seguo l’informazione in televisione e così la mia consapevolezza su quello che succede in Italia si limita alle notizie che riesco a raccogliere dai brevi notiziari radio che ascolto la mattina, da lunedì a venerdì, mentre mi lavo e mi vesto. E non leggo neppure le bacheche dei social, su cui so che spesso gli amici parlano dei fatti di cronaca. Per questo non so se sia stata usata la parola orco in riferimento a quello che è successo in provincia di Reggio Emilia – anche se conoscendo un po’ la pigrizia pornografica dei giornalisti italiani, immagino non si siano fatti sfuggire l’occasione – parlo naturalmente dell’indagine che è stata chiamata – devo dire che il magistrato o il carabiniere che ha pensato questo nome ha centrato il punto come poche altre volte – “Angeli e demoni”. Non so cosa è successo e non lo voglio neppure sapere – sinceramente non mi interessa – e quindi sia chiaro che, per rispetto, non parlo di questo. Aggiungo solo che mi fanno letteralmente ribrezzo quelli che usano questa storia per fare campagna elettorale.Al netto di tutto questo, credo sia un grave errore affrontare questa vicenda – o storie analoghe che potranno capitare, come ne sono già capitate, ad esempio nella bassa modenese – attraverso la categoria dello stupore. Noi dobbiamo sapere che gli orchi esistono, non possiamo meravigliarci quando ne appare qualcuno sul nostro cammino. Noi dobbiamo accettare gli orchi e quindi insegnare alle nostre figlie e ai nostri figli – se ne abbiamo – che li potranno incontrare, prima o poi. Anzi che, visto il mondo in cui li abbiamo costretti a vivere, è quasi certo che li incontreranno. E forse a loro non andrà bene come a Malaussène. Ovviamente accettare non significa tollerare o giustificare. Semmai – ma so bene che questo non è il significato di questo verbo – dovremmo usare l’accetta con gli orchi, proprio come fanno gli eroi delle favole. Sia chiaro che per me accettare è solo una fase del combattere. E noi possiamo combattere solo ciò che conosciamo: quindi per combattere gli orchi dobbiamo prima di tutto accettare che esistono e provare a conoscerli. Non serve a nulla sbattere gli occhi e fare la faccia stupita. E l’unico modo che abbiamo per farlo è quello di accettare – e quindi di provare a conoscere – l’orco che è in noi. Oggettivamente è l’unico che abbiamo immediatamente a disposizione, senza essere mediato dalla fantasia di uno scrittore. Se vogliamo conoscere come è fatto davvero un orco, dobbiamo provare a guardare alla nostra cattiveria, a come si manifesta e alla fatica, più o meno grande, che facciamo per contenerla. Perché noi proviamo a tenerla ben chiusa, in modo che non possa uscire, e per lo più ci riusciamo. Il nostro cuore è un orcio che in genere funziona abbastanza bene. Però noi sappiamo che è lì e quindi provare a capire cosa la fa crescere – o al limite scatenare – è fondamentale. Non è affatto facile, credo sia anche doloroso, ma è indispensabile, se ad esempio facciamo un lavoro che ci carica di una responsabilità verso i più deboli, i più fragili.Personalmente credo che il potere sia una forza capace di accendere la miccia dell’orco che è in noi e sappiamo che il potere si può esercitare in molti ambiti – non solo quello che noi non raggiungeremo mai, ossia quello di livello politico ed economico. In una relazione ti puoi trovare, per molte ragioni, magari non tutte dipendenti dalla tua volontà, a esercitare un potere, anche solo perché c’è un amico un po’ fragile che ha bisogno di te e quell’aiuto che tu gli dai si trasforma in un potere. Poi c’è un potere che eserciti in famiglia, un potere che eserciti al lavoro, un potere che eserciti nel tempo libero. E spesso il potere è in una relazione a due. I dittatori più spietati non sono quelli che dominano le folle, ma quelli che hanno una sola vittima. So bene che ci sono ambiti in cui è necessario esercitare dei controlli, porre delle regole – credo che quello che è successo in provincia di Reggio Emilia sia certamente uno di questi, dove evidentemente quei controlli e quelle regole, che pur ci sono, non hanno funzionato, o hanno funzionato troppo tardi – ma è anche vero che chi ha in animo di diventare un orco, chi ha fatto quel passo, sa anche eludere i controlli, sa usare a proprio vantaggio le regole. Una cosa che abbiamo imparato è che nel mondo vero, a differenza di quello che avviene nelle favole in cui fai presto a capire che quello è l’orco, non è così facile capire: l’orco è qualcuno di cui hai bisogno, qualcuno che fino a ieri ti ha aiutato e che anzi sembra che anche adesso ti stia aiutando, mentre esercita contro di te la sua ferocia. E naturalmente l’orco che ti aiuta è molto pericoloso, perché tu hai bisogno di lui, e lui lo sa. E’ vero che un orcio tende a non fare uscire il liquido che ci hai versato, ma c’è un limite fisico di quello che può contenere. Arriva al punto che esce, perché non c’è più spazio. E forse anche nell’orco avviene qualcosa del genere. Aiuta il primo della fila, ascolta i suoi guai, le sue lamentale, fa lo stesso con il secondo, con il terzo, con il quarto, con il quinto, poi all’improvviso arriva il sesto, che non si lamenta più di tutti gli altri, non è più insistente di tutti gli altri che lo hanno preceduto, ma ha avuto la sfortuna di essere arrivato dopo tutti gli altri e così tocca a lui pagare per tutti. Naturalmente non è una giustificazione, ma sappiamo che questo è un elemento che l’orco che è in noi non vuole capire, non vuole ascoltare. Ripeto io non voglio giustificare gli orchi – lo sanno fare benissimo da soli e anzi credo che dovremmo smettere di dare loro corda – ma vorrei solo che stessimo in guardia. Partendo da noi. Evitiamo almeno di aggiungere un altro orco alla lista.