Breve storia triste del Senatore di Scandicci

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di Alfredo Morganti

Lui era quello che voleva la legge elettorale fine de mondo. Lo disse a tutto il Paese, mise la propria testa sul piatto della bilancia. Ne deducemmo, sbagliando, che facesse sul serio, ossia davvero volesse potenziare l’esecutivo, trasformare il Parlamento in un accozzaglia maggioritaria di fedelissimi, distendere sull’Italia il manto del ‘ghe pensi mi’. Eravamo contrari, ma ci acconciammo a credergli e a opporci. Poi la batosta, poi la trasformazione in senatore di Scandicci, poi le conferenze, i programmi educational, qualche chilo in più, ecc. Che non avrebbe mai mollato era prevedibile: il compito di rottamare tutto non era ancora completato, serviva un supplemento. La sua era una vocazione. Si rimboccò le maniche e, dopo aver incassato ministri e sottosegretari, spostò il suo 5% di azioni verso una piccola azienda personale e divenne a tutti gli effetti un corsaro. Non che non lo fosse prima, però stavolta divenne chiarissimo al globo terracqueo. Improvvisamente, quello che ce l’aveva coi piccoli partiti che se avesse potuto li avrebbe messi sotto soglia, divenne lui stesso un piccolo partito.

Certo, raccontava in giro e alla Meli che i sondaggi gli davano in prospettiva il 40%, il “suo” 40%, ma la sostanza rimaneva quel 5% ancora tutto da verificare, gonfiato da una presenza fissa in TV e sui giornali senz’altro sovradimensionata. Insorse il dubbio se fosse vera la sua vecchia propensione maggioritaria, se essa non coincidesse semplicemente con il suo interesse momentaneo e il posizionamento di allora. Fatto sta che, in modo totalmente disincantato, si acconciò alla nuova situazione di molecola politica e cominciò a fare filibustering. Sembrava (e sembra) una macchinina “a intruzzo”, come si dice a Roma, quelle che si scontrano tra loro al costo di pochi spiccioli in qualche luna park periferico. Del grande progetto, del mitico 40%, degli 80 euro e dei bonus, delle visite ad Arcore, del gelato a Palazzo Chigi, dell’aereo di Stato, dei libri apologetici, dei sogni e delle illusione, per ora, resta solo questo: dare di gomito qua e là, fare il pogo come ai concerti, senza essere stato seguito nella scissione nemmeno da tutti i sodali di un tempo, forse poco convinti persino loro della genialata di uscire dal PD, tanto simile a un suicidio politico. Un po’ poco forse, viste le mire iniziali. Dovrebbe essere felice almeno di una cosa: la rottamazione qualcosa ha prodotto, anzi ha contribuito a distruggere: una comunità, un senso. Quello che adesso servirebbe al Paese. Figlio nostro, probabilmente, ma degenere.