Chiedi chi erano i Beatles

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: https://www.ipensieridiprotagora.com/

di Luca Billi 7 febbraio 2019

Non sembra, perché in quei sei anni hanno scritto e interpretato moltissime canzoni, hanno fatto tanti concerti, si sono trasformati molte volte, ma la storia dei Beatles è davvero molto breve. E si è consumata tremula come una speranza. Dal 5 ottobre 1962, quando uscì Love me do, al concerto sul tetto del n. 3 di Savile row del 30 gennaio 1969. So bene che c’è una storia prima e dopo queste date, prima che diventassero i Beatles e dopo, nonostante non fossero più i Beatles. C’è una storia che non si è interrotta neppure l’8 dicembre 1980 – quando abbiamo drammaticamente saputo che i Beatles non sarebbero mai più tornati – e che non finirà neppure quando morirà l’ultimo dei Fab four. E quando qualcuno dirà che i Beatles sono morti, noi – come Korov’ev nel Maestro e Margherita – risponderemo:

Protesto! I Beatles sono immortali.

Ci sono artisti destinati a essere capiti solo dopo molti anni, perché la loro condizione è proprio quella di essere avanti rispetto al tempo in cui vivono e nonostante questo, più sono grandi, più la loro lezione è destinata a influenzare il cammino di noi persone “normali”. Che diventeremo in un certo modo, perché quegli artisti ci sono stati, perché ci hanno detto, anche se noi non lo potevamo ancora capire, che saremmo cambiati; e in quale direzione.
E poi ci sono i Beatles. Che non hanno raccontato il futuro, ma lo hanno fatto deflagrare, perché le persone – e i giovani in particolare – li stavano aspettando. Perché i Beatles sono la musica dell’età dell’oro – come la chiama Eric Hobsbawm – ossia degli anni in cui una generazione – la prima che non era stata costretta a combattere, che non aveva perso le proprie migliori energie in un conflitto – pensò che fosse arrivato il momento di attaccare quello che c’era stato prima, le vecchie classi dirigenti, le istituzioni sentite come sempre più conservatrici, insomma tutto quello che in qualche modo rappresentava l’autorità. Era una generazione davvero nuova, più istruita e più ricca – peraltro grazie al sacrificio della vituperata generazione dei padri – e quei giovani, non solo qui in Europa, ma anche nei paesi che proprio in quegli anni si stavano liberando da secoli di colonialismo, potevano legittimamente credere che, come loro avevano trovato un mondo migliore da quello in cui erano cresciuti i loro padri, avrebbero potuto lasciare un mondo migliore ai loro figli. Un’età dell’oro è tale perché è ottimista, è piena di speranza. E l’ottimismo ha bisogno di musica, ha bisogno di essere cantato. E per quello c’erano i Beatles.
E’ facile fare i profeti dopo che le cose sono avvenute. E oggi naturalmente sappiamo che quelle speranze erano destinate a infrangersi. Anche se credo che neppure il più pessimista tra quelli vissuti nell’età dell’oro avrebbe potuto immaginare quello che sta succedendo ora. E gli anni tra il 1969 e il 1970 segnarono proprio la fine di quelle speranze. Ovviamente il mondo è diventato quello che è diventato non perché i Beatles si sono sciolti, ma è significativo che sia avvenuto tutto negli stessi mesi. Perché in quei giorni si sono definitivamente infrante le speranze di rivolta dei paesi dell’Africa. Perché in quei giorni il capitalismo ha fatto capire che non era più tempo di pace e che la guerra – anche se questa volta di classe – sarebbe ricominciata. E l’avrebbe ricominciata anche arruolando tanti di quei giovani che avevano cantato le canzoni dei Beatles, e anzi riuscendo a usare proprio quelle canzoni, perché la musica sarebbe diventata uno dei più potenti strumenti di comunicazione di massa da mettere al servizio del consumismo.

Immagino sia terribile vedere infrangere una speranza così fortemente radicata, a cui si credeva in maniera così convinta. Noi fortunatamente non lo abbiamo mai dovuto provare, visto che non ne abbiamo mai davvero avuto una. C’è rimasta almeno abbiamo qualche bella canzone.

Oh yesterday came suddendly…