Così parlò il dottor Cottarelli

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Carlo Cottarelli arriva al Quirinale dove incontrerà il capo dello stato 28 maggio 2018 a Roma ANSA/MASSIMO PERCOSSI

di Nicola Boidi, 4 gennaio 2019

« …Quel risultato che si può chiamare brevemente dei risultati finanziari, quale segno dell’opportunità di un ‘azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva. Tutta la condotta della vita….ridotta ad una specie di parodia dell’incubo di un contabile».

John Maynard Keynes.

Presentando in pubblico la sua ultima fatica letteraria, I sette peccati capitali dell’economia italiana, Carlo Cottarelli ha sviluppato la sua personale diagnosi dei mali dell’economia italiana, corredata di una prognosi e una possibile terapia o ricetta economica. L’occasione è stata offerta dall’interessante incontro tenutosi presso l’associazione culturale Cultura e sviluppo in Alessandria, giovedì 20 dicembre scorso. La conferenza è stata presieduta dal presidente dell’associazione, professore ordinario di economia politica presso l’Università statale di Milano, Francesco Guala. É intervenuto alla tavola rotonda il professore di economia politica nonché rettore della facoltà di scienze politiche dell’Università del Piemonte orientale, Salvatore Rizzello.

Il dottor Cottarelli è noto per essere stato direttore esecutivo presso il Fondo monetario internazionale, e poi commissario per la Revisione della spesa sociale (spending review) nel governo Letta. Alcuni mesi fa Carlo Cottarelli è salito all’onore della cronaca quando, in seguito al «gran rifiuto» fatto dal presidente della Repubblica Mattarella nei confronti della candidatura di Paolo Savona al ministero dell’economia in un potenziale governo Cinque stelle-Lega, e alla crisi parlamentare che ne seguì, fu incaricato dal presidente di un mandato esplorativo di governo in attesa di nuove elezioni. Un governo tecnico che avrebbe dovuto essere presieduto da Cottarelli medesimo, ma, come è noto, il mandato esplorativo presso il parlamento non andò a buon fine.

La tesi sostanziale del libro di Cottarelli, ribadita dall’autore nel corso della conferenza, è che l’economia italiana è affetta innanzitutto da sei peccati capitali che hanno contribuito a rendere difficile l’uscita dalla recessione e la ripresa economica nel nostro paese. Si tratta di sei peccati noti anche al grande pubblico in quanto mali endemici che hanno percorso l’intera storia dello Stato unitario italiano nei trascorsi centocinquant’anni. Il settimo peccato capitale, a giudizio di Cottarelli, sarebbe invece legato a vicende specifiche più recenti, ossia nelle sue parole, « alla difficoltà dell’Italia di adattarsi al sistema della moneta unica euro e alle regole delle istituzioni europee ad essa connesse ».

In rapida sintesi i primi sei peccati consisterebbero:

1) nella presenza massiccia di evasione fiscale (130 miliardi di euro annui);

2) di diffuse e pervasive pratiche di corruzione nei rapporti tra il pubblico e il privato;

3) di una farraginosa e inefficiente burocrazia connessa anche a una letteratura giuridica sovrabbondante e intricata (un’eccessiva proliferazione di leggi e regolamenti) a cui si lega anche un funzionamento della giustizia civile al rallentatore, con tempi per le sentenze molti lunghi, che disincentiva, a giudizio di Cottarelli, le imprese straniere dall’investire nel nostro paese;

4) di un divario di sviluppo economico e sociale tra il Centro Nord e il Sud del paese, male endemico mai sanato ma che le vicende più recenti hanno contribuito ad accentuare;

5) nella tendenza della popolazione italiana a una denatalità, a non fare più figli, una tendenza che data dagli anni settanta ma che si è accentuata nell’ultimo decennio;

6) e da ultimo, nella mancanza generale di competitività delle nostre imprese sui mercati esteri proprio a causa dei peccati precedentemente elencati.

Il settimo peccato capitale viene imputato da Carlo Cottarelli a una presunta politica «allegra» di gestione del bilancio della spesa pubblica da parte dello Stato italiano che, a suo dire, si sarebbe protratta per tutti gli anni 90 e i primi anni duemila, rendendo difficoltoso l’adeguamento dell’Italia ai parametri dei trattati Europei fondativi di Maastricht e poi confermativi di Lisbona, a partire dal momento in cui l’Italia si è agganciata ai cambi fissi dell’euro nei rapporti con le altre valute dell’ Eurozona (ECU 1997).

Apparentemente l’analisi di Cottarelli và incontro al senso comune, a ciò che è immediatamente intuibile, sotto gli occhi di tutti, ma corrisponde essa anche al «buon senso economico»? Se prendiamo ad esempio il settimo punto o «peccato capitale», vediamo che in questo punto l’analisi si fa oscura e incerta, l’interpretazione che Cottarelli dà dei mali dell’economia italiana diventa controversa e contraddittoria, e tutto ciò si riverbera anche sui sei precedenti vizi da lui individuati. Vediamo il perché. Innanzitutto: è vero che lo Stato italiano ha protratto un trend di spesa pubblica in deficit annuo per tutti gli anni 90 e i primi anni duemila, fino sostanzialmente alle pesanti politiche di austerity messe in campo dal governo Monti tra il 2011 e il 2013 e non modificate dai successivi governi? Se prendiamo il grafico dello storico dei deficit di spesa dello Stato anno per anno vediamo che la risposta è no.

Sotto è riportato il grafico dell’andamento dell’«Avanzo primario» attuato a partire dal 1992 dallo Stato italiano fino al 2012, ma che poi è tranquillamente continuato anche nei successivi cinque anni, fino al 2017. Che cos’è l’avanzo primario? E’ lo Stato che incassa in entrate mediante tasse di più di quanto spende.

 

Questo lo storico dell’avanzo primario dello Stato italiano dal 1992 al 20016:

anno 1992 – saldo primario +1.9% AVANZO
anno 1993 – saldo primario +2.1% AVANZO
anno 1994 – saldo primario +1.5% AVANZO
anno 1995 – saldo primario +3.9% AVANZO
anno 1996 – saldo primario +4.4% AVANZO
anno 1997 – saldo primario +6.2% AVANZO
anno 1998 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 1999 – saldo primario +4.6% AVANZO
anno 2000 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 2001 – saldo primario +2.7% AVANZO
anno 2002 – saldo primario +2.4% AVANZO
anno 2003 – saldo primario +1.6% AVANZO
anno 2004    saldo primario +1%   AVANZO
anno 2005 – saldo primario +0.3% AVANZO
anno 2006 – saldo primario +0.9% AVANZO
anno 2007 – saldo primario +3.2% AVANZO
anno 2008 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2009 – saldo primario -0,9 DISAVANZO

anno 2010 – saldo primario 0.0% PAREGGIO

anno 2011 – saldo primario +1.2% AVANZO
anno 2012 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2013 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2014 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2015 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2016 – saldo primario +1.5% AVANZO

Dunque non è affatto vero che lo Stato italiano abbia avuto finanze allegre tra gli anni 90 e gli anni duemila, anzi esattamente il contrario, esso ha perseguito politiche di drastica riduzione della spesa pubblica, tendenti al pareggio di bilancio. Questo si è riflettuto tanto nella riduzione negli investimenti nelle infrastrutture (autostrade, telecomunicazioni, ospedali e sanità pubblica, scuola pubblica, servizi acqua pubblica, sevizi energetici, etc. ) che nella svendita ai privati delle industrie a partecipazione statale (Iri, Eni, Enel, Telecom, autostrade, etc.) che nel blocco del turn over nelle assunzioni nell’impiego pubblico (ogni quattro persone andate in pensione una sola nuova assunzione) . Si è inoltre realizzata una pressochè totale privatizzazione del sistema bancario con residue parti di sistema creditizio pubblico concentrate unicamente in Cassa Depositi e prestiti e nella recente rinazionalizzazione di Monte Paschi di Siena.

L’avanzo primario naturalmente esclude il conteggio dei tassi d’interesse pagati annualmente dallo Stato per vendere i suoi titoli pubblici (BTP al 90 %, BOT e CCT il restante 10%) alle aste mensili dei mercati finanziari. Il tasso medio annuo d’interessi pagati sui titoli pubblici è intorno al 3,5,-4% , pari a circa 80 miliardi di euro all’anno. Se calcoliamo gli interessi sul debito pubblico pagato dallo Stato ai mercati finanziari a partire dal 1981, anno del celebre «divorzio» tra ministero del tesoro e Banca Italia, saliamo alla vertiginosa cifra di 3.000 miliardi di euro circa, negli ultimi 36 anni. Dunque uno Stato che si è reso «contabile del bilancio» ancora più parsimonioso del pareggio di bilancio vagheggiato già da Monti durante il suo governo.

Se poi consideriamo che le politiche di austerity intraprese dall’ Italia già 26 anni fa hanno comportato un’ inasprimento delle aliquote fiscali per cui, mentre il lavoro dipendente è già tassato alla fonte, nella busta paga, il lavoro autonomo delle piccole e microimprese (il 98% del sistema imprenditoriale italiano) è oggi mediamente, «ufficialmente» tassato al 42% del reddito, giungendo in realtà nella sostanza ad una tassazione fino al 60%, all’interno del discorso dell’evasione fiscale bisognerebbe porre degli opportuni distinguo (distinguere ad esempio tra grande evasione o elusione fiscale e«evasione di sopravvivenza»). La vagheggiata patrimoniale che colpisca la grande evasione è una chimera che inseguiamo da tanti anni ma che non si è mai realizzata anche per la difficoltà di colpire l’elusione fiscale che porta i capitali mobili» (la finanza) all’estero, nei paradisi fiscali. Uguale il discorso per i beni immobiliari acquistati all’estero o intestati a prestanome.

Così nel tema dell’inefficienza della burocrazia e del pubblico in generale andrebbe conteggiato il gravissimo deficit di personale causato dal blocco del turnover delle assunzioni. La denatalità in Italia data da quarant’anni, sicuramente i costumi culturali e sociali hanno influito in questo, ma altrettanto sicuramente la crisi e l’incertezza economica e sociale, la mancanza di sostegni statali alle famiglie, hanno influenzato pesantemente questo trend.

Se mettiamo insieme tutti i pezzi del puzzle non può di conseguenza che suscitare sconcerto la proposta di modello di ripresa economica presentata dal dottor Cottarelli: porre in campo tutti gli strumenti (corrispondenti al risanamento dai sette peccati capitali) affinché le imprese italiane nel loro complesso possano essere competitive sui mercati internazionali, e cioè finalizzare le loro vendite al mercato estero. Un modello generalmente basato sulle esportazioni richiama alla memoria la guerra commerciale tra gli Stati che è passata alla storia sotto il nome di« mercantilismo» tra XVII° e XVIII° secolo. Se tutti gli stati competono tra di loro per imporsi l’uno all’altro le proprie esportazioni, qualche stato è destinato comunque a soccombere subendo le importazioni altrui, non potendo esportare a sua volta. Inoltre se prendiamo il caso specifico del sistema d’imprese italiano, sui 4.900.000 d’ imprese esistenti in Italia solo 500.000 hanno le dimensioni per poter competere sui mercati esteri .

Tutte le rimanenti si basano sul mercato e sulla domanda interna, e poiché quest’ultima (cioè la capacità di spesa media degli italiani) è stata distrutta dagli anni della recessione e delle politiche di austerity perseguite sotto il regime di regole europee (la domanda interna è crollata al -15 % del pil rispetto al precrisi), è quel mercato interno che andrebbe rivatilizzato. Ma per fare ciò a sua volta bisognerebbe poter mettere in campo una politica economica espansiva (cioè di forte spesa in deficit) dello Stato per fare investimenti pubblici, dare lavoro agli inoccupati e dare sostegni allo stato sociale (sussidi di disoccupazione, sanità, scuola, servizi , casa , etc.).

Cosa che si fa normalmente nelle situazioni «cicliche» dei processi economici dagli anni trenta del novecento in qua. Infatti vediamo sotto i dati della spesa in deficit di paesi extraeuropei dal 2008 al 2014 :

DEFICIT PUBBLICI DOPO IL 2008

             2007    2008     2009    2010    2011    2012    2013    2014

JAPAN     -2.01    -4.1      -10,4    -9,3    -9,8     -8,8      -8,5     -7,7

UK           -3       -5,1      -10,8     -9,7   -7,6     -7,8      -5,7     -5,7

USA         -3,2     -7,0     -13,5    -11,3   -9,9    -8,6      -5,8     -5,3

Ma questo come è noto e impedito dalla gabbia di regole europee (funzionamento del finanziamento pubblico mediante «moneta a debito» sui mercati finanziari, con conseguente condizionamento da parte del rating e dello spread, funzionamento «anomalo» della Banca Centrale Europea, diktat da parte dei commissari della Commissione europea). Però, come è altrettanto noto, anche nell’eurozona ci sono figli e figliastri, per cui quello che non è consentito all’Italia a causa del suo debito pubblico eccessivo è ad es. ammesso per Francia, Portogallo e Spagna. Quest’ultima in particolare ha sforato la famosa asticella del deficit annuo per più volte consecutive nei seguenti termini:

Ma se ciò è impedito per discutibili motivi all’Italia, è necessario pensare alle possibili alternative a questa camicia di forza, alternative che sono sostanzialmente due: o ottenere una riforma del sistema di funzionamento dell’eurozona, o pensare per il proprio territorio nazionale a proposte di politiche monetarie e finanziarie alternative (forme di liquidità alternativa con moneta non a debito e revisione delle regole di contrattazione dei titoli pubblici alle aste mensili); ma tutto ciò è naturalmente sideralmente lontano dalla prospettiva di politiche economiche annunciata dal dottor Cottarelli. Dietro un apparente moderatismo ed eclettismo della sua concezione, i trascorsi di alto funzionario del FMI (direttore esecutivo per l’Europa) formatosi alla scuola del monetarismo neoliberista emergono nitidamente nel momento in cui, alle contestazioni alle sue tesi e proposte economiche nel dibattito seguito alla conferenza, da un lato Cottarelli fa professione di posizioni post keneysiane non apparse durante la sua relazione, e dall’altra parte, in maniera radicalmente contraddittoria con quelle, evoca lo spettro di un epoca d’inflazione vecchia di oltre trenta anni.

Il dottor Cottarelli sembra dimenticarsi che in quel caso l’inflazione che si sviluppò dalla metà degli anni settanta alla metà degli ottanta non fu affatto galoppante (non superò mai il 20% annuo) e fu comunque contenuta con i meccanismi automatici di adeguamento degli stipendi (la cosiddetta scala mobile) e non impedì all’Italia di crescere economicamente fino a giungere al rango di quinta potenza industriale del mondo. Alcuni parametri macroeconomici danno conto della questione: gli stipendi medi degli italiani fino alla metà degli anni 90 erano classificati al terzo posto in Europa, nel 1980 il risparmio medio degli italiani sullo stipendio mensile era del 25% (oggi è crollato al 2%) e il Pil italiano crebbe a una media di oltre il 2% dagli anni cinquanta fino alla metà degli anni 80, in un’epoca di cosiddetta «sconsiderata » spesa pubblica dello Stato.

Credere che il buon senso in economia coincida con i dati immediati e intuitivi del senso comune è un grave errore. In particolare gli effetti e le conseguenze dei mali e peccati economici sono dati intuibili e facilmente riscontrabili in modo oggettivo, ma le loro cause e condizioni macroeconomiche non lo sono affatto e richiedono uno sforzo intellettuale supplementare, uno sforzo «controintuitivo» direi. L’economia come scienza pratica non è una scienza esatta o matematica della natura ma semmai una scienza umana o scienza sociale, e non a caso le radici dell’economia politica in Adam Smith risalgono all’etica e alla filosofia morale empiristica scozzese. Ugualmente la principale critica all’economia politica, il materialismo storico e dialettico di Marx, nasce dalla filosofia idealistica dialettica di Hegel, per la quale il senso comune è notoriamente solo il primo gradino del processo di conoscenza di un oggetto, e non il suo risultato finale. Gli economisti neoclassici o neoliberisti, il che è lo stesso, sollecitando le persone a credere al senso comune, ad es. che il bilancio di uno Stato sia uguale al bilancio di una famiglia, per cui va sempre e comunque perseguita la strada dell’austerità e del pareggio tra entrate e spese, non fanno un’opera di ricerca delle verità economiche.