D’Alema: “Diciamo che sono sempre stato cattivo, ma solo con me stesso. Il Pd è stato un amalgama non riuscito”

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Autore originale del testo: Fabrizio D'Esposito
Fonte: Millennium

l’intervista a Massimo D’Alema su Millennium

di Fabrizio D’Esposito 

Massimo D’Alema ha settanta anni e rimane l’unico postcomunista italiano ad aver fatto il presidente del Consiglio. Contrario per visione e storia alla nascita del Partito democratico nel 2007, oggi si definisce “un militante di base della sinistra”. Dal Pd è uscito nel febbraio del Diciassette, con Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, per fondare Articolo Uno. Nel ventennio breve della Seconda Repubblica, il fuoco amico più che l’opposizione della destra, a dire il vero, ha attribuito a D’Alema un’idea gelida e cinica, se non mefistotelica, della politica e del potere. Eppure, tutti i suoi critici hanno sempre rimosso la matrice berlingueriana dell’ex premier venuto dalla Cattedrale Rossa di Botteghe Oscure. D’Alema fu il giovane prodigio dell’ultima generazione piccì tirata su dal compagno Enrico. E questa conversazione con Millennium, durata oltre due ore e mezza nella sede a Roma, in piazza Farnese, della Fondazione Italianieuropei, di cui D’Alema è presidente, termina proprio con Berlinguer, non senza sorprese.

Presidente, molti le hanno chiesto dov’era il giorno della svolta della Bolognina, di cui da poco, a novembre, si è celebrato il trentesimo anniversario. Invece, le chiedo, dov’era alla nascita del Pd, nel 2007, che è anche l’anno di scioglimento dei Ds, formazione erede di Pds e Pci?

Ero ministro degli Esteri e mi sono dedicato molto poco alle prospettive del nuovo partito, accettando una decisione ormai inevitabile dopo una lunga discussione. Lasciai perdere. E’ noto che ero contro la reductio a unum del centrosinistra.

Il famoso trattino tra centro e sinistra.

Pensavo fosse giusto mantenere la forma dell’Ulivo e poi dell’Unione. Ero per una formazione socialdemocratica erede non solo delle tradizioni del Pci e del Psi. I Ds furono una forza di sinistra meno spiccatamente postcomunista, aperta ai socialisti, ai repubblicani, ai cristiano-sociali.

Poco più di un decennio dopo ha avuto ragione. Il Pd forse non è mai nato veramente.

Nel tempo l’amalgama non è riuscito, non c’è stata una forte identità.

Si voleva copiare l’America.

Si pensava che fosse finito il tempo dei partiti ideologici e che fosse ora di quelli programmatici. Questa americanizzazione non ha retto.

Per non parlare della degenerazione delle primarie.

Gli stessi americani erano stupiti. Le nostre primarie, le chiamavano wild primaries. E loro sono gli inventori di questi strumento, diciamo.

Primarie selvagge.

Negli Stati Uniti servono per le cariche pubbliche, non per quelle di partito.

L’obiettivo era semplificare il sistema, anche per ridurre la litigiosità delle coalizioni nel vostro campo.

Con il Porcellum?

La riforma dei nominati.

Tra scioglimento dei partiti e allo stesso tempo una legge elettorale partitocratica, l’effetto è stato distruttivo.

Però anche voi, dall’Ulivo al Pd siete stati descritti come una classe dirigente divisa. Su tutto e tutti la contrapposizione tra lei e la coppia Prodi-Veltroni.

Atteniamoci ai fatti sostanziali, non solo ai retroscena dei giornali.

Primo fatto.

Andai io a casa di Prodi a proporgli di fare il leader del centrosinistra e fui io che chiesi a Veltroni di fare il vicepremier.

Però poi prese il posto di Prodi a Palazzo Chigi nel 1998.

E fui io a volerlo alla presidenza della Commissione Europea, non lo mandai alla Cayenna. Questa è la verità. Vede, la questione è che non è nulla di paragonabile a quello che è accaduto dopo con la rottamazione.

In che senso?

La storia della sinistra è piena di contrapposizioni anche personali, si pensi ad Amendola e Ingrao, però poi pesano le singole storie e la dialettica è un confronto tra uomini che si ritrovano e si rispettano. E’ una storia che non comincia con Prodi, Veltroni e D’Alema.

Ma finisce con Renzi, il rottamatore.

Questo succede quando la politica è solo lotta di potere, senza idee. Noi non abbiamo distrutto nessuno.

Come si spiega, allora, tutta la pubblicistica anti-dalemiana soprattutto a sinistra? Dai Girotondi in poi vi hanno accusato di aver perso l’anima ben prima dell’era renziana. Ricorda la supplica di Nanni Moretti in “Aprile”? “D’Alema di’ una cosa di sinistra”, era appena il 1998.

Quella era una battuta, a mio avviso infelice. La cosa più di sinistra che si potesse fare era vincere le elezioni e noi le vincemmo.

Basta questo?

Vede, la sinistra è un mondo che tollera la leadership. E in me hanno sempre individuato una certa tradizione culturale postcomunista.

E lei è stato un leader che ha suscitato amore e odio, come accade a chi ha carisma.

Un grande imprenditore mi disse: “Non le riconosceranno mai i suoi meriti perché lei non è accondiscendente”.

Quindi non ha nulla da rimproverarsi in quegli anni ulivisti?

Questo Paese è difficile da governare, pensi alle resistenze corporative. E tutti i governi dell’Ulivo hanno operato in continuità, al di là delle fratture interne. Abbiamo abbattuto il debito pubblico dal 121 al 103 per cento, senza tagliare la spesa sociale. E abbiamo garantito un tasso di sviluppo importante.

Però i vostri governi uscenti furono sconfitti da Berlusconi alle elezioni.

Guardi che avremmo perso anche nel 1996 se la destra non fosse stata divisa. Il paradosso di quelle elezioni fu che la destra ebbe più voti di sempre. Lo dissi anche nella famosa riunione di Gargonza sull’Ulivo, ma i numeri non sono mai stati popolari.

Abbiamo lasciato in sospeso i Girotondi. Per quel mondo lì era la reincarnazione di Machiavelli.

Rispondemmo a tutte le critiche e nel 2006 vincemmo le elezioni politiche.

L’anno in cui lei doveva salire al Quirinale, da capo dello Stato.

Valutai la candidatura dopo che avevo lasciato il passo a Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera. Nel centrosinistra erano tutti d’accordo.

Poi le toccò cedere il passo a Giorgio Napolitano.

Fui io a chiamarlo una volta accertato il carattere divisivo della mia candidatura. La destra non mi avrebbe votato. Diciamo che sono sempre stato cattivo: ma con me stesso, non con gli altri. (D’Alema si aggiusta gli occhiali con la mano destra e sorride).

Questo è un titolo: “Sono stato cattivo solo con me stesso”.

Se avessi preteso di andare al voto avrei avuto anch’io qualche chance, ma prevalse il senso di responsabilità e la convinzione di una scelta condivisa e non divisiva.

Berlusconi le disse chiaramente no. Anche qui: e il Dalemoni del patto della crostata e dell’inciucio della Bicamerale?

Non ho mai ceduto a lui. La Bicamerale la fece saltare lui sulla giustizia. La mia idea era quella di una riforma solida e condivisa delle istituzioni.

Non di diventare suo amico.

Siamo due persone diverse, non c’è mai stata chimica tra noi due. Ci davamo del lei e non sono mai andato a trovarlo a casa sua ad Arcore.

Salvini è peggio di Berlusconi?

Salvini preoccupa perché non è estraneo al clima di violenza che si è creato nel Paese: la drammatizzazione contro i migranti, la sensazione che siamo di fronte a un’invasione, gli episodi di razzismo che si moltiplicano. Berlusconi non ha mai fatto tutto questo.

Ritorniamo al passato: il Pd nacque con la globalizzazione e una crisi economica devastante. E voi eravate blairiani e liberali.

Però Blair mi disse: “A me il lavoro sporco l’ha fatto la Thatcher”.

Voi invece faceste tutto da soli. Dalle privatizzazioni in giù.

C’era una visione troppo ottimistica della globalizzazione però, ripeto, con l’Ulivo non abbiamo scardinato il patto sociale. Non dimentichiamo mai il contesto, altrimenti la discussione non è onesta.

Il contesto era?

Il fallimento dello statalismo comunista, la crisi della socialdemocrazia e l’occupazione pubblica dell’economia. Fu poi costruita una campagna su questo cui non avrebbe resistito alcuna classe dirigente.

Guai poi a tassare i capitali.

Sempre Blair, a Downing Street (l’abitazione a Londra del primo ministro), mi avvertì. Quando esci da qui puoi anche dire che vuoi il ritorno del comunismo. Ma se dici che vuoi l’armonizzazione fiscale nell’Unione Europea tassando i capitali, io ti rispondo che non sono d’accordo. In quel momento c’era la convinzione che dovesse esserci una correzione in senso liberale della sinistra. Era una tendenza europea.

Questo non ha evitato il disastro della grande crisi del biennio 2007-2008. E nel 2011 Napolitano vi impose il governo tecnico di Monti.

Napolitano è stato un ottimo presidente, ma lì ebbe un eccesso di responsabilità, diciamo così.

Oggi si riscopre la critica al capitalismo.

E’ successo qualcosa di enorme. Quando ci fu il crollo di Lehman Brothers ho sentito Giulio Tremonti citare Carlo Marx e il quarto libro del Capitale, sulla magia del denaro. Tremonti, non proprio un veterocomunista.

Lei stesso ha ricordato il bicentenario di Marx.

Ho svolto una relazione in Cina, dove c’erano cinquanta professori americani, che è stata ripresa dalla rivista dell’Università di Detroit. L’ho fatto in Cina e l’hanno pubblicata negli Stati Uniti. Va bene così.

Il solito provincialismo italiano.

Ormai sono rari i luoghi di una discussione pubblica seria e approfondita. E’ il segno dell’imbarbarimento del Paese. L’anti-politica ha generato anche questo.

Mentre il Pd renziano era ancora tardo-blairiano, altro che Marx.

Il Pd non è stato investito da questa temperie culturale, non si erano accorti che il vento era cambiato. Non leggevano Stiglitz, e non solo lui.

E Zingaretti oggi?

La sinistra è destinata a riorganizzarsi e lui si è incamminato sulla strada giusta. Il progetto del Pd non tiene più e poi le elezioni non si vincono al centro. Oggi la linea di frattura è tra chi vede opportunità nell’integrazione e chi invece chiede protezione perché ha paura.

Il governo giallorosso dove si colloca?

Nel grande frastuono della politica italiana, Giuseppe Conte appare come una persona tranquilla e concreta. Anche per questo ha una larga parte della fiducia dei cittadini, sarebbe un peccato se questa fiducia venisse compromessa dalla chiassosità di altri litigiosi protagonisti.

Può essere il nuovo Prodi.

(D’Alema ride in modo fragoroso). Ma voi giornalisti avete un laboratorio dove inventare queste cazzate?

Però è l’unico che tiene insieme Pd e Cinque Stelle. Si litiga tutti i giorni, ormai, nella maggioranza. Meglio il voto?

Credo che nessuno abbia intenzione di andare alle elezioni. Semmai vedo un grande difetto di comunicazione. Avere risparmiato al Paese 23 miliardi di aumento dell’Iva è stato un grande miracolo.

Nel frattempo sono nate le Sardine.

Spero non gli facciano del male. I movimenti senza bandiere sono nati già nel Sessantotto. La capacità della politica deve essere quella di aprire un dialogo con questi mondi.

Stiamo per finire, presidente D’Alema: una nuova forza di sinistra potrebbe recuperare la tradizione di Enrico Berlinguer, un’icona a volte traslocata altrove per via della questione morale.

E’ un’icona per molti che non lo hanno capito, non lo hanno conosciuto, non sapevano chi fosse.

Chi era Berlinguer?

Non era un cupo moralista, era un leader che aveva in testa la politica, come l’evoluzione del patto tra cattolici e comunisti.

A questo punto D’Alema s’interrompe. Si alza dal tavolo dell’intervista e va a ripescare un volumetto dalla libreria. E’ uno dei testi più belli e intensi scritti dall’ex premier postcomunista. Titolo: “A Mosca l’ultima volta. Enrico Berlinguer e il 1984”. D’Alema lo pubblicò nel 2004, a vent’anni dalla morte del compagno Enrico. Torna, si risiede, lo apre verso la fine e legge: “In quella estate del 1984 era davvero cambiata la mia vita. Un’atroce sofferenza personale confluiva in un dolore collettivo restando per me, nel mio ricordo, indissolubilmente legati. Si era come spezzato un filo. Eravamo più soli e, improvvisamente, adulti. Finiva una lunga, forse troppo lunga giovinezza”. D’Alema, nel 1984, aveva la metà degli anni di oggi. E meno di un mese dopo la tragedia di Berlinguer a Padova, nel mese di luglio, perse la sua compagna Giusi Del Mugnaio in un incidente stradale in Puglia. D’Alema finisce di leggere. Silenzio. L’intervista è finita.